Come l’inquinamento in Campania ha portato a ricorsi alla Corte di giustizia del Consiglio d’Europa

di Alessandro Manca Bitti-

Nel novembre del 2017, il Sole 24 Ore affermava che nel territorio dell’Asl 3 Napoli Sud, la presenza di carcinomi maligni era significativamente superiore alla media del Meridione d’Italia, rispettivamente il tasso di incidenza era maggiore del 46% negli uomini e del 21% nelle donne.

È difficile ipotizzare che questi dati abbiano poco o nulla a che fare con la grave situazione di degrado ambientale che, purtroppo, da decenni interessa il territorio sopra menzionato e in generale la cosiddetta “Terra dei fuochi”, compresa tra Napoli e Caserta.

Le testimonianze e gli esempi si sprecano: dagli interramenti di rifiuti tossici e pericolosi ai roghi di materiali di ogni genere.

L’intervento del collaboratore di giustizia Carmine Schiavone, deceduto nel 2015, ha permesso di far luce sulla realtà criminale sottesa al disastro ambientale del territorio campano.

Storie terribili di fanghi e materiali radioattivi provenienti dalla Germania e dal Nord Europa, come testimoniato nell’intervista che l’uomo rilasciò nel 2009 al giornale “Il Tempo”, in cui affermava: “Ero assolutamente contrario al traffico di fanghi radioattivi provenienti da Germania, Francia, Gran Bretagna e Cecoslovacchia. Ci sono 5 milioni di persone che moriranno per lo sversamento di quei rifiuti in Campania, Sicilia, Basilicata e Puglia. Bidognetti e mio cugino Sandokan prendevano 600 milioni al mese, ma nelle casse del clan ne mettevano solo 100. Dissi: “Voi siete scemi, avete avvelenato la terra di Casale, San Cipriano, Casa Luce”. Quei quattro cafoni non si rendevano conto che quella roba uccideva anche noi. Rispondevano: “Tanto noi beviamo l’acqua minerale””.

Questa rivelazione può apparire significativa, in base al fatto che si citano altre regioni del Sud oltre alla Campania, portando a pensare che gli sversamenti di rifiuti tossici non si siano limitati a quella sola area geografica.

È inoltre importante riflettere sulla follia e sulla stupidità di coloro che distruggono ed avvelenano la stessa terra nella quale vivono.

Sembra quasi che nei colpevoli di simili reati esista un desiderio autodistruttivo, esteso non solo a sé stessi ma anche al resto del consesso umano che si trova a vivere nelle zone interessate da tali fatti, e viene ingiustamente colpito dagli effetti che i crimini ambientali arrecano alla salute.

Il filosofo tedesco Hans Jonas sosteneva, fra le altre teorie, che uno dei fondamenti dell’etica corrisponde all’attenzione verso l’ecosistema, per rispetto non solo di sé e degli altri, ma anche delle generazioni future, le quali possono rischiare di trovarsi in condizioni climatiche ed ambientali disastrose senza alcuna colpa, ma a causa delle condotte scellerate dei propri predecessori.

A tal proposito, il filosofo si espresse in questi termini: “Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza della vita umana sulla terra.”

Risulta palese che quanto accaduto in Campania negli scorsi decenni, ma anche in altre zone d’Italia o del mondo – si pensi in proposito agli ammassi di plastica dispersi negli oceani – sia totalmente incompatibile con una filosofia di vita volta a preservare il benessere dell’ambiente e per estensione di quello degli individui che lo abitano.

Purtroppo, nel caso della Terra dei Fuochi, le responsabilità non sono soltanto ascrivibili a criminali locali, ma anche ad aziende di altre parti della Penisola, come il Settentrione, aziende che per risparmiare sui costi di smaltimento dei rifiuti industriali, li hanno affidati ad esponenti di clan di Camorra.

Emblematici a tal proposito sono gli esempi dei fanghi di lavorazione di una conceria toscana e del porto di Marghera sparsi nei campi come fossero fertilizzante, con la complicità di un’azienda locale, secondo le accuse dei magistrati.

È auspicabile che sorga una cultura di impresa sempre più rispettosa dell’ambiente e che le istituzioni siano celeri e attente nel sanzionare sia gli imprenditori disonesti sia la manovalanza criminale, ambedue responsabili di un simile e imperdonabile scempio.

Nel 2015, più di 3500 cittadini hanno presentato ricorsi dinanzi alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo contro lo Stato italiano, per violazione del diritto alla vita e per aver omesso di fornire informazioni relative alle zone interessate dall’inquinamento, secondo gli artt. 2 e 10 della Convenzione.

Proprio pochi giorni fa, il 5 marzo 2019, la Corte di Strasburgo ha avviato il procedimento contro il Governo italiano in merito a tali ricorsi.

È auspicabile che questo fatto contribuisca ad indirizzare l’attenzione verso un problema ecologico assolutamente non indifferente, anche dal punto di vista alimentare, viste le produzioni agricole della zona campana, che rischiano gravi contaminazioni, con ciò che ne consegue.

Tutto questo nella speranza che un giorno non lontano la terra partenopea e l’intera regione possano tornare a meritarsi l’antico appellativo di Campania Felix, libera dal degrado ambientale.