Di Leonardo Esposito

 

La notte, oltre che per dormire, è fatta per riflettere.

E così, insonne, cerco risposta ai miei problemi poggiandomi ciondolante alla finestra. Sospiro, incapace, come sempre, di risolvere le mie bagatelle. Scruto la cupola nera che sovrasta il mio capo, e le luci intermittenti di un lontano velivolo mi scuotono mentre le mie sinapsi si avviluppano intorno agli ultimi fatti di cronaca.

Christchurch, ovviamente, e il suo mezzo centinaio di martiri.

Sorrido malinconico, o quasi, se penso che fatti del genere riescano ancora a fare notizia. È sintomatico, certo, che non si lancino più hashtag da qualche tempo. Menomale, penso io: ho sempre digerito con molta difficoltà l’apatica compassione da social media, le frasi fatte e le immagini di qualche anonimo vignettista repostate fino alla nausea da orde di spiriti nobili in cerca di compassionevoli like.

Ma, per una volta, l’amara ironia non riesce a squarciare il cupo velo della mia melancolia. Non c’è conforto, del resto, nella superiorità intellettuale o morale: foss’anche rilevante, nell’abisso dal quale fuoriescono questi demoni ogni valore è ribaltato. A poco varrebbe rifugiarsi nelle vane speranze di vaghi futuri, che, per quanto mi sforzi, non riesco proprio a veder radiosi, come invece fanno i suprematisti nei loro idilli monorazziali. La fede, allora. A ben pensarci, purtroppo, che sia politica o religiosa, ormai la fede è appannaggio di crociati e jihadisti da prima pagina.

Scuoto la testa. Non c’è soluzione. Vago senza meta, nei meandri della mia mente, alla ricerca di un appiglio (che sia uno!) per poter credere che un giorno, finalmente, saranno state versate abbastanza lacrime da mondare le nostre mani impregnate di sangue. Ma non lo trovo. Disperatamente passo in rassegna la religione, la ragione, il diritto e la cultura, la scienza, finanche la tanto sopravvalutata morale.

“Un bel mucchio di niente”, direbbe lo spiritoso di turno citando il meme della settimana.

A giusta ragione, beninteso. Non possiamo vincere. Non vinceremo mai. La libertà, la dignità dell’individuo, valori sacri e insopprimibili nelle democrazie moderne, ce lo impediscono. Non saremo mai disposti a pagare il dazio del controllo e della schiavitù, in nome della sicurezza. Non me ne vogliano i securitaristi, assieme a Schmitt e ai fanatici dello stato d’eccezione. E non tanto perché queste persone debbano aver il diritto di predicare e diffondere nel mondo la propria odiosa bile nera, quanto perché è patetico e arrogante pensare di poter controllare orwellianamente la psiche di ogni consociato, a fortiori nell’era della sovra-informazione mediatica e della post-verità.

Ma, forse, non c’è da disperarsi. La patologia è eclatante, spaventosa, roboante. Ma, per contro, la fisiologia è un miracolo autoreplicantesi, un frattale di circoli virtuosi che si ripete infinitamente e indefinitamente. La fisiologia, la pacata normalità, sono i nostri colleghi, i nostri familiari, le centinaia di volti sconosciuti che giornalmente incontriamo e dimentichiamo. Indipendentemente dal caos, dal dolore, dalla devastazione, perseverano con le loro vite. In ordine, in libertà, in serenità. Sono loro il vero antidoto alla follia che, ciclicamente, esplode in qualche angolo di questo atomo opaco del Male.

Saranno silenziosi, saranno banali, saranno finanche inutili e tediosi.

Ma sono troppi. Sono inarrestabili.

No, noi non possiamo vincere.

Ma non potremo mai perdere.