Di Carla Scalisi-

 

La morte di Jacques Chirac segna una grande perdita. La Francia piange un grande uomo politico, uno dei pochi della sua generazione che possa definirsi tale.

La sottilissima linea intercorrente tra la celebrità e l’intimità si interpone spesso e prepotentemente tra l’homo politicus e l’homo intumus e, naturalmente, Jacques non sfugge a questa inesorabile legge nella natura. 

È molto difficile cercare di comprendere cosa si nasconda dietro il personaggio pubblico di Chirac,  le origini del bisogno di ergersi a baluardo in difesa di una nazione con lo stesso rigore di un generale, la stessa grandeur di un imperatore e lo stesso amore di un padre. 

Al di là di questa aberrante demarcazione tra l’uomo di stato e l’uomo vero, si cercherà in ogni modo di tessere un “fil rouge” che, legando una serie di meccanismi di causa-conseguenza, riuscirà a risalire alla genesi del personaggio, cercando di analizzarne i mille volti.

“Plus de quarante années de vie politique avaient fait de Jacques Chirac un visage familier. Et que nous partagions ou non ses idées, ses combats, nous nous reconnaissions tous en cet homme qui nous ressemblait et nous rassemblait.” – ecco come esordisce il giovane presidente Emmanuel Macron nel rendere omaggio ad uno dei suoi più illustri predecessori. Chirac era, innanzitutto, l’homo politicus, figlio di uno dei più bei periodi della Francia, quello del boom economico, quello della vie en rose, quello della rinascita e delle grandi cause internazionali. 

Siamo negli anni 60. Le yé-yé impongono il loro modus vivendi, le giovani francesi cotonano i loro capelli alla pin-up, le famiglie si allargano, i televisori troneggiano nei salotti e il giradischi viene progressivamente sostituito dal mangianastri. Nei quartieri studenteschi, invece, il tempo sembra essersi fermato. Vi si incontrano giovani espiègles, che indossano maglioni neri a collo alto, recitano versi di Rimbaud, Baudelaire o Cocteau nel quartiere latino, irrorano il corpo di pastis, danzano il twist, ascoltano Edith Piaf e sognano ad occhi aperti leggendo Prévert. Bramano di cambiare il sistema, di modernizzarlo, di rivoluzionarlo, prendendo spunto dai loro predecessori. Tra di loro c’è Jacques, brillante studente dell’ENA, simpatizzante del partito comunista e gollista convinto. Ha in mente un piano: lasciare le proprie tracce nel mondo della politica francese e contribuire alla modernizzazione di una nazione leader in seno alla Comunità Europea e internazionale. La strategia è semplice: punti chiari e pochi intoppi. Doppia elezione all’Assemblée Nationale e al Ministero dell’Economia e delle Finanze, Presidenza del Consiglio durante i mandati di Corrèze e Giscard, amicizie fedeli del calibro di Pompidou, Marie-France Giraud e Pierre Juillet e creazione di Rassemblement. Queste tappe sono prodromiche al primo asso di coppe della strategia di Chirac: l’Hotel de Ville, ove si installerà per 3 mandati consecutivi, nel periodo intercorrente tra gli ultimi anni 70, l’intera decade degli anni 80 e i primissimi anni 90. Pochi interventi ma efficaci, tra i quali la bonifica stradale di Parigi, in particolare la zona delle Halles e degli Champs Elysées, il riassetto generale della città attraverso un dettagliato piano regolatore e l’inaugurazione di diverse biblioteche e mediateche comunali e nazionali. 

La mossa del cavallo giunge, invece, dall’ospedale Cochin, nota come Appello di Cochin, un virulento attacco nei confronti delle istituzioni europee, a suo dire in fase di estrema involuzione, lamentando una mancanza di strategie politiche efficaci, perché estremamente obsolete e non di pari passo con i tempi attuali. Tale dura sferzata rende spaesato ed indispone un popolo francese a tratti conservatore, per paura di un’eventuale perdita di stabilità economica, sociale, politica e istituzionale ad opera di un così radicale personaggio. Motivo per cui Chirac tornerà a casa dalle Europee del ‘79 con un esiguo 16% di consensi. Decide, dunque, che la strategia migliore sia quella di legare con l’allora attuale (ma già ai tempi obsoleta) classe dirigente. Ne deriva un incarico di Primo Ministro durante il mandato di Mitterrand, per 7 anni filati, ovvero 2 mandati consecutivi, dal 1981 al 1988. La strategia della “meteora”, poi, la conoscono tutti e, sicuramente, sarà fonte di ispirazione per un certo Macron che, così come Chirac nei confronti di Mitterrand, decise di “emanciparsi” dal pater Hollande.

Prima tornata: la strategia non funziona come da previsione, motivo per cui Chirac decide di puntare sul sociale, costruendo una campagna dal sapore di liberalismo in netto contrasto con le convinzioni politiche di Balladur, conservatore convinto e affermato. Nel 1995 diviene, dunque, ventiduesimo Presidente della Repubblica francese, per 2 mandati consecutivi, sino al fatidico 11 marzo 2007 in cui, facendo appello alla popolazione francese attraverso un annuncio trasmesso in diretta televisiva, annuncia il suo volontario ritiro dalla scena politica, spalleggiando esplicitamente l’allora emergente Sarkozy e supportandolo nella progressiva scalata al potere. 

Al di là del Jacques Chirac ben fisso nell’immaginario collettivo vi è Jacques intumus, il marito, padre esemplare, il campagnard, l’uomo grande, ossuto, muscoloso e nerboruto, impulsivo, franco, brutale e tagliente quanto basta. Pieno di energia, un “rullo compressore”, una fucina in continuo movimento, un vulcano di idee, talmente esplosivo da scioccare anche una donna di ferro come la Thatcher. Un pozzo senza fondo. Un uomo dall’appetito inestinguibile, con un’immensa fame e sete non solo di cibo, ma anche di riuscita. Un uomo pieno di cultura, il cui cervello sembrava esplodere da un momento all’altro. Aveva una grande passione per le culture orientali e l’arte. Parlava il giapponese e il russo a meraviglia, amava l’arte e si interrogava costantemente sul significato delle cose.

La sua vita personale non fu proprio semplice. La figlia Laurence, dopo una grave meningite, si ammalò di anoressia nervosa, malattia che la divorò e la debilitò progressivamente di quasi tutte le sue funzioni vitali, sino alla morte prematura nella cinquantina. L’unico suo vero baluardo, però, restò la moglie, Bernadette, con cui non condivise unicamente il letto nuziale, ma anche la poltrona. Brillante donna politica, Bernadette oggi resta vedova e volutamente al di fuori della scena pubblica. 

Ha preferito omaggiare il marito defunto facendo prova di inimitabile classe, dignità ed eleganza. 

Nei giorni successivi alla sua dipartita, la Francia ha pianto e omaggiato un padre, un presidente, un baluardo, una colonna portante di una delle più grandi nazioni al mondo.

Chirac ci lascia un’immensa eredità: le sue accese lotte per la realizzazione di obiettivi estremamente cari a lui e a tutti i francesi. Fu il primo a occuparsi di spinose questioni storiche e sociali, come la convivenza tra Francia e Arabia, patrocinando la costruzione del Musée du Quai Branly, interamente dedicato alla valorizzazione alle culture orientali. Fu il primo ad ammettere direttamente le colpe della Francia e la fondatezza delle accuse di collaborazionismo mosse nel periodo post-resistenza.

Fu molto attivo nell’ambito internazionale, grazie al suo intenso impegno nelle campagne ONU e nelle guerre di Iraq e Palestina. Fu un grande paladino dei diritti umani, in prima linea nella delicata questione dell’aborto, molto cara all’immensa Simone Veil, nella lotta contro il cancro, nella ricerca di tipo medico-scientifica e nel trattamento e nella cura delle malattie mentali, con in mente l’idea di preservare sempre ed in ogni circostanza la totale dignità dell’individuo oggetto di dette cure. 

Resta al popolo e, dunque, ai posteri saperne cogliere l’essenza.