A cura di Francesca Muccio

Da sempre febbraio è sinonimo di Carnevale. E neppure il tempo variabile, quest’anno, è sembrato intimorire gioiose frotte di bimbi mascherati. Balli e festicciole si susseguono, in un goliardico momento dalla lunga tradizione. “Una volta all’anno è lecito impazzire”, dicevano i Romani. Ed in effetti, in onore delle Dionisiache o dei Saturnali, la festività significava abbandono temporaneo di obblighi sociali e gerarchie, mentre su tutto era Caos a dominare. Ma la nuova Creazione non tardava ad arrivare. E così, ancor oggi, si legge il testamento e si brucia il fantoccio, il Re del Carnevale. Metafora di purificazione e rinascita a vita nuova, ma anche sintomo di fugacità del tempo e caducità delle cose, ridotte a nulla più che polvere. Tutti temi antichissimi eppure attuali più che mai. Stelle filanti e coriandoli fanno la gioia dei più piccini, in questo gioioso periodo, mentre maschere ed accessori appariscenti non conoscono età. Ornamento di divinità, di officianti o di stregoni, le maschere garantivano, già nel passato, l’anonimato, celando le reali identità, permettendo, specie nei riti iniziatici, un agire più disinvolto. Ve ne sono, oggi, di tutte le fogge e per tutti i portafogli; gli abiti, per l’occasione, sono sgargianti e variopinti. Chiacchiere, struffoli e frittelle sono le specialità preferite, tutte rigorosamente guarnite con zucchero filato. In genere di domenica, in varie città italiane – tra tutte, la lagunare Venezia o la poliedrica Viareggio -, l’angelo saluta, in volo, l’inizio della festa, e il suo vestito richiama i quattro elementi primordiali: acqua, aria, terra e fuoco. Altrove, più a Sud, la ‘pignatta’ o ‘pentolaccia’ è un panciuto fantoccio ricolmo di giochi e di dolciumi, colpito, mentre si è bendati, con una lunga mazza, mentre i più piccini si fiondano nella raccolta delle prelibatezze. Battute dissacrati e risate grasse sono, da sempre, i tratti peculiari del periodo carnascialesco, e, forse, pur mutati i tempi, gli auspici non sono differenti da quelli del passato. Nell’antichità i mascheramenti facevano sentire tutti uguali, uniti nell’allegria, dimentichi di ristrettezze e difficoltà. E non mancavano neppure lazzi e scherni nei confronti dei ‘padroni’. Un momento spensierato, che precedeva la penitenza quaresimale. Poi il ritorno alla ‘normalità’, con giaculatorie e parroci, che, sui sagrati delle chiese, spargevano le ceneri sulle teste dei fedeli. Un attimo d’evasione il cui bisogno, probabilmente, si avverte ancora oggi, dati i tempi. Meteo permettendo, dopo giorni di cielo nuvoloso.