di Andrea Josè Mussino –

Il prossimo 26 maggio si terranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. È uno dei principali eventi politici di quest’anno, con un valore ed una solennità maggiore del solito per il fatto che ricorre il quarantesimo anniversario dalla prima elezione diretta del Parlamento europeo, avvenuta nel 1979. Da studente di giurisprudenza non posso non sottolineare l’importanza dell’unica istituzione dell’Unione Europea eletta direttamente dai suoi cittadini e che li rappresenta, citando solo alcune delle sue principali prerogative: la funzione legislativa, l’elaborazione del bilancio, il ruolo di controllo politico sulla Commissione europea (cfr. articolo 14 comma 1 del Trattato dell’Unione Europea). E non è certamente un caso che l’articolo 12 del TUE, elencando le istituzioni europee, metta al primo posto proprio il Parlamento europeo. Esso è quindi l’organo preposto a sentire, sintetizzare e mettere in pratica le esigenze dei cittadini, tenendo conto non delle singole situazioni nazionali, ma delle prospettive dell’intera Unione, tanto che nella formazione dei gruppi parlamentari l’elemento della nazionalità è secondario, a favore di una convergenza dal punto di vista dell’ideologia politica. Il carattere totalmente sovranazionale del Parlamento si nota anche dal fatto che l’elettorato attivo e passivo prescinde dal Paese di cui si possiede la cittadinanza (cfr. articolo 22, comma 2, del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea). Le elezioni europee, come ogni forma di espressione democratica, dovrebbero essere dunque un momento di riflessione da parte dei cittadini e delle forze politiche sulle principali problematiche e su come risolverle, considerando l’Unione Europea nella sua globalità, pur essendo essa estesa e variegata.

Quanto sono veramente “europee” le elezioni che stiamo per celebrare? In Italia si attende con ansia la data del 26 maggio perché secondo i sondaggi è sostanzialmente sicuro che i risultati dei singoli partiti andranno a stravolgere i già precari equilibri del governo in carica. Ma questa non è una caratteristica solo delle elezioni di quest’anno. Andando ad analizzare gli analoghi appuntamenti elettorali di questi ultimi lustri, ci soffermeremmo sempre su scenari politici squisitamente interni. Ad esempio, pensando alle elezioni europee del 1984 potremmo ricordare facilmente il “sorpasso storico” del Partito Comunista Italiano; anche avvicinandoci a date più vicine a noi vediamo come parlare delle europee del 2009 significa ricordare l’apogeo dei risultati elettori del Popolo della Libertà, e parlare delle elezioni del 2014 significa ricordare il 40% di Matteo Renzi. Ma questo non è un vizio solo italiano: in Francia non si parla d’altro che del testa a testa tra i partiti di Emmanuel Macron e di Marine Le Pen, ed in Spagna le elezioni europee saranno la prova del nove delle elezioni politiche del 28 aprile.

In base all’articolo 223 del TFUE, il Parlamento europeo deve elaborare delle procedure per lo svolgimento delle elezioni europee, “secondo una procedura uniforme in tutti gli Stati membri o secondo principi comuni a tutti gli Stati membri”. Sostanzialmente, ogni Stato è considerato come un grande collegio elettorale, che fornisce un numero definito di deputati secondo precisi criteri. Ogni Stato di conseguenza adotta una propria legge elettorale; anche le liste ed i partiti sono poi presentati a livello nazionale, e solo una volta eletti i parlamentari dei vari Paesi si uniscono nei grandi partiti politici europei nei gruppi parlamentari. A mio parere l’eccessiva concentrazione sui risvolti politici interni ai singoli Stati delle elezioni è in parte una conseguenza di questa impostazione. Un sistema elettorale europeo, e soprattutto candidature e liste uniche a livello europeo sotto i simboli delle famiglie politiche europee consentirebbero una conoscenza più completa sulle varie tematiche di ciascun Paese, sia dal punto di vista dei candidati, sia dal punto di vista dell’opinione pubblica. In tal senso nelle elezioni europee del 2014, a seguito dell’introduzione della possibilità per i partiti europei di indicare quale fosse il proprio candidato alla Presidenza della Commissione Europea (il cosiddetto spitzenkandidat), per la prima volta vi sono stati due confronti televisivi tra i candidati di vertice sui contenuti di ciascuna offerta politica, a prescindere dalla nazionalità. Questo mio punto di vista può chiaramente sembrare parziale; non nasce da un discorso di fattibilità innanzitutto giuridica, pur rientrando concettualmente nell’articolo 223 del TFUE che ho citato prima, ma dall’idea che in un periodo nel quale il processo europeo è messo in dubbio nelle sue fondamenta democratiche, sia importante favorire il più possibile una visione globale delle problematiche europee, per trovare le migliori soluzioni possibili. Una soluzione più profonda dei punti percentuali presi da un singolo partito nazionale.