Di Valerio Forestieri –

Uguaglianza, uguaglianza, uguaglianza. Bisogna essere tutti uguali. Debito, debito, debito. Bisogna ridurre il debito pubblico. Allora ho pensato ad una super-proposta: aboliamo le pensioni di reversibilità. Diventeremmo tutti più uguali e tutti meno indebitati. Che ve ne pare? Lo facciamo questo referendum?

Ci stavo pensando perché, per una strana inclinazione collettiva, quando qualcuno si lamenta della disuguaglianza, anziché chiedere la soppressione dei privilegi altrui, preferisce reclamare quegli stessi privilegi per sé. Quelli che invocano l’uguaglianza – la bella, fantastica, superlativa uguaglianza – chissà come mai, si concentrano sempre sui diritti che non hanno e non ricordano mai i privilegi di cui beneficiano. Sospetto – se mi consentite la divagazione – che sia proprio questo il motivo principale per il quale siamo indebitati fino al collo. Perché i diritti, amici miei, quei diritti che sono più correttamente privilegi, si pagano cari. Non sono affatto a costo zero. Di solito non vi accorgete del prezzo perché paga Pantalone, cioè il portafoglio del vicino. A furia di estendere diritti, però, anche i soldi degli altri son finiti. Ecco perché il conto (pubblico) è drammaticamente in rosso. Allora, ho avuto il lampo di genio: per una volta, visto che ci teniamo così tanto all’uguaglianza, si potrebbe rinunciare a qualcosa tutti quanti. A qualcosa che non ha più senso. A qualcosa che è un residuato storico. A qualcosa che nasce, per antonomasia, come simbolo di discriminazione. A qualcosa che serviva ad aiutare chi si considerava menomato nella capacità lavorativa. Rinunciamo alla pensione di reversibilità. Per dimostrare che l’uguaglianza ci importa davvero, anziché rubacchiare diritti, togliamoci tutti qualcosa; facciamo, tutti insieme, questo sacrificio.

“La pensione è una rendita vitalizia o temporanea corrisposta ad una persona fisica in base ad un rapporto giuridico con l’ente o la società che è obbligata a corrisponderla”, mi dice Wikipedia. Quello che io non capisco, dunque, è perché, se la pensione è una rendita vitalizia ed è corrisposta in base ad un rapporto che io ho avuto con l’ente o la società, dopo che io sono morto, debba intascarsela, almeno in parte, mia moglie. O il coniuge che è sopravvissuto, volendo prescindere dal mio caso concreto. Andasse a lavorare, il coniuge, per mantenersi. Si godesse la sua, di pensione, maturata in anni di lavoro. Qualcuno, insomma, perfettamente sano, capace di provvedere a se stesso, magari anche senza figli minori a carico, magari anche benestante, magari che lavora e guadagna a sua volta, si gode i contributi accumulati dall’attività lavorativa altrui. A tempo indeterminato. Perfino qualora il consorte deceduto, prima di passare a miglior vita, abbia già lungamente percepito l’assegno pensionistico. E indovinate chi paga?

Che ci piace sprecar soldi, è risaputo. Ma così, è proprio esagerato. La regalia è tal punto generosa e, al contempo, irrazionale, che mi sono messo ad indagare. Ed ho scoperto l’insospettabile: la pensione di reversibilità l’ha inventata Mussolini. Introdotta nell’ordinamento italiano con la Legge 1272 del 1939, rientrava – insospettabile anche questo – nel “diritto della vedova”, l’insieme della tutele a garanzia della donna che, relegata in casa a sfornare figli, avesse perso il marito che la manteneva. Poiché non si voleva che la donna lavorasse, dovendo fare anzitutto da moglie e da madre, alla povera vedova bisogna assicurare la sopravvivenza: economicamente dipendente due volte, prima dal marito, poi dallo Stato. Peraltro, almeno nell’ottica fascista, l’elargizione, nei presupposti cui era condizionata, aveva una sua coerenza che, col tempo, sempre nella smania di estendere i diritti, è andata smarrita. Oggi, perciò, ci ritroviamo un istituto senza ragion d’essere: chi le vuole più tenere in casa, le donne? Possono cercare un lavoro, guadagnarsi uno stipendio, spendere la loro pensione. Se, mentre il marito era in vita, avessero preferito la professione di massaia, troveranno un altro lavoro dopo il luttuoso evento. E, nel caso estremo in cui mancassero finanche d’uno reddito minimo, verrà in soccorso qualche altra misura assistenziale, di portata generale. D’altronde, perché distinguere tra l’indigente che è vedova è quella che è nubile?

Però le donne sposate spesso sono madri, dite voi. Potrebbero aver sacrificato – tra gravidanza, parto, figli piccoli – la loro carriera, in favore di quella del marito. Ed giusto, pertanto, che beneficino della pensione accumulata dal consorte, d’improvviso deceduto. Un pensiero un po’ bigotto, ma logico. Peccato, però, che le coppie non siano più composte soltanto da un uomo e una donna. Ci sono anche unioni omosessuali. Che non dovrebbero avere problemi di congedo per gravidanza e parto, quantomeno dal punto di vista biologico. Ma allora che fai, neghi ad un gay la pensione di reversibilità del compagno? Per carità, giammai. Si è pronunciata, sul punto, anche la Corte d’Appello di Milano, che ha riconosciuto il diritto alla reversibilità perfino al superstite di una coppia omosessuale non sposata, giacché la morte è sopraggiunta prima dell’entrata in vigore della legge Cirinnà. I giudici hanno statuito che “il diritto costituzionalmente garantito alla pensione di reversibilità” – i giudici leggono nella Costituzione tante cose che io non vedo scritte: ma per questo loro sono giudici ed io un povero ignorante – “attua il permanere della solidarietà familiare oltre l’evento morte del lavoratore, solidarietà familiare che all’interno della coppia omosessuale non può che essere rivolta a favore del partner al quale non è stato consentito unirsi in matrimonio”. Così, d’ora in poi, il professor Zanola potrà godersi la pensione dell’architetto Borsato. Per quale ragione il professore non possa campare della sua pensione, tuttavia non è chiaro. Ma così è per tutti, perché mai il diritto non dovrebbe essere riconosciuto anche agli omosessuali? Giusto, sacrosanto. Non si possono fare discriminazioni.
Intanto, però, giusto per dire, sapete chi paga? Bravi, segnate sul conto.

Finché morte non ci separi, promettono gli sposi. Col cavolo, però. Il problema è che qui non vi separa più nessuno. E il consorte deve continuare a mantenervi anche quando è ormai dentro una tomba. Tuttavia, siccome gli assegni non finiscono mai – almeno finché non moriate pure voi o troviate un atro coniuge che vi passi gli alimenti – soprattutto quando c’è una differenza d’età notevole tra i componenti della coppia, è probabile che i contributi versati dal defunto non coprano la pensione incassata. E allora la solidarietà non è familiare – come dicono i magistrati di Milano – ma, tanto per cambiare, collettiva. Però a voi, alla fin fine, che importa? Dopotutto, pagano gli altri. E quando i soldi degli altri non basteranno più, faremo debito. E quando il debito sarà enorme, elefantiaco, insostenibile, e ci saremo impoveriti tutti quanti, potrete esigere ancora più diritti: ché tanto un pollo da spennare c’è sempre.

Ma io sono d’accordo. Prima di tutto, viene l’uguaglianza. Una società che non riconosce a tutti i cittadini gli stessi diritti è sommamente ingiusta. Quello che non capisco, però, è perché la parità dei diritti debba essere ottenuta sempre elargendo e mai revocando. Come se una concessione odiosa e irragionevole fatta a pochi diventasse, per magia, un diritto sensato e imprescindibile quando viene estesa a molti. Ma l’uguaglianza vera, la rivoluzione sociale, non stanno nell’estensione dei diritti. La storia ce l’hanno raccontata male, cari lettori. L’uguaglianza, la rivoluzione stanno nell’abolizione dei privilegi. Allora, che ne dite, organizziamo il referendum?