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di Elena Mandarà-

L’avvento della tecnologia blockchain ha destato non poca preoccupazione fra coloro che operano nel settore legale, dato che le si riconosce la potenzialità di gettare nel dimenticatoio fa figura del buon caro e vecchio avvocato e, più in generale, delle figure professionali che operano in ambito legale, come ad esempio i notai. In primo luogo, infatti, la tecnologia blockchain potrebbe essere sfruttata per una più sicura certificazione e conservazione dei documenti, garantendo gli stessi da qualunque forma di manomissione o attacco (c.d. notarizzazione). Diverrebbero di fatto inutili, quindi, tutte quelle operazioni finalizzate ad attribuire validità legale ai documenti. Più in generale, il fatto che la blockchain  sia fondamentalmente un database decentralizzato, basato sul rapporto peer-to-peer fra i suoi fruitori, fa venir meno l’esigenza di qualunque figura intermedia chiamata a svolgere il ruolo di garante nell’accordo fra due parti. La fiducia accordata da queste ultime, infatti, non è più legata alla terzietà del garante, bensì alla tecnologia stessa, che con i suoi caratteri di trasparenza ed immutabilità dei dati, consente di operare in sicurezza e mantenere il controllo sulle operazioni svolte. La condivisione di informazioni accessibili a tutti stravolgerebbe, poi, le cosiddette pratiche di due diligence, ossia l’attività di investigazione e di approfondimento delle informazioni relative ad una determinata trattativa. Questa attività, sino ad ora appannaggio esclusivo dei soggetti autorizzati all’accesso ai dati, potrebbero essere svolte in maniera molto più agevole e trasparente, direttamente da coloro che operano sulla piattaforma blockchain. L’ambito applicativo della blockchain che più fa discutere per i pericoli a cui espone la figura dell’avvocato, resta però certamente quello degli smart contract. I cosiddetti “contratti intelligenti” (anche se, più correttamente, andrebbero definiti semplicemente “automatici”) si basano su un codice capace di riconoscere le clausole previamente inserite dalle parti, verificare quali siano le necessarie condizioni affinchè si realizzino gli effetti giuridici ad esse ricollegati e far sì che i suddetti effetti si producano soltanto nel momento in cui tali condizioni siano venute ad esistenza. Apparentemente, dunque, non sarebbe necessario l’intervento di alcuna figura “terza”  nella stesura di tali contratti. Un’analisi più attenta del fenomeno, però, impone delle riflessioni diverse. Anzitutto, è chiaro che le parti debbano previamente accordarsi sulla portata delle clausole contrattuali da sottoscrivere. Ed altrettanto chiaro è che l’elaborazione del contenuto del contratto non possa prescindere dall’assistenza di un legale, in grado di prospettare al proprio cliente le soluzioni migliori per quel caso specifico. Nella fase che precede la vera e propria redazione del contratto, l’avvocato sarà, dunque, chiamato a svolgere un ruolo di mediatore fra le parti, consentendo loro di giungere ad un accordo condiviso. Al contempo, va posto un problema di comprensibilità, nonché di “traduzione” dei concetti giuridici in linguaggio informatico, dato che gli smart contract sono scritti nel linguaggio binario codicistico. Questi aspetti rendono assolutamente necessaria una collaborazione sinergica fra programmatori e giuristi, collaborazione che presuppone, a sua volta, una conoscenza quantomeno basilare della materia informatica da parte dei legali. Non è necessario che gli avvocati siano anche programmatori, ma è assolutamente indispensabile che siano in grado di dialogare con questi ultimi e che comprendano il funzionamento della tecnologia sottostante agli smart contract, affinchè possano concretamente assistere i propri clienti e verificare la rispondenza del contratto alle loro richieste. Nel parlare di comprensibilità, infatti, ci si riferisce al fatto che le parti non saranno – nella maggior parte dei casi – in grado di leggere il contratto nel suo linguaggio “originale”, ossia quello binario, e, di conseguenza, non potranno verificare la rispondenza fra quanto da loro deciso e quanto “scritto” dal programmatore. E’ su quest’ultimo, infatti, che si sposta la fiducia delle parti e l’avvocato dovrà essere in grado di garantire loro un’adeguata tutela. In relazione alle ipotesi contrattuali più semplici, una strada che sembrerebbe percorribile, è quella della creazione di un vero e proprio mercato di smart contract standard scritti da avvocati, fra i quali i clienti possano scegliere il modello che più si adatta alle proprie esigenze. In questo modo il lavoro dell’avvocato si arresterebbe alla fase della stesura dei modelli contrattuali, messi poi a disposizione della clientela. Molti esperti hanno però evidenziato l’inadeguatezza della struttura degli smart contract a soddisfare le esigenze più complesse. Questi contratti, infatti, si basano sullo schema “if this, then that”, ossia su uno schema rigido e incapace di garantire un adeguato grado di flessibilità sia in fase interpretativa che esecutiva. Il linguaggio binario, poi, non sembra in grado di rendere adeguatamente la portata di quei concetti giuridici “astratti” e, per questo, capaci di adattarsi alle circostanze più varie e garantire  l’effettività dell’accordo contrattuale. Un esempio per tutti, è dato dal concetto di “buona fede”, a cui il nostro codice fa spesso ricorso. Si ritiene, dunque, che le fattispecie più complesse non potrebbero rientrare nell’ambito applicativo degli smart contract. A questo punto, è possibile fare una primissima riflessione sul reale impatto che la blockchain avrà sulla professione legale. In una visione meno catastrofica rispetto a quella prospettata da molti, si deve ritenere che anche nel prossimo futuro ci sarà spazio per gli avvocati, ma è chiaro che cambierà – e non di poco- sia il loro ruolo che il tipo formazione e la preparazione necessarie ad affrontare il mercato del lavoro. Sotto il primo punto di vista, infatti, come visto, andrà a delinearsi una figura professionale chiamata a svolgere prevalentemente consulenza, assistenza e mediazione, e, al contempo, gli avvocati dovranno ampliare il proprio ambito di competenza al settore informatico. Non è da escludere, pertanto, che in un prossimo futuro, nasceranno delle figure ibride, dotate di competenze trasversali e multidisciplinari. La trasformazione del settore legale inciderà, poi, anche sul linguaggio giuridico, che dovrà necessariamente mutuare termini tecnici da altri settori, al fine di regolamentare efficacemente i nuovi fenomeni.  

All’estero, specialmente nei Paesi in cui la tecnologia blockchain ha già trovato ampia diffusione, gli studi legali più importanti- ma non solo- stanno concretamente attuando una trasformazione viscerale. Sono emblematiche in tal senso le esperienze sia nei Paesi del Nord Europa che del Canada, in cui si registra una vera e propria rivoluzione nell’organizzazione interna, nella selezione dei profili professionali da impiegare, e nel rapporto con la clientela. Dal primo punto di vista, l’avvento della blockchain potrebbe avere, a scapito di quello che si suole pensare, un impatto estremamente positivo. Tornando a quanto detto inizialmente, la possibilità di impiegare la tecnologia blockchain per svolgere le operazioni più “automatiche”, lascerebbe agli avvocati più tempo e spazio per dedicarsi alle questioni complesse, che non possono prescindere dall’impiego della logica, dell’intuizione e della fantasia umane. Molti studi, dunque, si stanno dotando di sistemi blockchain interni, che potrebbero concretamente rivoluzionare il modo di lavorare. Si parla in questo senso di “legal tech”, termine con il quale si vuole indicare il complesso di strumenti tecnologici dei quali ci si può avvalere nello svolgimento della professione legale al fine di ottimizzarne i risultati. Dal punto di vista delle competenze professionali, come anticipato, gli avvocati del futuro non potranno affatto prescindere dall’acquisire competenze in ambito informatico, ma non è questo l’unico aspetto da tenere in considerazione. La tecnologia blockchain, infatti, può trovare applicazione nei settori più disparati, dei quali gli avvocati devono avere adeguata conoscenza. Inoltre, entra in gioco l’applicazione di moltissime normative, volte a tutelare i diversi interessi che si contrappongono. L’esempio più rilevante è dato senza dubbio dalla normativa sulla privacy, ormai da anni al centro del dibattito legislativo e sempre più cospicua, specie dopo l’entrata in vigore del GDPR. L’applicazione delle norme sulla privacy alla blockchain pone già dei problemi, e ne porrà ancora di più nel futuro prossimo, in misura direttamente proporzionale alla diffusione di questa tecnologia. Gli avvocati, pertanto, non potranno fare a meno di conoscerne tutti gli aspetti, se vogliono trovarsi pronti a soddisfare pienamente le esigenze dei propri clienti. E’ facile a questo punto ricollegarci all’ultimo aspetto che interessa la rivoluzione blockchain nella professione legale, ossia il rapporto con il cliente. A cambiare saranno in primo luogo le esigenze e le richieste che pervengono da quest’ultimo. L’attività principale che l’avvocato è chiamato a svolgere è quella di consulenza. Questo aspetto, peraltro, è molto attuale anche nel nostro Paese. Le aziende più importanti, come riferito da diversi studi legali italiani, chiedono già, infatti, di essere aggiornate sugli sviluppi di queste tecnologie, sulle loro possibilità di impiego, sui vantaggi che è possibile trarne. Si tratta dunque, in primis, di una consulenza rivolta ad indagare le potenzialità di queste tecnologie. La fase immediatamente successiva, invece, riguarda le modalità di impiego delle stesse. Il cliente che intende utilizzare la tecnologia blockchain nell’ambito della propria impresa, ha bisogno di essere assistito affinchè questo avvenga nel pieno rispetto delle leggi e delle normative in vigore. 

Alla luce di queste considerazioni, è possibile dunque immaginare un futuro per la professione legale, anche se questa dovrà necessariamente reinventarsi e adattarsi ai tempi per riuscire a sopravvivere alle trasformazioni a cui andiamo incontro.