di Elena Mandarà-

“Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”, la celebre frase di Massimo d’Azeglio, pronunciata all’indomani della tanto voluta Unità d’Italia, è l’emblema dell’atavica disomogeneità che da sempre caratterizza il popolo italiano. Una peculiarità che manteniamo addosso come seconda pelle e che rappresenta per certi versi un punto di forza, per altri una grande debolezza. Guardando agli altri Paesi europei e non solo, ad onor del vero, non è difficile scovare sentimenti di indipendenza radicati in specifiche regioni – si pensi alla Catalogna, alla Scozia o all’Irlanda del Nord, per citare gli esempi più rilevanti – eppure la questione italiana presenta dei profili assolutamente sui generis. La cosiddetta questione meridionale, nata anch’essa insieme all’Italia, ha dato vita nel corso degli anni ad un malcontento diffuso, tanto fra gli abitanti del sud, quanto fra quelli del nord ed è sfociato in realtà politiche che hanno contribuito a costruire la storia del nostro Paese. Non può infatti esser taciuta né negata la rilevanza che ebbe il MIS – Movimento per l’Indipendenza Siciliana – nato al termine della seconda guerra mondiale e stroncato dalla forza della DC e del PC, spaventati dalla possibile annessione della Sicilia agli USA. Il compromesso che portò alla concessione dello Statuto speciale alla regione Sicilia rappresenta l’eredità storica di quel Movimento che aveva saputo cogliere la voglia dei siciliani di emanciparsi dal resto dell’Italia. Al di là delle considerazioni possibili sull’utilità, le potenzialità, le debolezze e le contraddizioni di tale soluzione, sembra quasi paradossale constatare che oggi, invece, il desiderio di emancipazione viaggia in direzione opposta e viene alimentato soprattutto dalle regioni del nord. Paradossale, ma non troppo. Le ragioni che stanno alla base di un sentimento “secessionista” vanno ricercate, infatti, non soltanto in elementi culturali, ma anche – e al giorno d’oggi direi soprattutto- in motivi puramente economici. La recente e vicina esperienza spagnola costituisce un esempio lampante ed emblematico di questo aspetto. È innegabile, infatti, che la regione catalana si differenzi dal resto della Spagna per ragioni culturali, mostrando delle divergenze che sfociano addirittura nell’utilizzo di una lingua che gli spagnoli stessi tengono a precisare essere diversa, eppure questo non sarebbe stato sufficiente a giustificare un tentativo così serio ed irruente di secessione, se non fosse stato supportato dalla vivacità e dallo sviluppo economico vantati da quel territorio. Lo stesso ragionamento può essere applicato all’Italia. Se le regioni del nord Italia, che appena lo scorso anno hanno promosso il referendum consultivo sull’autonomia, non fossero così forti economicamente rispetto al resto del territorio, la realtà dei fatti sarebbe sicuramente diversa. Ma fin qui, nulla di troppo eclatante. È spontaneo chiedersi, però, quale sia l’effettivo guadagno che deriverebbe da una scelta di questo tipo. Viviamo in un mondo che costringe all’interconnessione, agli scambi, ai contatti sinergici con gli altri Paesi. L’economia gira intorno alle scelte fatte da macro-potenze mondiali come gli Usa e la Cina. L’Unione Europea nasce proprio con l’intento di dare ai Paesi del nostro continente l’opportunità di competere ad armi pari con questi giganti e la positività di tale opportunità è confermata, ahimè, dalle primissime conseguenze del fenomeno Brexit, in primis la crisi economica che sta investendo la Germania. Davvero è possibile pensare che in un tale contesto globale singole regioni, per quanto virtuose, possano sopravvivere da sole? Ed ecco che arriviamo all’ultima proposta di riforma, oggetto di una delle tante liti del precedente Governo. Una soluzione di compromesso, che potrebbe però rivelarsi insidiosa e dannosa. La concessione di un’ampia autonomia regionale, soprattutto sul piano fiscale, infatti, rischierebbe di accentuare in maniera insostenibile il gap economico fra nord e sud, quantomeno se non accompagnata da un serio e corposo piano di rilancio a favore delle regioni meno ricche. L’autonomia delle regioni va sempre conciliata, così come previsto dalla stessa Costituzione, con i principi di unità dello Stato, di uguaglianza sostanziale e di solidarietà. La riforma, fra l’altro, non s’incentrava esclusivamente sull’aspetto fiscale, ma prevedeva anche l’attribuzione alle regioni di maggiore autonomia in svariati settori, comunque cruciali per il

benessere complessivo del Paese. Un esempio fra tutti, le infrastrutture. È sotto gli occhi di tutti quanto profondo sia il divario che separa lo sviluppo delle infrastrutture fra le varie regioni d’Italia ed è altrettanto lampante il nesso fra il livello di tale sviluppo e la capacità delle singole realtà locali di competere economicamente con le altre, fornire servizi e far crescere il settore del turismo, garantire un buon livello di qualità della vita. Anche in questo senso, portare avanti un piano concreto a favore dell’intero territorio nazionale, è indispensabile per consentire all’Italia un confronto equo con gli altri Paesi europei e, pertanto, ricondurre tali competenze al novero delle competenze esclusive delle regioni potrebbe costituire un pericoloso ostacolo ad una crescita omogenea, rivelandosi, anzi, un’arma a doppio taglio. Le regioni del nord Italia non devono lavorare come traino di quelle del sud, né costituirne l’ancora di salvezza. Il rilancio e la crescita del sud rappresenterebbero un’opportunità vincente per tutto il Paese, che potrebbe finalmente riscoprire la forza dell’unità. Non è stato sufficiente più di un secolo e mezzo per intraprendere questo cammino, chissà se il vento del cambiamento – quello vero- soffierà mai sopra il cielo dello stivale.