Di Giulio Menichelli-

Il nostro è un Paese eterogeneo. Da nord a sud sono molti e diversi i costumi, le tradizioni, i modi di fare, a tal punto che è difficile immaginare l’Italia come una nazione in senso proprio. Eppure, la nostra Costituzione usa espressamente il termine Nazione, e lo fa in ben tre occasioni: quando tutela il paesaggio e il patrimonio artistico, quando delimita la rappresentanza parlamentare, quando indirizza il pubblico impiego. La scelta dei padri costituenti è quella di ricordare come qualche decennio prima della carta costituzionale si fece una scelta precisa.

Nel 1861, infatti, si iniziò un percorso unitario, in cui piemontesi, toscani, lombardi, napoletani, siciliani, decisero – più o meno volentieri – di cedere una parte della loro specificità per diventare italiani, membri di una comunità più ampia, figli di una nuova patria, per trasformare l’Italia in qualcosa di più di un collage di tradizioni, in una Nazione.

Se questa è la scelta dei nostri avi, viene da chiedersi se la pensiamo ancora allo stesso modo. Se anche nella Costituzione repubblicana l’intento è unitarista, in realtà è emersa, già in fase di stesura, una forte esigenza autonomista da parte delle articolazioni territoriali del Paese, che ha portato al regionalismo del titolo V della stessa carta, e alla sua riforma in senso ancora più decentrante, del 2001. Per non parlare delle autonomie speciali – si pensi alla Sicilia, che, con orgoglio, rivendica da un lato l’avere il suo statuto speciale da prima della Costituzione, dall’altro le molteplici stravaganze istituzionali che la caratterizzano, come i “deputati” dell’ARS, e il Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione siciliana.

Negli ultimi mesi, grazie anche agli strumenti forniti dalla stessa riforma, il dibattito si è rinvigorito, perché alcune regioni del nord, stanche di dover fare da traino economico per il resto della penisola, hanno richiesto maggiori forme di autonomia, dando vita a quello che viene definito regionalismo differenziato.

Ci sono però alcune riflessioni da svolgere. In primo luogo, è curioso il momento storico in cui si palesano queste richieste. Fino ad un mese fa, infatti, al governo c’era la Lega, partito nato con un forte sentimento indipendentista, poi edulcorato in federalista, e da ultimo ricalibrato in sovranista-nazionalista per evidenti esigenze elettorali. E in quello stesso governo erano previsti ben due ministeri per le Regioni: uno per gli affari regionali, ed uno per il Sud. E proprio tale governo è stato accusato di proporre intese farsa che sostanzialmente non rispondevano alle richieste autonomiste delle regioni.

In secondo luogo, queste istanze comportano un cambio di paradigma istituzionale quantomeno allarmante. Se ieri, infatti, era il sud ad essere abbandonato a sé stesso, ora è il nord a percepirsi come tale, e non solo quel nord storicamente indipendentista che si scagliava contro Roma ladrona, ma anche Regioni come l’Emilia-Romagna, da sempre roccaforte della sinistra, oggi Partito Democratico, da sempre partito fortemente unitarista e centralista.

Infine, e soprattutto, in una situazione politica instabile come quella che segue la Crisi d’agosto, questo dibattito non fa che esasperare la frustrazione di un paese diviso, non solo politicamente ma anche geograficamente, e non più solo tra nord e sud, ma tra Regione e Regione, richiamando quello che era l’Italia preunitaria.

Perciò, in questo numero, abbiamo deciso di occuparci della tensione tra autonomia ed unità, perché se è vero che la nostra Costituzione dice che la Repubblica è una e indivisibile, è anche vero che al suo interno vi sono delle divisioni non sempre superabili.