di Carla Scalisi-

Correva l’anno 1887. Italia, Germania, Austria e Ungheria rinnovavano la Triplice Alleanza, in Eritrea si consumava il “Disastro di Dogali”, in Italia Francesco Crispi diveniva presidente del Consiglio e in America venivano processati e impiccati i martiri di Chicago

In Polonia, invece, un certo Zamenhof inventava l’esperanto. Dapprima noto come “lingvo internacia”, l’esperanto arriva con una valigia piena di speranze (il gioco di parole è voluto), tra cui spicca naturalmente la democrazia linguistica, trampolino di lancio verso il miglioramento dei rapporti transazionali e il miraggio di una possibile “pace del mondo”. 

L’esperanto è il “punch” della linguistica: dolce e deciso allo stesso tempo, etnico e speziato quanto basta, intenso come il russo, inebriante come il francese, fruttato come l’italiano,  con una modesta gradazione alcolica all’inglese ed un leggero retrogusto tedesco.

Questa “creatura mostruosa” di Zammenhof è spaventosamente semplice da apprendere da autodidatti.

Diverse ricerche hanno provato, inoltre, che chi apprende l’esperanto come prima lingua ha meno difficoltà nell’apprendimento di qualsivoglia lingua straniera. Il tutto risponde ad una precisa architettura filologica, essendo la lingua volutamente costruita sulla base di una serie di lingue straniere conosciute. Secondo il “Fundamento de Esperanto”, la “Bibbia” per chiunque voglia approcciarsi all’apprendimento di quest’ultimo, vi sono poche e semplici regole da seguire per potersi definire “praticanti linguistici autonomi” di esperanto. Una fra tutte, prima per importanza, è la mancata fonetica. L’esperanto si legge nella stessa maniera in cui si scrive. L’economist rinviene proprio in questa aberrante semplicità la ragione per cui l’esperanto possa essere facilmente appreso da tutti in un brevissimo lasso di tempo. Da sempre qualificato come la lingua della speranza e della pace internazionale, un “atout” nella risoluzione di controversie internazionali, oggi è stato, purtroppo, abbandonato e sempre meno valorizzato. Trattasi di un vero e proprio “aborto linguistico”, a cui sono state ricondotte innumerevoli cause scatenanti, sintetizzabili in due eventi clou che ne hanno caratterizzato il declino. 

 

Dibattuto e controverso, quel periodo che fa da intercapedine tra la fine della prima guerra mondiale e l’inizio della seconda, noto come “Grande Depressione”, segna una prima fase di declino dell’esperanto. In Germania, Adolf Hitler si appresta alla scalata al potere, cercando di carpire il consenso di una popolazione estremamente impoverita e facilmente plagiabile. Complice la grande depressione, la promessa di pane e lavoro e l’eccellente capacità argomentativa di cui il führer fa prova nel “mein kampf” – inno all’antisemitismo – si fa presto a far passare l’idea che fosse necessario debellare immediatamente l’esperanto, lingua figlia di padre ebreo, definita come un “linguaggio in codice” utilizzato dalle spie ebree. Il divieto di utilizzare l’idioma diviene imperativo non solo in Germania, ma anche nell’Italia di un Mussolini che esalta la purezza della lingua nazionale. L’esperanto, in realtà, era concepito come una minaccia all’autenticità e al protezionismo delle nazioni, proiettandole in una prospettiva troppo globalizzata per l’epoca. Globalizzazione che, negli anni 30 e nei primi anni 40, intimorisce, indispone, spaventa…terrorizza, al pari del concetto di “extra-europeo”, al punto da limitare l’Occidente alle nazioni che oggigiorno costituiscono la Comunità europea stessa. La seconda guerra mondiale, inoltre, porta all’affermazione del francese in una prospettiva transnazionale. Patria di Wicquefort, la Francia è la culla della diplomazia moderna, del “dibattito senza dibattenti”, dell’ “accordo nel conflitto”. E se ne avrà la piena dimostrazione nei trattati che determinarono la cessazione della guerra, nella “Déclaration des droits de l’homme et du citoyen”, nell’istituzione delle Nazioni Unite e di quell’entità embrionale ancora in fase di sviluppo da noi tutti oggi conosciuta sotto il nome di Europa. 

 

Non tutte le favole, però, hanno un lieto fine e la fine degli anni 60 e l’inizio dei 70, segnano il declino del francese. L’illustre globalizzazione troneggia ormai all’orizzonte, quella globalizzazione linguistica,  di culture e costumi….. Quella “commistione” di generi, quel “meltin’pot” di tradizioni che rende i figli di quelle generazioni figli del mondo. Il sorgere della globalizzazione e della sempre più evidente internazionalizzazione coincide pienamente con l’affermazione della lingua inglese a livello internazionale. La lingua di Shakespeare, sintetica, semplice e fredda quanto basta, ormai brilla incontrastata nell’empireo della comunicazione internazionale, anche se leggermente offuscata dall’Arabo e dalle lingue nipponico-mandarine. 

 

Sebbene oggigiorno venga parlato da circa 2 milioni di persone e consti di circa 186 mila voci tradotte su Wikipedia, l’esperanto è, ormai, un lontano ricordo, ha il sapore di cliché ed è accessibile a pochi prescelti, ovvero i più “folli” che decidono di cimentarsi nell’apprendimento di quest’idioma utile a tutto e niente allo stesso tempo. Lecito dubbio del lettore riguarderà le modalità di apprendimento della lingua. Esistono 3 applicazioni per apprenderlo (Pasporta del Servo, Tejo e Duolingo), così come dei corsi privati sia online sia vis-à-vis. Non mancano, inoltre, gruppi esperantisti ove ci si cimenta in tortuose conversazioni nella lingua di Zamenhof, concepiti oggigiorno come vere e proprie “sette” che custodiscono gelosamente il segreto dell’apprendimento di un idioma che avrebbe potuto salvare il mondo. 

Per concludere, précision oblige, un piccolo fun-fact. Prospiciente all’Emilia Romagna sorge la Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose, opera dell’ingegnere bolognese Giorgio Rosa.  L’isola, naturalmente, non venne riconosciuta da parte dello stato italiano e la meravigliosa iniziativa cadde del dimenticatoio di una società diffidente e infarcita di pregiudizi. D’altronde Rosa rima con mimosa, e l’esperanto non potrà che restare un “rifugio”, un miraggio, un’ile aux mimosas per gli ultimi sognatori di questo pianeta che credono ancora nella pace del mondo.