A cura di Matteo Politano e Alberto Rando-

Tutto iniziò a Bruges il 20 settembre 1988, quando Margaret Thatcher, in un famoso discorso passato alla storia come “il Discorso di Bruges”, stabilì quello che è stato analizzato da lì in poi come il “suo” europeismo, e anche il suo euroscetticismo. Ma la verità è che quel discorso sintetizza sotto moltissimi aspetti la stessa visione britannica dell’Unione Europea degli ultimi 50 anni, sia da un punto di vista storico che culturale.

Troppo spesso l’euroscetticismo thatcheriano è stato percepito più che altro come una concessione a sentimenti nostalgici, come un omaggio rituale a particolarismi nazionali. Nella maggior parte dei casi, invece, non è stato colto il senso politico dell’opposizione della Thatcher ad un superstato europeo, e non è stato compreso come tale posizione si integrasse in modo sostanziale nella sua impostazione liberale complessiva. Certamente nella sua battaglia contro Bruxelles, la Thatcher fece leva anche sul sentimento identitario degli inglesi, ma la valenza della sua difesa dell’indipendenza britannica andava ben oltre l’attaccamento ad alcune simbologie ed abbracciava questioni fondamentali da un punto di vista di politica istituzionale. La Premier non fu mai un’antieuropeista tout court, anzi fu una convinta assertrice dell’ingresso della Gran Bretagna nel mercato unico e quindi dell’integrazione economica europea. Reputava tuttavia l’Europa politica non il “necessario complemento” dell’integrazione economica, bensì il tradimento delle fondamenta liberali dei primi trattati continentali.

Come espresse chiaramente nel Discorso, riteneva una contraddizione estrema il fatto che, proprio nel momento in cui una parte d’Europa cominciava a prendere atto del fallimento drammatico di politiche che pretendevano di guidare tutto dal centro, e cominciava a scoprire che il successo dipende dalla parcellizzazione del potere e dalla decentralizzazione delle decisioni, l’Occidente, invece, rinnegasse questi princìpi – che fino a quel momento avevano fatto la sua fortuna – e si muovesse in direzione opposta.

Nella visione thatcheriana, l’Europa politica era destinata ad essere un’entità artificiale, non sostenuta da un substrato storico e culturale. Questo avrebbe accresciuto la distanza tra governanti e governati e quindi avrebbe diminuito il livello di rappresentatività e di legittimazione dei decisori politici. Se il progetto era quello di forgiare un’identità nazionale continentale e con essa un “uomo nuovo europeo”, allora ciò avrebbe significato un profondo impoverimento per un continente la cui ricchezza è stata proprio la straordinaria diversità e pluralità culturale.

Eppure, per quanto scettici, dopo anni di lotte anche interne allo stesso Partito Conservatore (al Governo dal 1979 al 1997), sia in un primo momento con la stessa Thatcher sia, soprattutto, con John Major successivamente, gli inglesi hanno realisticamente accettato, pur stabilendo ogni volta diversi paletti, la necessità di tenere il loro Paese unito alle altre nazioni europee. In particolare, Major nel 1992 firmò il Trattato di Maastricht, pur con tutte le suddette riserve politiche e culturali proprie di quei Conservatori (e non solo) legati ad una tradizione europea che non prevedeva vincoli di carattere economico tra gli Stati.

Evoluzione dell’Unione. Nei successivi 12 anni, diventò premier britannico Tony Blair, volto nuovo del laburismo inglese e della sinistra mondiale, più centrista, moderata ed europeista.

E, nel frattempo, il processo di integrazione europea continuava: una volta creata la moneta unica e istituito il SEBC con la Bce al vertice (1999), seguì una fase in cui vennero posate le “pietre angolari” dell’edificio. Al 2001 risalgono la Prospectus Directive sull’ammissione degli strumenti finanziari, e, soprattutto, l’architettura di vigilanza ispirata dal rapporto Lamfalussy; nel 2004 fu approvata la prima Mifid.

La fase successiva vide invece un completo cambio di paradigma. Innanzitutto, per quanto attiene alla supervisione del sistema finanziario, fu attuata la trasformazione dei «comitati» in «autorità» micro-prudenziali, che, unita alla creazione di un ente macro-prudenziale europeo, dedicato alla mitigazione del rischio sistemico, rappresentò uno spostamento delle funzioni regolatrici essenziali dalle istituzioni politiche – il Parlamento e il Consiglio dei ministri, che intervengono nell’iter di regolamenti e direttive – a organismi dal profilo puramente tecnico.

Le idee della Iron Lady. Trent’anni dopo il discorso di Bruges, l’Europa non è quella immaginata da Margaret Thatcher. Come ricordò il primo ministro in quell’occasione, il Regno Unito aveva prosperato da solo, ma grazie al suo cosmopolitismo. Aveva, comunque, sempre contribuito all’identità europea, ricevendo numerosi benefici dall’interazione con gli altri Stati. «Incoraggiare l’impresa», disse la Thatcher, era dunque la chiave per il successo della Comunità. La ricetta giusta era quella degli shock in ambito regolatorio: sia internamente agli Stati membri, sia nel recinto di quel Mercato unico che sarebbe nato di lì a poco, sia verso l’esterno con la promozione del libero scambio. Traducendo questi obiettivi in termini di politiche macro-finanziarie, la Lady di Ferro individuò quattro direttrici: dare seguito all’impegno della allora Cee per la libera circolazione dei capitali; abolire ogni controllo sui cambi; liberalizzare pienamente il mercato dei servizi bancari, assicurativi, d’investimento; «fare maggior uso dell’Ecu». Se guardiamo al presente, il quarto obiettivo – tradottosi nella definitiva adozione dell’euro – ha inglobato il secondo, perché nell’Eurozona il concetto di cambio è venuto meno e le valute ufficiali degli altri Paesi Ue non sono vincolate alla parità con la moneta unica. Riguardo al primo e al terzo obiettivo, invece, la situazione è invece molto più discutibile. La Corte di Giustizia dell’UE è oggi inondata da cause che contestano a Bruxelles la violazione del principio di libera circolazione dei capitali, perlopiù in ambito assicurativo, e la recente “Insurance Distribution Directive”, simile a Mifid II, non sembra il mezzo ideale per invertire la tendenza. La creazione di un autentico level playing field nel settore finanziario è ancora ben lungi dall’essere raggiunta, come lo stesso legislatore della Mifid II ammetteva nei «considerando». In quanto ad armonizzazione, le due direttive in questione – e, ancor più segnatamente, il regolamento Mifir – compiono un intervento formalmente massiccio, la cui efficacia è però tutta da dimostrare.

Va considerato anche il Referendum Scozzese, prendendo comunque le debite distanze dal referendum del 23 giugno del 2016. Il 18 settembre 2014 i cittadini scozzesi sono stati chiamati a scegliere se la loro porzione di Isola, la Scozia appunto, dovesse essere uno Stato Indipendente. Emblematico che il partito proponente, ossia il Partito Nazionale Scozzese, fosse pienamente favorevole a restare nell’Unione Europea, pur separato, politicamente, dall’Inghilterra. L’esito non ha premiato gli Indipendentisti, il NO all’Indipendenza raggiunse il 55,30% dei consensi: 2 milioni di voti, su una popolazione di oltre 3 milioni di abitanti. Per esito e ampiezza, il referendum non è paragonabile alla Brexit, ma evidenzia comunque la controversa situazione: un partito secessionista, ma europeista, viene sconfitto. Il sentimento antieuropeo potrebbe essere stato rafforzato dalla convinzione che gli scozzesi preferissero l’unità europea piuttosto che l’unità della Gran Bretagna?

La giungla di Calais. Tra il gennaio 2015 e l’ottobre 2016, nella parte Francese dell’Euro Tunnel – nello specifico nella città di Calais – vi furono migliaia e migliaia di migranti, accampati, in attesa di poter

attraversare la Manica. Per mesi le forze dell’ordine francesi faticarono a tenere l’ordine in quella che venne chiamata la Giungla, vista la situazione in cui versavano le migliaia di persone. I fatti di Calais erano da collegare alla drammatica situazione in Medio Oriente, specialmente in Siria, e nell’Africa subsahariana, ove quello che non fanno la fame e la carestia, lo fanno i governi locali. Tuttavia, questa situazione di immigrazione incontrollata ha catalizzato molte paure e pregiudizi che già erano presenti in Gran Bretagna, ma che in quei mesi divennero sempre più palesi, unendosi anche alla criticata gestione europea del fenomeno migratorio. Non solo i sostenitori dello UKIP, ma anche influenti membri del Partito Conservatore, continuavano a mal sopportare le politiche europee.

Il lungo, incerto cammino del Regno Unito. Il 23 giugno 2016 il 51,89 % dei cittadini britannici ha scelto l’opzione LEAVE, ossia l’applicazione della procedura ex art. 50 TFUE, che permette ad un Paese membro di uscire dall’Unione. Non ci sono precedenti per questo tipo di procedura, per questo non è facile trovare un’intesa che permetta di regolare i rapporti post-uscita. Sia la Gran Bretagna che l’Unione si dotano di organi per negoziare: per il Regno Unito, il 13 luglio è nominato David Davis Segretario di Stato per l’Uscita dall’Unione, mentre il negoziatore capo per l’Unione è Michel Barnier, dal 27 luglio 2016. L’8 settembre 2016, il Parlamento Europeo nomina Guy Verhosfstadt per i negoziati concernenti i rapporti tra Parlamento e Regno Unito. Il Referendum del 23 giugno 2016 ha statuito sulle intenzioni, ma spetta al Parlamento, una volta consultato, decidere l’uscita, lo ha stabilito la Corte Suprema inglese, pronunciandosi il 24 gennaio 2017. Il Governo May ha poi, il 26 gennaio, presentato alle Camere l’Atto di Uscita, approvato dai Comuni il 13 marzo 2017. Il 29 aprile 2017 il Governo May ha avviato la procedura dell’art.50 TFUE. Il 23 settembre 2017, il Regno Unito è declassato da Moody’s per affidabilità creditizia. Ciò nonostante, il 10 di novembre 2017 la Premier britannica annuncia la data di uscita dall’Unione (29 marzo 2019 alle 23:00), ma sorgono problemi, soprattutto per quanto riguarda la circolazioni di merci e persone tra Ulster e Repubblica d’Irlanda. Quando sembrano raggiunti degli accordi tra Regno Unito e Unione per i futuri rapporti, il Segretario di Stato per l’Uscita, Davis, in disaccordo sull’esito delle trattative, si dimette: è l’8 luglio 2018. Al posto di Davis viene nominato Dominic Raab, anch’egli dimissionario il 14 novembre 2018, per divergenze sugli accordi. A Dicembre 2018, la Premier, viste le forti opposizioni interne al suo partito e nella coalizione, tenta di ridefinire alcuni aspetti dell’accordo con i vertici della Commissione. Il 15 gennaio 2019, la Camera dei Comuni boccia anche questi nuovi accordi, facendolo anche il 12 e il 29 marzo, posticipando l’uscita dall’Unione No Deal al 12 Aprile 2019. La premier May nei giorni seguenti tenta un’intesa coi Laburisti di Corbyn, mentre un’ulteriore discussione è rinviata al 31 ottobre 2019, data accordata dall’Unione. A pochissimi giorni dal voto per il rinnovo del Parlamento europeo, in programma per il 26 maggio 2019, Theresa May, all’esito dell’ennesimo mancato accordo sulla Brexit, annuncia le proprie dimissioni, che saranno rese effettive il 7 giugno.