Di Francesca Muccio

Nel libro del Professor Capponi, una causa atipica ma, forse, non troppo. Ambigua, vecchia di oltre cinquant’anni e per di più “ereditata” in un testamento familiare, con al centro un avvocato dalle origini per metà molisane.

Uno stile nuovo per la nuova Storia di Bruno Capponi.

Vivo, sinuoso, quasi ritmico, diverso da quello, più secco e tagliente, spesso dialogico, cui ci ha abituati il professore universitario, umorista postmoderno, per taluni maestro del parossismo.

Docente di Procedura civile alla Luiss “Guido Carli”, Capponi è per tutti un ex magistrato. Così viene presentato, questa la qualifica che si legge a corredo dei suoi scritti, il “marchio” congiunto a quello di avvocato cassazionista in Roma.

E certo in questo testo c’è molto della sua esperienza biografica, a cominciare dagli esordi, dismessa la toga del giudice, quale professore, all’Unimol, per continuare con l’opera svolta, alle soglie del 2000, presso l’Ufficio Legislativo del Ministero della Giustizia, curando le Riforme sul Processo civile.

Sviluppo, in narrativa, di “Salviamo la giustizia civile”, “La causa” racconta non solo di un processo da riassumere e mai celebrato.

In questo libro, si specchia, difatti, un’umanità varia, talvolta dolente, talaltra sprovveduta; è l’umanità tipica degli ambienti di tribunale, in cui si aggirano persone e professionisti differenti, talora agguerriti e senza scrupoli.

Così, se in “Salviamo la giustizia civile” v’è la disamina, quasi diremmo scientifica, delle ragioni che hanno indotto alla lunghezza delle cause, alla disapplicazione del dettato normativo, alla redazione di leggi spesso sconnesse e oscure, “La causa” è plastico esempio di come si atteggi, il processo, agli occhi del comune cittadino, che tale processo istruisce, talvolta subisce, riunisce o riassume, sempre ponendosi tre interrogativi.

Sono le domande che lo zio Peppino, preparatissimo ma dalla carriera sfortunata (non è andato oltre lo status di libero docente), pone all’avvocato Ghezzi, cui l’atto di riassunzione è stato notificato.

“Quanto durerà, quanto costerà, come finirà?”, ci si chiede sovente, quando “si finisce a causa civile”, tentando di prefigurarsi esiti e obiettivi, mosse e contromosse, stalli e riposizionamenti avversari (ignari, forse, che, talvolta e paradossalmente, perdere può essere più vantaggioso che vincere…).

Insomma, il processo ne “La causa” è pretenzioso, ambiguo, vecchio di oltre cinquant’anni, e per di più “ereditato” in un testamento familiare.

Un processo che è guerra e pace, causa ed effetto, prodotto delle parti, composto di inutili atti.

Non improbabile che tanti, tra le righe, riescano a proiettare personali vicende giudiziarie, ma proprio il fatto che esse possano non destare stupore molto dice sullo stato – talvolta comatoso – della nostra giustizia.

C’è, però, una metafora che balugina dal fondo del testo, costituendone, forse, la cifra essenziale: il processo quale morbo e antidoto insieme, da cui è impossibile fuggire, il processo da cui non scampi perché è lui che insegue te.

È così che lo percepisce il consesso familiare convocato dallo zio Peppino (il quale, come gli rinfaccia la consorte, malgrado i faticosi studi, “non è riuscito a diventare Presidente della Repubblica”), così lo considera la moglie di suo nipote Alberto, il Presidente del Tribunale nella sua confidenziale disamina, così infine l'”unità di crisi” nelle sue segrete riunioni.

In questo modo, in fondo in fondo, lo qualifica pure Janara, misterioso e inquietante avvocato della parte che riassume; calabro, o lucano, o molisano, algido, solingo e sempre in cerca di nuovi studi per eludere le notificazioni.

Non sveliamo l’intrigo, per non togliere il gusto della lettura.

Qui basti solo sottolineare come il testo riesca, con tinte vivaci, ad affrescare un mondo complesso, quello giudiziario, che Capponi conosce bene, nei suoi personaggi, nelle sue prassi, formule, stili, finanche nei suoi più remoti anditi, e… nelle aule di una università telematica con un master in ricerca di atti antichi.

E tuttavia è un affresco che non indulge alla retorica, non commisera né biasima.

Ritrae il groviglio di vite e situazioni così com’è, nell’amara consapevolezza che, alla fine, le “brave persone”, costrette a chiedersi se vi siano anche le proprie, nell'”immondezzaio” di carte vecchie sul Raccordo accanto alla Romanina, sono quelle di cui il sistema ha bisogno.

Non vi sono né vinti né vincitori, tra queste nere toghe, dipinte nella loro profonda humanitas (finanche con il giovane P.M. di Belluno che non sa cosa voglia dire “pantegana” e ne prende nota), nella loro routine e i loro più intimi pensieri, nei loro uffici, persino (!) dinanzi ad una pizza.

E allora tanto vale pensare al processo come ad una fresella, inzuppata al punto giusto, per evitare che si sfaldi. D’altronde, seppure sarà deciso, esso non troverà comunque soluzione.

Una nota per noi giuristi amanti della letteratura, che siamo come il professor Sella, componente dell'”unità di crisi”: scriviamo e pensiamo si tratti di una “forma di intelligenza anomala”, quasi da segretare perché vana, in questo “palcoscenico” con “tanti avvocati – afferma l’autore, prof. Capponi – quanti gli abitanti del Molise”.

“Forma di intelligenza anomala” che, forse, tanto vacua poi non è, specie quando, oltre il sorriso suscitato, emerge la vita, un’analisi, una “denuncia” o anche solo un (non retorico) interrogativo, per mezzo di quella potentissima forza, che tutto trasfigura, e che si chiama Arte.

È l’arte del chiaroscuro, dei contrasti tonali e delle luci a taglio; ossimorica e caricaturale, porge al lettore il suo linguaggio, non perché lo comprenda ma perché ci si senta dentro, trasferendovi i propri ideali, ora saldi ora frustrati, di buono, di giusto, di equo.

“…Dietro ogni fortuna, come dietro ogni disgrazia, c’è una causa”.
“… Chi conserva le carte della causa? E che ne sarà, delle carte, quando le cause non saranno fatte di carta?”.

 

“La causa” è edita da Novecento, per la collana “Versus, i giuristi raccontano”.

Professor Capponi, come nasce l’idea de “La causa”?

 

È nata scrivendo, come sempre mi capita quando inizio una nuova storia senza trama, senza scheletro, senza programma, che dà l’impressione di andare avanti da sola.

 

“La causa” segue una serie di libri in cui, in chiave spesso ironica, Lei tratta vicende afferenti il mondo del diritto. Ma come mai un giurista decide di riversare in narrativa tale tipologia di tematiche, spesso anche tecniche?

 

Per guardarle da una prospettiva nuova, per avere nuovi stimoli. Forse a caccia del lato divertente delle brutte storie di tutti i giorni.

 

Al centro della storia è un processo ambiguo, vecchio di oltre cinquant’anni e per di più ereditato in un testamento familiare. Possiamo, dunque, dire che la causa è di per sé già una condanna?

 

Il libro gioca con l’idea di una causa di cui non si sa nulla, perché questa era stata la volontà del defunto; ma anche con l’idea di una causa che nel tempo si trasforma, che non si estingue, che ti perseguita. Il protagonista si sforza di vederla come un’occasione, un lascito, una sorta di biglietto della lotteria, ma capisce sin dall’inizio che sta entrando in un incubo.

 

Nel testo la causa è definita guerra e pace, causa ed effetto, prodotto delle parti, composta di inutili atti. C’è, tuttavia, in questo dire ossimorico, un’affermazione che, forse, più delle altre, induce a riflettere: “perdere può essere talvolta più vantaggioso che vincere”. Cosa, esattamente, intende dire?

 

Che la durata dei giudizi in Italia è tale che al termine del giudizio non risulta più vero ciò che sembrava vero all’inizio, mentre tutt’intorno le situazioni si evolvono rendendo la causa non più la soluzione, ma il problema.

 

Il carattere talvolta vano del processo, quasi gattopardesco se vogliamo, si riflette, probabilmente, in una domanda che uno dei personaggi si pone: “che ne sarà, dei processi, quanto le cause non saranno fatte di carta?”. Una critica appena percettibile al processo telematico?

 

Forse più una critica ai cambiamenti realizzati senza criterio, senza garantire un passaggio razionale da un sistema all’altro.

 

L’avvocato Janara, di cui racconta, ha origini per metà calabre, lucane e molisane; egli gioca la sua parte in un “palcoscenico”, quello del foro romano, “con più avvocati che gli abitanti del Molise”. Come mai il riferimento a questa piccola regione, spesso – a torto – da tutti dimenticata?

 

È la regione della mia prima sede universitaria, a cui sono rimasto molto legato.

 

Nei suoi libri, affrescando il mondo giudiziario, Lei non indulge alla retorica, non commisera né biasima. In fondo, però, sembra non ci siano né vinti né vincitori in questo groviglio di vite e situazioni, che Lei veridicamente descrive …

 

Certamente più vinti che vincitori.

 

Il fil rouge del testo è lo stato spesso comatoso della nostra giustizia (basti, su tutto, pensare alla lunghezza delle cause). Tuttavia, anche quando la causa viene decisa, Lei dice, nel testo, che essa non trova, comunque, soluzione. Qual è, se c’è, la via d’uscita in questo dedalo?

 

Il romanzo presenta una versione caricaturale ed estremizzata della realtà. Tuttavia, la durata dei giudizi e la sommarietà delle decisioni, di qualsiasi grado, portano spesso – è la mia esperienza professionale a suggerirmelo – a nuovi contenziosi. È raro che una sentenza definisca una causa: spesso diventa un punto di partenza, un invito a litigare più seriamente.