Seconda Parte – Dove affonda le sue radici la questione curda?

Di Matteo Politano-

Le considerazioni relative all’origine antichissima delle ragioni che stanno alla base degli scontri attuali diventano evidenti semplicemente analizzando i giochi di alleanze e fazioni delle ultime settimane.   

Infatti, riguardo la questione Curda, domenica 20 Ottobre sono avvenute due svolte apparentemente incredibili, ma decisamente meno sorprendenti se si analizza il contesto storico-politico dell’area: da una parte i Curdi siriani hanno trovato un accordo con Bashar al-Assad, proprio lui, per contrastare l’offensiva di Erdogan, dall’altra gli stessi turchi stanno combattendo al fianco di numerosi jihadisti (sia membri dell’ISIS che di al-Nusra, organizzazione jihadista siriana prima affiliata ad al-Qaida, ora autonoma nelle sue mosse), molti dei quali erano prigionieri dei Curdi e sono stati liberati dagli stessi combattimenti di questi giorni.                                     

I motivi di entrambe le svolte sono sia di convenienza politico-militare che meramente storici: e per capirlo è necessario tornare indietro di ben 70 anni, all’epoca della Guerra Fredda. 

Negli anni della contrapposizione ideologica e politica del mondo in Est e Ovest, ovvero URSS vs USA, si divisero in maniera netta, a sostegno dei due blocchi, i due rami storici dell’Islam: i sunniti (la grandissima maggioranza, circa l’85-90% dei musulmani, con l’Arabia Saudita come principale rappresentante) e gli sciiti (circa il 10-15% della popolazione islamica mondiale, maggioritario in pochissimi Paesi, su tutti l’Iran). Anche per via degli accordi petroliferi con i Paesi sviluppati, gli Stati sunniti, su tutti i sauditi, si allearono con l’Occidente, mentre quelli sciiti si avvicinarono per lo più al blocco comunista Sovietico. Nello stesso periodo nacque un movimento panarabo, il Partito del Risorgimento Arabo, conosciuto anche come il Partito Ba’th: una formazione nata con l’obiettivo di riunire l’intera popolazione araba in un’unica nazione, la Grande Arabia, la quale era stata promessa loro da francesi ed inglesi persino prima della Prima guerra mondiale, in cambio del sostegno delle popolazioni locali per aiutare gli Occidentali a conquistare la zona dall’Impero Ottomano. Promessa che, dopo la fine della guerra, è ovviamente divenuta carta straccia, con il risultato di dividere l’area in diverse piccole nazioni create ad hoc (tra cui la Siria, che per la prima volta comparve sulla mappa come Paese a sé stante) spartite tra Francia e UK e da loro controllate direttamente con governi-fantoccio. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, questo sentimento panarabo riprese forza a seguito della cacciata degli Occidentali dal Medio Oriente, con la nascita del Ba’thismo, il quale è un movimento in primis laico e, in secundis, caratterizzato dalla combinazione del panarabismo con idee socialiste. Negli anni ’60 il movimento si è espanso un po’ in tutto il mondo arabo, fino a che non si è diviso in due: da un lato il Partito Ba’th iracheno (formato dalla destra interna e guidato da Saddam Hussein, favorevole ad una forma araba di fascismo) e dall’altra il Partito Ba’th siriano (la sinistra interna, propagatrice di un socialismo arabo). Due fazioni che si odiano ancora a vicenda, al punto che, negli anni, le nazioni circostanti si sono schierate – anche qui- a favore dell’una o dell’altra parte. Si tratta quindi, di un caso particolare di divisione di un movimento internazionale in due distinte parti, dovuto a motivi sia nazionalistici quanto ideologici. 

E da qui si comprende a pieno la situazione siriana: la Siria è un Paese guidato da un movimento laico, ma è anche uno Stato a maggioranza per il 70% sunnita (oltre a presentare un peculiare 13% cristiano), con una minoranza del 16% sciita, la quale però controlla il Paese dal 1970, guidata da Assad e dai militari.               Questo ha chiaramente portato, nel corso degli anni, a diverse proteste prima, guerre civili poi, per via dell’opposizione della maggioranza sunnita. Un tale clima infuocato ha permesso la maturazione di un forte sentimento radicale, alimentato e sfruttato da diversi attori per causare una sanguinosa lotta di opposizione. 

Saranno condizioni (e sentimenti) similari a quelli che permetteranno negli anni a formazioni terroristiche come al-Qaida ed ISIS di ottenere seguito tra la popolazione, al quale si aggiungerà, ovviamente, il senso di rivalsa contro l’invasore eretico occidentale, unito al senso di appartenenza all’identità araba, e lo sfruttamento di una mitologia legata agli antichi imperi e califfati.

In Siria tale sentimento di oppressione sarà il motore dell’opposizione guidata dai Fratelli Musulmani, un’organizzazione internazionale fondamentalista e sunnita (che si batte contro la secolarizzazione nei Paesi islamici) presente in molti Paesi: in alcuni di questi, opera in veste di partito partecipante alle elezioni (come in Egitto), mentre in altri agisce come forza paramilitare (è il caso del suo braccio armato Hamas in Palestina, o della stessa Siria), ed è sostenuta e finanziata da Turchia e Qatar. 

Arriviamo così alla situazione attuale: la Siria infatti, dalla Primavera araba del 2011, seguita poi dalle ribellioni Curde, è precipitata in una guerra ancora senza fine. In pochi anni si sono formati addirittura oltre 70 gruppi diversi di ribelli principalmente sunniti, che la stampa chiama genericamente e in maniera unitaria “Opposizione”: tra tali gruppi, su tutti vanno ricordati il Fronte Islamico, coalizione di forze jihadiste finanziate dall’Arabia Saudita, con l’obiettivo di instaurare un emirato islamico in Siria, e soprattutto l’Esercito Libero Siriano, sunnita ma in maggioranza laico, favorito nella sua formazione dalla Turchia e supportato per diverso tempo logisticamente ed economicamente dalla NATO: ora l’alleato principale di Erdogan contro i Curdi in Siria.

E qui avviene il collegamento con gli stessi Curdi siriani: questi, negli stessi anni in cui veniva spartito il Medio Oriente da Francia ed Inghilterra, non solo si ritrovarono come sempre senza una loro terra, il Kurdistan ancora oggi tanto ambito, ma si ritrovarono anche spartiti fra i territori delle neonate Repubbliche siriane e turche. Da allora, non hanno più smesso di lottare per ottenere quanto richiesto, soprattutto il PKK in Turchia.

E dopo decenni di lotte alternate a tregue, nel contesto delle Primavere arabe e degli scontri di quegli anni, hanno iniziato a combattere e a ribellarsi con ancora più forza, prima contro Assad e contro Erdogan, e poi contro i jihadisti sunniti, primi tra tutti Daesh e al-Nusra (per anni la controparte siriana di al-Qaida, oggi formazione terroristica autonoma).

Da qui si arriva al gioco delle alleanze: i Curdi siriani, come i “compagni” ideologici del PKK, per quanto oggi siano vicini, come precedentemente descritto, ad una sorta di socialismo libertario quasi affine ai valori occidentali in diversi aspetti, fino a circa 20-30 anni fa sono stati un movimento dichiaratamente marxista e al fianco del blocco Sovietico.                                                                      

Intesa che li ha sempre avvicinati al citato Partito Ba’th, il quale propugnava un socialismo arabo, ma non materialista come Marx insegna, bensì spirituale. In quegli anni, infatti, il partito divenne un ponte fra il blocco sovietico filo-sciita ed alcune componenti sunnite meno inclini alle ideologie capitaliste. 

Inevitabilmente, quindi, il Baʿthismo si pose in evidente contrapposizione con diverse forze sunnite politiche e religiose dell’area: su tutte con la corrente del wahhabismo saudita (componente ultraconservatrice e ortodossa del sunnismo) e con il movimento dei Fratelli Musulmani, entrambe sviluppatesi in quegli anni.

Dopo la divisione con la parte irachena, il partito Baʿth siriano restò quindi vicino ai sovietici dal punto di vista politico, per la vicinanza nell’ideologia socialista, e alla componente sciita, invece, dal punto di vista religioso, vista la contrapposizione con le forze emergenti sunnite. Il controllo del partito fu preso, quindi, dapprima dal Presidente siriano e sciita Hafiz al-Assad, morto nel 2000 e succeduto da suo figlio Bashar al-Assad, l’attuale presidente.                  

Tale articolato contesto rende quindi chiaro come il rapporto di alleanza attuale fra la Siria governativa di Assad figlio e la Russia putiniana non sia altro che una sorta di prosecuzione dei legami passati fra l’URSS (ricordiamo che Putin era a capo dei servizi segreti sovietici, il famigerato KGB) ed il Partito Baʿth siriano.

Inoltre, c’è il discorso dell’alleanza di Erdogan con le milizie jihadiste: anche qui, niente di nuovo sotto il sole in realtà, ma mere prosecuzioni di passate dinamiche in una veste semi-nuova.

Il Sultano turco, infatti, ha sempre utilizzato i terroristi, spesso gli stessi Fratelli musulmani, per portare avanti i suoi interessi oltre i propri confini. La legione straniera dell’Esercito Libero Siriano, suo alleato anche nella lotta ai Curdi, è la semplice prosecuzione di questo concetto. 

Anche qui per capire è necessario un back to the past: in primis, è necessario ricordare che le dottrine saudite wahhabite hanno ormai sostituito tutte le varie interpretazioni coraniche sunnite, e che, di conseguenza, il 90% circa dell’Islam sunnita in tutto il mondo segue ideologicamente i dettami della monarchia saudita. 

Un cambiamento importante è avvenuto, però, dopo le guerre del Golfo negli anni ’80 e ’90: quando i sauditi sono entrati a far parte delle coalizioni militari insieme agli alleati statunitensi ed occidentali in generale, moltissimi sunniti di tutto il mondo hanno visto la loro patria di riferimento come traditrice e venduta all’Occidente capitalista. 

Proprio per queste ragioni, gran parte del mondo sunnita wahhabita ha iniziato a ribellarsi all’Arabia Saudita. Prima Al-Qaida e poi l’ISIS, hanno quindi intrapreso una guerra aperta contro i sauditi e contro l’Occidente tutto. La storia dei loro attentati terroristici a partire dagli anni ’90 e, soprattutto, da quella catastrofe chiamata 11 Settembre 2001 la conosciamo tutti, nostro malgrado.

Da qui si arriva a Erdogan: alleato e finanziatore dei Fratelli Musulmani, anch’essi in aperto scontro con l’Arabia Saudita, soprattutto dopo gli sconvolgimenti delle Primavere Arabe, coglie l’opportunità di aumentare la sua forza in funzione anti-saudita affiliando nelle sue truppe varie milizie paramilitari jihādiste e wahhabite provenienti dalle indebolite al-Qaida ed ISIS.                                        

Di conseguenza, alla domanda “perchè la Turchia vuole/voleva uccidere e scacciare i Curdi”, la risposta è semplice: oltre a tutte le motivazioni di convenienza economica e di politica migratoria, il perchè è dovuto al fatto che la Turchia non li ha mai riconosciuti, e li vuole spazzare via dalla faccia della Terra da decenni.                                                                                                     Ed è proprio quello che stava per fare, grazie a Trump che sta mettendo in atto quanto promesso in campagna elettorale: ritirare le truppe dal medio Oriente.