di Carla Scalisi-

Born to be Queen. Ma anche no. Anzi, proprio il contrario. 

Se vi è una caratteristica comune ai sovrani più influenti e che più hanno dato al trono inglese, è l’essere “eterni secondi”. E non è certamente un caso che Elisabetta I, Queen Victoria ed Elisabetta II siano accomunate da questo destino alquanto beffardo… Quello stesso destino che le vuole donne al trono, belle, splendide, forti, brillanti e spietate. La sacra trinità. Ma tutta en rose. Nessuna di loro è nata per essere regina, nessuna di loro ha certamente avuto un’infanzia semplice, nessuna di loro è già nata con la corona in testa. Anzi, tutto il contrario. Se Elisabetta I e Victoria ci sembrano esempi lontani anni luce, quasi mitologici, ineffabili, inarrivabili, Elisabetta II, al contrario, ci dimostra tuttora, giorno dopo giorno, impegno dopo impegno, discorso dopo discorso, banchetto dopo banchetto, bisnipote dopo bisnipote, che le storie che si raccontano sul destino e sulla predestinazione sono tutte fandonie. Se fossero state vere, a quest’ora avremmo pianto la monarchia britannica già da un pezzo, un’ormai entità estintasi precocemente….Americanamente modernizzata e coniugata. Thank Heaven for Lilibet, è il caso di dirlo. Quella  stessa Lilibet che a 4 anni giocava spensierata nella campagna del Norfolk, quella stessa Lilibet che sognava un futuro impregnato di semplicità, dal profumo di bosco, legno, fiori e selvaggina, quella Lilibet adolescente che, con i suoi fianchi da contadinotta, posava davanti all’obiettivo e al cameraman divertito mentre si esibiva in un salto con la corda, quella stessa Lilibet che mai un attimo si separava dalla sua Maggie, bella e dannata, condannata all’eterno oblio, alla luce riflessa, a quel mondo privo di legittimazione riservato a chi fa prova di genio e sregolatezza, quella stessa Lilibet cresciuta nel più caldo foyer di una famiglia tanto perfetta da esser degna di una nicchia nel celeberrimo manuale di Nadine de Rotschild. Bref, “We Four”.

È difficile, oppure troppo semplice cercare di capire cosa mai sia accaduto, cosa mai si sia scatenato nella mente di quella bambina che, ad un certo punto, senza nemmeno rendersene conto, si trovò proiettata dalla Brughiera al trono, dal calessino alla carrozza, dal cottage al castello e dal fedora alla corona… Una transizione “mediata”, direbbero alcuni, addolcita dall’intenso seppur breve regno del padre, momento di transizione per Elisabetta dalla vita di campagna alla vita a corte. Anni di pratica, però, purtroppo, non preparano mai allo shock inaspettato del peso della corona sulla propria testa.

Ma the show must go on. E pure bene. Il giorno prima Contadina, l’indomani regina. Che sogno, direbbero in tanti. Che incubo, pensò Lilibet. 

 

Il giorno in cui Giorgio VI venne a mancare, la giovane, bella, fresca e spensierata Elisabetta si trovava in una casa sull’albero nelle frasche del Kenya. Somewhere in the Commonwealth. Nello stesso posto dove, due generazioni dopo, il giovane William avrebbe chiesto la  mano della commoner, amatissima dal popolo, Kate.  Nulla, apparentemente, sembrava presagire un evento così imminente e sconvolgente che avrebbe, di lì a poco, stravolto la vita della giovane principessa. La corte è in subbuglio. La Gran Bretagna piange il “re buono”. Giorgio VI è morto nel sonno. Se n’è andato così. En douce.  La moglie Elizabeth Bowes Lyon si barrica a Buckingam. Margaret affoga i dispiaceri nel Gin e nella Fritzgerald. Downing Street si para a lutto e Chirchill si reca subito a rendere i dovuti omaggi ad un vecchio sovrano, ma soprattutto compagno, amico. I negozi si parano a lutto. Westminister si orna di drappi neri. Tutta Londra è in lutto. Ma tutto questo Lilibet non lo sa. Spetta, infatti, al marito Filippo il duro compito di annunciarle la triste notizia, prima di consegnarle una lettera proveniente direttamente dall’amata nonna Mary, storica regina madre che, a suo tempo, diede alla luce il compianto re. 

È sempre difficile sopravvivere alla morte di un figlio-afferma Mary.  È innaturale. È qualcosa che stravolge l’ordine della natura e delle cose e fa perdere ogni certezza in questa vita già di per sé incerta. Eppure, colui che è morto è il re d’Inghilterra. Il dolore va nascosto, represso, sublimato, schiacciato. Viviamo sul filo del rasoio, sospesi, precariamente in equilibrio, vittime di un’insopportabile dicotomia tra ciò che siamo e ciò che lasciamo trasparire. Ed è proprio qui che deve sorgere, come un Leviatano, una nuova Elisabetta, non più “donna”, ma “entità”, al di sopra di qualsivoglia mera humana ratio.  Ed è così che Lilibet si introverte, si chiude come un bocciolo di rosa, come un anatroccolo che emette gli ultimi vagiti prima di trasformarsi in cigno, grande, possente, regale. Lilibet è morta. Viva Queen Elizabeth. Ma come sopravvivere recitando? Come vivere fingendo? Come reprimere ogni turbamento dell’anima per lasciare spazio ad una fredda imperturbabilità? 

Quale sarà il suo segreto?

 

Una vita retta, innanzitutto. Elisabetta, dal 1952, fa prova di un equilibrio e rettitudine morale nota a pochi esseri eletti. Sveglia alle 6, al suon di cornamusa. Colazione frugale, assieme al marito. Lavoro, lavoro e ancora lavoro, sino al pranzo. Il pomeriggio è interamente dedicato alle visite. Dai capi di stato, ai bisnipoti George, Charlotte e Louis che amano scorrazzare nei corridoi e sguazzare nella piscina della regal casa della regal nonna. Elisabetta è una persona estremamente “down-to heart”. Sa benissimo bilanciare il suo ruolo di regina con quello di madre, moglie e nonna. La si vede nonna amorevole mentre aiuta la piccola Zara a montare in groppa ad un pony, cuoca provetta nei barbecue in quel di Balmoral, perfetta maitresse nel suo “umile” cottage in campagna.  I tempi cambiano e lei si adatta, ma una cosa resta invariata. I panni sporchi si lavano a casa. Elizabeth, infatti, ha sempre fatto prova di un’immensa diplomazia e pazienza nella gestione degli intricati rapporti intercorrenti tra figli, nuore e nipoti. Molte volte le si attribuiscono reazioni, ruoli e comportamenti spropositati, lontani anni luce dal suo modo di agire, soprattutto nel caso Diana. Molto spesso, la dolce e triste principessa viene compatita, incensata, esaltata, mitizzata. Ma gli stessi che la compatiscono, la incensano, la esaltano e la mitizzano forse non hanno ben chiara la differenza intercorrente tra una principessa ed una rockstar. Elisabetta ha sempre fatto prova di grande magnanimità, mettendosi sempre in prima linea e quasi sempre contro il figlio a difesa della nuora (reazione alquanto innaturale per una madre!), ma i tabloid carpiscono ciò che vogliono carpire. Il faux-pas, invece, viene compiuto dalla compianta Diana la quale, piuttosto che seguire l’esempio della celebre suocera, decide di “vendere” alla presse i propri dolori, noncurante (o forse troppo consapevole…) del magistrale “smacco” nei confronti della firm. L’hai voluta la bicicletta? Ora pedala. Buckingam Palace non è certamente un castello della Walt Disney, né tantomeno Walt Disney ha sempre mantenuto la promessa del “vissero per sempre felici e contenti”. La monarchia britannica è una firm. Elisabetta è il sole; i satelliti, secondari, ruotano attorno a lei, tutto il resto è noia. Una noia fin troppo succulenta per una presse scandale che di satelliti succulenti vive. 

 

Nel corso degli anni, inoltre, Elisabetta ha fatto prova di eccelse doti di diplomazia. 172 Primi Ministri dopo, qualcosa l’avrà certamente dovuta imparare. 

Tutto ha inizio con Churchill. A lui compito, da ormai anziano infarcito di esperienza, di guidare e consigliare “Shirley”, una bambina con una corona in testa. Molto ostinata, la nostra Shirley. Istigata da un riottoso Filippo che non intende lasciarsi andare a qualsivoglia tipo di sottomissione nei confronti della moglie, esige che l’incoronazione avvenga il più presto possibile, che sia diffusa in tutto il mondo tramite i diversi emittenti internazionali, che possa continuare a vivere a Clarence House assieme alla famiglia e che i suoi figli portino il cognome Mountbatten. E qui riemerge il fardello dello storico duello tra Lilibet e the Queen che la giovane si porta dietro con fatica. 

As a mother and as a wife, queste lotte vorrebbe portarle avanti e vincerle tutte. Ma, As the Head of the Firm, bisogna certamente ottemperare a doveri istituzionali che prevedono il domicilio a Buckingam Palace, dei  figli Windsor puro sangue che, però, magicamente, diverranno “Mountbatten-Windsor”. Tutto il resto, dopo esser passato al vaglio di Downing Street, viene approvato. Elisabetta porta una ventata di aria fresca alla monarchia, ormai sempre più mediatica. Al glamour ci pensa Margaret, destinata a bruciare nelle fiamme dell’ombra eterna e della gloria repressa, senza il suo Peter Townsend. Couronne oblige. Quella stessa Couronne  che accoglierà, però, un controverso Armstrong-Jones a corte, il quale lasciò più scandali che figli e bei ricordi come eredità ai Windsor. La Firm accoglie anche Camilla, Kate e la famigerata Meghan… Rivincita di Wallis? Poco probabile. Ben presto sarà lei stessa a carpire i frutti di questo (presumibilmente breve!?) soggiorno alla Corte inglese. 

Elizabeth tace. La borsetta parla per lei. Mille posizioni, mille messaggi in codice. Se pochissimi incidenti diplomatici si sono verificati nel corso del suo regno, è tutto merito della borsetta. Ma anche lei ha i suoi limiti. Soprattutto sul fronte americano.

 

Malgrado la guerra fredda, gli hippie, il rock, la globalizzazione, i Beatles, i fish and chips, i telefoni, i computer, Instagram e i selfie, Elizabeth  è ancora qui. E ha fatto prova di una grandissima capacità di adattamento propria di pochissimi eletti del genere umano. D’altronde adattarsi significa sopravvivere, senza però intaccare la propria personalità e le sue qualità.

Lilibet ha visto morire il papà, la nonna, la mamma, la sorella e la nuora. Eppure, si è sempre mostrata imperturbabile, persino davanti ai disastrosi matrimoni dei figli e alle altrettante disastrose relazioni extraconiugali degli stessi. Malgrado qualsivoglia tipo di annus horribilis, Elisabetta è ancora qua, sempre più forte e così regale e ineffabile da sembrarci immortale.

La ricetta segreta dell’immortalità? Semplice. Una frase. Un imperativo. Ed in questo imperativo è racchiusa la longevità di mille monarchi ed una monarchia. Never Complain, Never Explain.  

E forse Elisabetta e gli inglesi tutti dovrebbero essere grati a quell’ormai lontana Queen Mary che ciò scriveva e ripeteva ad una giovanissima Princess in cui, forse, vedeva l’esplicazione di sé stessa… Goodbye, Lilibet. Welcome, Queen. 

E fu così che la nonna consegnò la nipote alla gloria dei posteri.