Di Pietro Lepidi-

 

Il 16 ottobre il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, accompagnato dal ministro degli esteri Luigi Di Maio e da una cospicua delegazione italiana, varca le soglie della Casa Bianca per incontrare il presidente degli USA Donald Trump. La visita è cordiale e amichevole, come è normale tra due paesi storicamente alleati e che hanno forte interesse a rimanere tali. Tuttavia, durante la conferenza stampa tra i due presidenti si percepisce una differenza netta, abissale. È una differenza storica, culturale e infine di retorica che vede Trump e Mattarella gli antipodi nel modo di fare politica.

 

L’Italia e gli USA strategicamente hanno bisogno l’una dell’altro. Da una parte, l’Italia dopo la Seconda guerra mondiale ha seguito la politica estera del blocco atlantico a guida USA. Da quando le truppe alleate hanno invaso la Sicilia e la penisola non le hanno più lasciate, ricoprendole di basi militari strategiche durante la Guerra Fredda. L’Italia, da Paese sconfitto e invaso dagli USA, ha mantenuto la propria sovranità ma ha trovato conveniente seguire la politica estera degli USA nella globalizzazione del liberismo economico. Dal dopoguerra, i legami commerciali tra i due Paesi sono stati molto forti. Dall’altra, il presidente Trump si deve confrontare con la comunità di emigrati italiani negli USA, un bacino elettorale di 60 milioni di votanti che nessun presidente a un anno dalle prossime elezioni può permettersi di trascurare.

 

I due presidenti, quindi, vogliono dar l’impressione di una conferenza stampa amichevole e di sintonia. Sia Trump che Mattarella cominciano i loro discorsi ricordando i legami che esistono tra i due Paesi. The Donald fa la pagella della politica estera italiana: l’Italia, in sostanza, è brava ma non si applica. Infatti, positivo per Trump è l’acquisto degli F35, buono anche il fatto che l’Italia non abbia accettato di costruire la rete informatica 5G come voluto dalla Cina. Meno positiva è la valutazione della spesa per la difesa che dovrebbe essere aumentata, secondo i trattati NATO, fino al 2% del PIL. Subito il repubblicano attacca l’Unione Europea e spera in un rinnovato patriottismo italiano per combatterla.

 

Il presidente americano, dopo pochi minuti, afferma «gli Stati Uniti e l’Italia condividono un patrimonio culturale e politico che risale all’antica Roma». Questa frase, che ricorda come la costituzione e l’imperialismo americani siano fondati su quello romano, ha fatto impazzire i social su possibili alleanze strategiche etruschi-maya.

 

La parola poi passa a Mattarella e il registro è completamente diverso. «Gli Stati Uniti sono un alleato fondamentale, ci legano gli stessi valori di libertà, diritti umani, rispetto delle minoranze e stato di diritto». Dopo aver difeso l’operato dell’Italia in prima fila nelle operazioni Nato, il presidente italiano ricorda come l’alleanza tra i due Paesi esista solo insieme all’UE. Quella che delinea Mattarella è una triplice unione- Italia, USA ed Europa- convitato di pietra.

 

Durante la conferenza stampa la sintonia svanisce quasi completamente ed entrano in gioco le personalità dei due. Trump, istrionico, dà giudizi lapidari su qualsiasi persona e popolo gli capiti sotto tiro, con frasi che spaziano da «c’era tanta corruzione fino alla fine della presidenza di Obama» a «i curdi non sono angeli e il PKK è una minaccia terroristica». In mezzo ci sono attacchi ripetuti all’UE e a Junker che «hanno posto delle barriere commerciali incredibili alle nostre imprese». Chi viene apprezzato invece è Assad, ma anche Erdogan che non viene mai condannato.

 

La retorica del presidente americano è incentrata sulla parola “io”. «Io sono quello che ha fermato l’ISIS, io voglio portare i soldati a casa, io ho fatto l’accordo di pace fra Turchi e Curdi, un grande accordo». L’accentramento che Trump vuole sulla sua persona è totale, mentre i messaggi che passa sono molto semplici, diretti, per tutti. Il populista si prende tutto il tempo che vuole per rispondere alle domande divagando ed entrando spesso in contraddizione con sé stesso. Clamorosamente rispondendo a una domanda sulla Siria afferma «noi lì non abbiamo nessun soldato, soltanto un piccolo gruppo di soldati». E quindi? Ci sono o non ci sono soldati USA nel territorio controllato dei Curdi? Come hanno potuto gli americani abbandonare un alleato strategico al massacro dei turchi? Le risposte sono evasive, contorte, a volte false.

 

Il presidente Mattarella invece sceglie una strategia completamente diversa. Rimarca la posizione del governo italiano sulla Turchia, posizione condivisa con l’UE, ma non si spinge oltre. «Io non sono qui a dare giudizi per altri Paesi, ma per dire quello che fa il mio Paese» afferma Mattarella. Tuttavia, quando le posizioni dei due Paesi sono in contrasto, il presidente lo fa notare chiaramente. A Trump, che sostiene che le sanzioni siano la soluzione alle operazioni di Ankara (sanzioni poi tolte, garantendo la conquista militare turca del nord della Siria), Mattarella risponde in latino: «amicus Plato sed magis amica veritas». E la verità è che quello che succede in Turchia «è stato un grave errore che l’Italia ha condannato senza esitazioni. La soluzione non sta nelle sanzioni, che pur saranno inevitabili, la soluzione sta nello stop delle operazioni militari e nel ritiro della Turchia».

 

Mattarella risponde solo quando è necessario, a volte solo con una frase, lasciando spazio agli sproloqui di Trump. È interessante notare che sui dazi il presidente italiano ha una posizione più liberale degli americani che tradizionalmente erano i difensori del libero commercio e della globalizzazione. Nella classica logica liberista, Mattarella dichiara che un’escalation di dazi non porta mai effetti positivi e ricorda che l’UE ha preparato dazi di ritorsione contro Boeing. D’altro canto, Trump non vede assolutamente nessun problema con i dazi e anzi pensa che queste nuove guerre commerciali da lui intraprese siano «molto facili da vincere».

 

Cosa possiamo aspettarci nei rapporti fra questi Paesi in futuro? Due direzioni sembrano emergere da questa conferenza stampa. La prima è che ci sono ormai troppi legami tra i due Paesi perché questi possano entrare in una seria crisi diplomatica. L’Italia e gli Stati Uniti hanno relazioni commerciali, militari, culturali, personali e affettive troppo importanti per essere spezzate. La seconda, invece, riguarda il ruolo che gli Stati Uniti avranno nel futuro. Il presidente Trump ha chiaramente detto «gli USA non sanno più la polizia del mondo» e ha ristretto molto le politiche sull’immigrazione, tanto che molti nuovi immigrati italiani irregolari si sono sentiti in pericolo. Per il nostro Paese da più di un secolo gli USA sono stati una terra promessa, una terra dove il lavoro era garantito per tutti ed esistevano fiumi di latte, e arance grandi quanto una vacca. Per anni la Statua della Libertà ha accolto migliaia di immigrati italiani sotto la scritta «mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata».

 

Quell’America che garantiva a tutto il mondo occidentale una speranza di prosperità e libertà, l’America che ha in mente il presidente Mattarella quando ricorda i valori cardine dell’occidente, si sta sgretolando. La nuova America repubblicana di Trump è una terra chiusa, che pensa solo ai propri interessi e non si occupa della pace nel mondo ma della propria superiorità rispetto al mondo. È un’America che ha paura della crescita economica cinese e del potenziale potere dell’Ue e farà di tutto per distruggerli, facendo leva sulle istituzioni internazionali che ha creato e sul suo potentissimo esercito. Il moderato Mattarella fa parte di un mondo che non esiste più, un mondo di rispetto reciproco e cooperazione.