di Elisabetta Cannavò-

La Sicilia divenne autonoma prima che l’Italia diventasse una Repubblica. Lo statuto speciale siciliano è il risultato di un accordo fra lo Stato italiano e la Sicilia, emanato con decreto regio da Re Umberto II il 15 maggio 1946.

Grazie allo Statuto autonomo, la Regione può legiferare con propri atti sia nelle materie indicate dalla Costituzione sia in quelle previste dallo stesso Statuto.

La storia di decenni di autonomia in Sicilia ha visto momenti di vivacità che hanno portato a definire la politica siciliana come il modello autonomistico per eccellenza.

Tuttavia, nel corso del tempo la grande isola ha registrato tassi di crescita minima, cancellando prospettive di futuro per chi abita questa splendida e disgraziata terra.

Se i fallimenti dei governi siciliani sono addebitabili all’impianto autonomistico, forse, non lo sapremo mai con certezza. La Sicilia ha portato su di sé tanti fardelli e risulta difficile, pertanto, verificare quale tra questi abbia maggiormente contribuito all’attuale situazione di stasi.

In questi 73 anni di autonomia, non sono mancate le voci degli oppositori al progetto autonomistico.

Le opinioni anti-autonomia lamentano, innanzitutto, l’immaturità della politica siciliana nella gestione dell’autonomia stessa. In particolare, sulla questione, riporto la tesi dell’economista Pietro Busetta, che parlò dell’autonomia come di un’opportunità e ritenne che la Sicilia, piuttosto, l’abbia vissuta come un limite. Rimproverò alla classe politica siciliana l’uso distorto della stessa: “Le lobby locali, i portatori di interesse hanno esercitato una pressione sul fragile sistema locale che ha portato ad un impiego delle risorse ‘deviato’. […] E certamente ci sono stati episodi criminali di cedimento di fronte alle minacce o alle lusinghe della mafia. Di fatto le risorse sono andate sprecate. E continua troppo spesso ad essere così a troppi livelli”.

L’economista suggerì quale fosse, secondo lui, la via per lo sviluppo della regione: partire dal potenziamento delle infrastrutture, riconoscendo in queste un polo di attrazione di investimenti e crescita.

In opposizione alle tendenze anti-autonomiste, un’inedita indagine demoscopica dell’Istituto Demopolis, condotta nei primi 15 mesi della Presidenza di Musumeci, ha evidenziato un certo favore per il sistema autonomista e segnali di crescita della fiducia nelle istituzioni, nonostante i livelli si mantengano bassi. È stato chiesto ai cittadini siciliani un parere circa le sorti del sistema autonomista e l’analisi ha registrato che il 18% non esprime riserve sull’istituto; il 60% sostiene l’autonomia ma la considera mal gestita; oltre un quinto, invece, la abolirebbe. L’ipotesi del rilancio dell’autonomia, perciò, vince.

Nel clima di opposizione al sistema autonomista, è molto efficace il commento di Pasquale Hamel, studioso della storia siciliana: “il sicilianismo, da intreccio perverso tra arrogante senso di superiorità e inconcludente vittimismo rivendicazionista, deve diventare lo sforzo umile e pieno di concretezza personale di un popolo che voglia accettare la sfida della modernità”. Suggerisce così, al popolo siciliano, di abbandonare il sogno di una autonomia collaborativa con lo Stato italiano finché non raggiungerà adeguati livelli di modernità ed efficiente gestione.

Come la maggior parte dei siciliani, rivendico l’autonomia, costituzionalmente garantita, e respingo, infatti, opinioni estremiste di superamento della stessa. Nonostante le già citate problematiche del modello siciliano, riconosco la necessità del mantenimento del sistema autonomista. È una conquista storica non eradicabile.

Tuttavia, è sempre utile ascoltare le riflessioni degli oppositori, riporto infatti un passaggio interessante del commento di Hamel. Lo studioso si augura che la Sicilia possa cogliere l’autonomia con l’intenzione di trasformarla in opportunità e non già in mero potere personale. Fino ad ora, ha largamente dominato la seconda opzione. L’obiettivo prossimo è, pertanto, quello di aprirsi alla modernità e reinventare strategie per un’uscita rapida dall’arretratezza a cui il popolo siciliano ha per troppo tempo assistito