A cura di Alberto Rando-

Iniziare un discorso critico nei confronti delle nuove possibilità di intrattenimento – stiamo parlando dell’innovativa versione dell’industria cinematografica e televisiva – può facilmente sembrare un mero tentativo di retorica misoneista, passatista e antistorica. Di conseguenza, è necessario comprendere questo: vagliare più aspetti di un fenomeno sociale e culturale, è un’operazione delicata e nello stesso tempo meravigliosa, poiché mette in discussione diverse prospettive e permette un tentativo di incrementare la consapevolezza della realtà che ci circonda.

Le piattaforme permettono agli utenti di fruire di un numero straordinario di serie televisive e film: esse hanno colto in pieno l’esigenza della società, che non è più disposta ad accontentarsi delle solite storie trasmesse dalle reti televisive, pubbliche e private, ma vuole scegliere cosa vedere e quando vederlo. Anche andare al cinema non è più così popolare: perché uscire, pagare un biglietto, quando hai il meglio di Hollywood sul tuo Wi-Fi? Si risparmia tempo e denaro.

L’industria del cinema stessa si adegua. Ci sono ottimi registi che sono assunti da queste piattaforme: altro indizio che ci mostra il cambiamento del mondo della settima arte, che risponde alla legge del mercato. Ad una particolare domanda si risponde con una certa offerta.

Ma cosa rende la serie tv così attraente? Io credo che sia la sua capacità di creare, in un tempo ristretto, interesse verso una storia e poi di svilupparla con intrecci, quindi di essere breve ma nello stesso tempo accattivante. Si potrebbe dire che la stessa epica nasce così: da racconti, prima orali e poi scritti, che diventano una saga o un ciclo. Ma lasciamo questo interessante argomento, perché ciò che adesso interessa è il nuovo modo di creare e fruire le serie televisive.  Le serie, oggi, sono molte e di buon livello e soprattutto, al contrario di quelle trasmesse dalle reti, si possono scegliere più comodamente: sono un prodotto commerciale di altissimo consumo, su scala internazionale.

Questo, in linee molto generiche, è il fatto, ma non basta la mera analisi se non è seguita da una valutazione che orienti le nostre scelte. Sorge spontanea, dunque, la domanda: come giudicare tale fenomeno?

All’inizio del 1900 più intellettuali si sono espressi sul cinema, all’epoca invenzione nuova e straordinaria, e trovo utile partire da loro, attualizzando le loro considerazioni, al fine di avere un giudizio il più possibile profondo.

Pirandello con l’opera “Si gira” del 1915, criticava il cinema, ritenendolo alienante, una mostruosa creatura che rendeva l’artista muto, inespressivo. Egli, quindi, era fortemente critico nei confronti dell’arte cinematografica.

Favorevoli al cinema erano le varie Avanguardie, seppur con idee molto diverse, e due esempi tra loro distanti rendono l’idea: Walter Benjamin e Filippo Tommaso Marinetti.

Il primo, legato al marxismo, colse l’importanza del cinema come mezzo espressivo e politico, in grado di influenzare le coscienze ed educare in chiave rivoluzionaria, seppur con dei rischi; idee poi riprese dal suo amico Brecht.

Marinetti esaltava il lato estetico, vedendo nel cinema l’arte del futuro, in coerenza totale col suo ideale artistico, fondato sulla velocità e il dinamismo.

Oggi, con queste nuove forme di cinema a domicilio, credo che vengano distrutte le speranze dei due avanguardisti, poiché il mercato, massimo prodotto capitalista, è ormai padrone del cinema; ciò sicuramente collide con l’ideale rivoluzionario di Benjamin e, al contempo, la possibilità di stare comodi sul divano, guardando col proprio computer serie, fa a botte con l’ideale vitalistico, dinamico di Marinetti.

Aveva quindi ragione Pirandello? Sì, anzi, era fin troppo ottimista. Infatti, se osserviamo la inespressività non solo dell’operatore, ma anche dell’osservatore, chiuso in solitudine a vedere serie, non possiamo far altro che disperare dell’umanità futura ed odiare questo cinema a domicilio.

Tuttavia, la previsione del grande Maestro siciliano rimane troppo severa se consideriamo, invece, la maggior libertà di creare un prodotto artistico e la maggiore possibilità di fruire di esso: non dimentichiamoci che il cinema comunica, crea connessione tra chi gira e chi guarda, fa ragionare e sprona la nostra fantasia, come avevano evidenziato i due avanguardisti sopra citati.

 Inoltre, condannare la rete come fonte di alienazione e distruzione del cinema, scaricando la responsabilità su di un sistema più grande di noi, ritengo sia dannoso, dato che si possono individuare strumenti per evitare questo effetto pernicioso: coltivando relazioni umane, sviluppando senso critico e avendo coraggio e voglia di fare altro con altre persone.

Le comodità sono pericolose, ma solo se abdichiamo ai nostri interessi ed alla fantasia che, insieme alle esperienze, sono la vera fonte delle Arti, tra cui il cinema di oggi, di ieri e di domani.