A cura di Marco Romolo

I cinque anni di studio nei quali si deve imparare tutto senza applicare niente.

In tutt’Italia la stragrande maggioranza dei corsi di giurisprudenza sono così. Bisogna conoscere bene il diritto, le sue fonti, il suo codice. Della sua applicazione però? Poco importante secondo le nostre università. Al limite vi è qualche caso da studiare che poi, forse, verrà chiesto all’esame.

Comparando con altre facoltà come medicina, ingegneria o economia non siamo neanche lontanamente sullo stesso piano. Gli aspiranti medici incominciano ad entrare negli ospedali fin dal secondo anno. Ad ingegneria senza progetti non si arriva ad avere neanche la triennale. Per gli economisti invece gli esami, a patto che non siano di diritto, consistono nella risoluzione di esercizi o problemi concreti. Si potrebbe argomentare però che, essendo queste facoltà scientifiche, il metodo di studio è diverso, quello di insegnamento pure e così il paragone non regge.

Ciò non spiegherebbe però come mai questa differenza non la ritroviamo all’estero.

Dalla Francia alla Gran Bretagna finanche alla Polonia il livello di pratica giuridica nelle facoltà straniere è ben superiore al nostro, il quale è essenzialmente inesistente.

Uno dei migliori esempi è il sistema tedesco, dove nonostante la teoria venga insegnata nelle Vorlesungen, le lezioni nel senso classico del termine, gli studenti devono invece essere esaminati nell’ambito delle Übungen, le esercitazioni, nelle quali vengono affrontati casi giuridici reali e viene insegnato agli studenti a spiegarli e a risolverli in uno stile molto rigoroso denominato “Gutachtenstil”.

In sintesi, se volessimo inserire un po’ di pratica nello studio del diritto, non si tratterebbe semplicemente di passare dalle prove orali a quelle scritte ma bensì di accostare delle esercitazioni alle lezioni ed affrontare problemi pratici all’esame.

Tutto ciò migliorerebbe anche il metodo valutativo, agevolando la differenziazione tra chi acquisisce e comprende la materia da chi applica uno sterile studio mnemonico fine a sé stesso.

La realtà è che lo studente di giurisprudenza “medio” nel bel Paese vive per cinque anni in una bolla, nel suo piccolo nido, al sicuro tra montagne di codici e manuali, lontano dalla reale applicazione del diritto e dalla sua attiva interazione con la società.

L’acquisizione teorica e l’applicazione pratica sono strettamente legate e devono crescere in parallelo per creare studenti preparati. Senza questi cambiamenti continueremo a produrre giuristi in teoria preparati, in pratica no.