Di Leonardo Esposito-

Ventisette maggio duemiladiciannove.

Si levano le prime luci dell’alba, mentre i riflettori degli studi televisivi si spengono, e con loro i televisori di migliaia di aficionados dello spoglio elettorale in diretta. Si posa la polvere sollevata dalle elezioni europee.

È l’alba di una nuova unione.

O no?

L’analisi del voto: cambiare tutto per non cambiare nulla

Il verdetto del voto sembra piuttosto eloquente sul piano continentale: l’ombra del sovranismo non ha offuscato le dodici stelle della bandiera europea, che presumibilmente continueranno a brillare sotto l’egida di PPE e S&D, con il supporto di ALDE e plausibilmente dei rinvigoriti verdi.

Orbene, la vittoria, per quanto di spessore, non è comunque particolarmente rassicurante. Popolari e Socialisti escono infatti dal voto di maggio sottoposti ad una pesante cura dimagrante, perdendo seggi – meno 78 postazioni, un numero da shock emorragico- in favore di forze che, se non euroscettiche, quantomeno devono definirsi europatiche.

Queste ultime, infatti, pur fortemente ridimensionate nelle loro mire di totalizzazione (e totalitarismo) parlamentare, escono dalla tornata elettorale forti di una significativa, almeno mediaticamente, minoranza. Certo, una minoranza incapace di impensierire seriamente la maggioranza europeista, e pertanto fondamentalmente fallendo l’obiettivo di palesare la (asserita) crisi eurounionale con un parlamento scettico di sé stesso. Ma comunque una minoranza capace di far sollevare più di un sopracciglio agli osservatori più attenti

È notevole, tuttavia, il grande balzo in avanti di ALDE: i gialli guadagnano ben 41 seggi nell’emiciclo, plausibilmente convogliando numerosi esuli del PPE e di S&D. Similmente dicasi per il buon risultato dei verdi, storicamente forti in Europa, anche grazie al colpo di mano dei Grüne in terra teutonica, collocatisi secondi a breve distanza dalla sempre più stanca CDU/CSU.

A livello nazionale, invece, si confermano i trend della vigilia. Da una Gran Bretagna in stile dead man walking, che vede il partito prêt-à-porter della Brexit segnare definitivamente la fine del bipolarismo, ad una Germania senza scossoni, per concludere con la Spagna che vede confermato un PSOE che, nel giro di un mese, era fisiologico si confermasse. Non desta stupore l’esito d’oltralpe, con il Reassemblement National che supera di poco un En Marche che sconta ancora le ferite della mala gestio dei Jilet Jaunes.

Questo, a livello continentale.

Cronache di guerra dal paese che non c’è

Se avete del buon senso, o non trovate il Maalox, vi invito a fermarvi.

A sud delle alpi, il voto non si presta ad una lettura univoca. O meglio, il voto è enigmatico nella sua univocità.

Sento di dover liquidare in poche righe i piccoli sconfitti: mentre comunisti e fascisti ci ricordano come le ideologie siano affare da pochi nostalgici megalomani, le formazioni estemporanee dei Pirati e dei Verdi insegnano che non è mai troppo tardi per sperperare i propri soldi in imprese fuori dalla propria portata. Qualche decimo sopra, varie formazioni di sinistra, ed una +Europa che non riesce a sfondare la soglia di sbarramento, ma solo perché non ha mai avuto sufficiente slancio anche solo per arrivarci.

Al di sopra, il centrodestra. O meglio, qualcosa che assomiglia al centrodestra, a quel che era e che potrebbe essere stato. Fratelli d’Italia si conferma per quello che è: piccolo, arrabbiato, e con un complesso di Napoleone non indifferente. Beninteso, la costanza è da ammirare: difendersi dalla forza attrattiva del grande polo di destra e contemporaneamente crescere di un punto percentuale non è questione da poco. Menzione d’onore a Giorgia Meloni, che nell’ultimo mese si è affermata come incontrastata regina dei meme e del trash propagandistico: il video-selfie al banco dei meloni, in pieno silenzio elettorale, fa sembrare – ammesso che già non lo fosse- il Vinci Salvini una trovata pubblicitaria squallida e patetica. Se qualcuno sale, Forza Italia scende. Il paracadute azzurro sembra non volersi aprire, e il partito precipita da almeno un anno a questa parte, incapace di defibrillarsi in alcun modo. Il volto di Tajani, per quanto ricorrente nel dibattito elettorale di questi mesi, non ha evidentemente fatto presa, se non sugli ultimi, anonimi, fedelissimi. Per ragioni anagrafiche, la prossima tornata potrebbe essere fatale. Letteralmente.

Giunge il momento di muovere verso i ben più burrascosi lidi dei big three. O meglio, not so big. Quantomeno il MoVimento 5 Stelle. La masnada di Di Maio si è presentata al gran ballo stremata da un anno di battaglie interne, esterne e collaterali, con pressoché qualunque attore politico e non che abbiano incontrato sul loro barcollante percorso. Non sorprende tanto il calo, quanto piuttosto la sua entità: -15% in 14 mesi, dei quali 12 di governo. Come leggere il dato? Le chiavi fondamentali di lettura sono 3. Anzitutto, l’assoluta inutilità politica del Reddito di Cittadinanza. Complementare quest’ultima a quella economica, palesata anche da un numero di richieste inferiore a quello sperato (o temuto, se non siete keynesiani). Ben si spiega allora la seconda ottica: il completo fallimento, da parte del MoVimento, nel far seguire la propria pars destruens (quella akkasista e terzarepubblichista, per intenderci) ad una pars costruens tale da conferire ai grillini una reale identità. Ne consegue, quasi automaticamente, la terza: l’esaurimento della sua funzione storica di traghettatore di un paese senza identità verso un nuovo partito strutturato ed egemonico. Ma ritorneremo sul punto.

Grande risultato, invece, per il Partito Democratico. Riesce, dopo un anno a dir poco complesso, ad attestarsi in un comodo fortino da 22% di preferenze, sotto la guida del determinato e accaldato Zingaretti. Grande risultato, dicevamo. Non esattamente. Oltre le apparenze ictu oculi, i Dem non sono avanzati di un centimetro: a fare bene i conti, l’esito è analogo a quello della coalizione del fatal 4 marzo. L’unica differenza? La lista unitaria in luogo della coalizione. Le conclusioni sono univoche. Il PD non è l’alternativa ai 5 Stelle. Lo è mai stato? Non pare opportuno affermarlo. Se è infatti vero che i grillini si siano giovati dei transfughi democratici lo scorso anno, è del pari corretto affermare che il bacino elettorale dem sia ormai da ricercare (e tutte le analisi del day after puntano in questa direzione), nella borghesia cittadina, negli Hipster Democratici e nei Socialisti Gaudenti. Prova ne sia l’incontrastato successo Democratico nei centri di Milano, Torino, Roma, nonché a Firenze.

Possiamo ora interessarci dell’elefante nella stanza, la manifestazione politica dello zeitgeist nazionale. Matteo Salvini. Opportuno non confonderlo con la Lega. Ha vinto Salvini, ricordiamolo bene. La preferenza più votata sul territorio nazionale, del resto, è sua, e non è di certo un caso. Non attendeva altro che l’investitura definitiva. E l’attendeva dal 5 marzo dello scorso anno. L’ha attesa per tutto l’inverno, consolidando la sua identità di forza sovranista con la non banale capacità di attrarre voti sia moderati che estremisti strizzando l’occhio all’uno e all’altro lato con sorprendente, ed inquietante, abilità. E così è arrivata: con tanto di foto celebrativa, apparizione alla finestra, e live streaming d’ordinanza, è stato acclamato primo tra i ministri. Primo ministro, se vogliamo: non è un caso che di Conte non si abbiano notizie da 24 ore. Non sorprende, peraltro, che le prime dichiarazioni del Capitano siano state una novazione unilaterale del contratto di governo: fisco, grandi opere, pene ed economia. I trend dell’estate-autunno 2019 sono già sul tavolo. Merita una menzione l’analisi cromatica della penisola: il verde, che ora domina l’intero centro-nord, è ormai penetrato anche al meridione, mai diventato l’inespugnabile roccaforte che pentastellati agognavano. Giusto un anno fa scrivevo “la Lega [rectius, Salvini] marcia a sud”, subito dopo il fallimento del primo tentativo di formazione del governo Conte. Avevo ragione.

Per quanto perentorio possa sembrare però questo verdetto, il futuro è tutto men che chiaro. Sembra lontano, invero, il voto: troppo complessa la finanza statale per poter formare un governo a partire da settembre. Non è neanche chiaro quale sarà il reale potere di Salvini sul governo: com’è stato sagacemente detto, il Contratto di Governo è il miglior alleato di Di Maio e della sua squadra: ogni proposta dal lato destro di Palazzo Chigi, dovrà imporsi con la forza della dialettica e non dei numeri. E incombe ora il rischio, per Salvini, del tracollo. È riuscito dove Renzi era caduto: nella personalizzazione del voto. Ne sconterà, nei mesi a venire, lo scotto: la spada di Damocle pende silente sulla sua testa.

Non credo ci sia altro da trattare.

Anche perché, dopo l’ennesimo voto che palesa l’ingovernabilità di questo paese, non c’è davvero più nulla da dire