Di Alessandro Avagliano-

Sono ormai da tempo sotto gli occhi di tutti gli effetti negativi dell’inquinamento sulla biosfera; è forse però troppo spesso trascurato un altro effetto, derivato dal primo, dell’industrializzazione: il grave impatto che può avere sulla cultura dei popoli più refrattari all’evoluzione tecnologica. Se infatti guardassimo all’ambiente sotto l’ottica della c.d. “etnosfera” (prendendo in prestito il termine dall’antropologo Wade Davis, del National Geographic), ci accorgeremmo di quanto l’ambiente abbia influenzato (e continui tuttora a influenzare) lo sviluppo delle più varie civiltà, e di quanto ciò si rifletta sulle loro tradizioni. Qualche amante della fantascienza si ricorderà di Avatar, il film campione di incassi del 2009, in cui il popolo alieno dei Na’vi mostrava una straordinaria connessione con le piante del suo pianeta, Pandora – un vero e proprio pianeta senziente, in grado di comunicare con i suoi abitanti. E, forse, si ricorderà anche di come l’industrializzazione sfrenata (anzi, le ambizioni economiche) degli esseri umani, nel film, avesse rischiato di distruggere la cultura di quel popolo. Tutto ciò, se a un primo sguardo può sembrare mera fantascienza, non è invece molto distante dalla realtà. Basti pensare ai popoli del bacino amazzonico, come gli Yanomami dell’Amazzonia nordoccidentale, e alla tradizione, tipica degli sciamani della loro tribù, di fare uso dell’ayahuasca, potente preparato psichedelico derivato da piante locali (tra cui la liana Banisteriopsis caapi) per parlare con i loro dèi. Gli Yanomami, ed ecco il dato interessante, affermano di conoscere ben diciassette varietà diverse di ayahuasca, che riescono a distinguere

con un rituale estremamente singolare: le diciassette piante, lasciate all’esterno in una notte di luna piena, “cantano con voce diversa”. Un recente studio, condotto dalla dott.ssa Suzanne Simard della University of British Columbia, negli ultimi 30 anni, nelle foreste del Canada occidentale, sembrerebbe non smentire quanto raccontato dagli Yanomami: pare che le piante (dagli alberi di pino alla pianta di peperoncino) riescano a comunicare tra loro. La dott.ssa Simard usa infatti il termine “micorriza” (lett. “radice e fungo”) per far riferimento a un peculiare sistema di scambio di informazioni (in definitiva, di comunicazione) tra le piante, le quali riescono, per mezzo di miceti, a scambiarsi elementi essenziali quali carbonio, azoto, fosforo, ormoni ecc. Questa “rete” vegetale garantisce in tal modo la resilienza della foresta, in quanto le piante più forti (chiamate alberi madri, o alberi hub), per una sorta di effetto osmotico, passano i nutrienti a quelle più deboli, consentendo loro di sopravvivere. Una scoperta di tal genere ha non solo un grande valore scientifico, ma anche delle implicazioni sul piano ambientale: se nel corso delle attività di disboscamento si preservassero gli alberi hub (individuati mediante apposite analisi del terreno), evitando di danneggiarli, la foresta conserverebbe, in sostanza, un vero e proprio potere di autoguarigione! Allo stesso tempo si consentirebbe alle società non industrializzate ancora esistenti, che hanno edificato la loro cultura attorno e in ragione dell’ambiente in cui si sono sviluppate, di mantenere la propria unicità senza per questo rinunciare alla tecnologia. Ed è proprio da una di queste società, quella dei Cogui della Colombia, che deriva un grande insegnamento per l’uomo contemporaneo: il mondo che ci circonda determina ciò che siamo (non a caso usiamo il termine “radici” per indicare le nostre origini!). I bimbi Cogui, all’età di tre anni, vengono allontanati dalle loro famiglie e condotti all’interno di una grotta, senza la possibilità di uscirne prima di aver completato un periodo di formazione lungo diciotto anni. È solo al termine del diciottesimo anno, dopo aver vissuto tutta la loro vita in un universo buio e freddo, come i prigionieri della caverna di Platone, che vengono finalmente ammessi al mondo esterno per vedere la loro prima alba. E, illuminato dal sole morbido del mattino, il verde limpido della vegetazione colombiana. Questa è la loro eredità, questo dovranno proteggere per il resto della loro vita. E quella sensibilità verso l’ambiente è sempre più in crescita anche presso le nuove generazioni, come testimoniato, oltre che dal celebre caso della sedicenne svedese Greta Thunberg e della sua lotta al cambiamento climatico, anche da una recente sentenza della Corte Suprema della Colombia (del luglio 2018), che su istanza di un gruppo di bambini e ragazzi ha dichiarato l’Amazzonia, immenso polmone naturale e culla di meravigliose civiltà, soggetto titolare dei diritti propri di un essere umano. Un orientamento giurisprudenziale che tutti noi faremmo bene ad accogliere e a tenere sempre a mente.