di Ludovica Spigone –

La domanda che sorge di fronte al dibattito politico sul processo di attuazione del “Regionalismo differenziato” all’esame del Governo, prima delle possibili soluzioni sugli aspetti gestionali di natura tecnica ed amministrativa, è se tale eventuale intesa tra Governo e Regioni possa minare il sentimento di identità nazionale e dunque il carattere unitario della Repubblica. 

Per offrire spunti di riflessione su un processo che secondo i punti di vista può rappresentare una regressione del sistema politico o, di converso, una crisi di crescita, possiamo individuare nell’articolo 5 della Costituzione un indispensabile punto di partenza: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.”. 

Con una forza inderogabile, la Costituzione italiana è garante del carattere unitario della Repubblica, con divieto di divisione di tipo statuale del territorio e di secessione di parti di esso.                                                                                                                                                      Tuttavia “riconosce e promuove” nei Comuni, nelle Province e nelle Regioni quell’autonomia locale di natura normativa, amministrativa e finanziaria, funzionale alle specifiche esigenza territoriali, nel rispetto della Costituzione. 

Dunque, seppur nelle sue articolazioni dirette a rispondere al principio del pluralismo territoriale ed alla pluridimensionalità del cittadino, lo Stato assolve alla tutela di principi indefettibili: mantenimento dell’unità politica raggiunta nel 1861; ispirazione per tutte le articolazioni territoriali ad un comune sistema di valori; parità tra i cittadini nel godimento dei diritti fondamentali. 

L’articolo 116 della Costituzione richiama la realtà delle Regioni a statuto speciale (Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto-Adige, Valle d’Aosta, Sicilia e Sardegna) che godono di un particolare grado di autonomia per ragioni storiche, linguistiche e geografiche.                                                                                                                       Il Regionalismo differenziato attualmente invocato da altre Regioni quali il Veneto, la Lombardia, il Piemonte, la Liguria, l’Emilia-Romagna e la Campania, sembra ispirarsi al comma 3 dell’articolo 116 della Costituzione. 

Si comprende come il riferimento alla possibilità di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia concernenti determinate e limitate materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 della Costituzione, possa aprire uno scenario di indubbio interesse politico, culturale e sociale per le conseguenze derivanti dalla gestione dei fondamenti materiali e immateriali della nostra Repubblica. Si pensi all’istruzione, all’occupazione, alla sanità, alle infrastrutture, alla distribuzione delle risorse pubbliche, alla tutela ambientale… 

La via di un Regionalismo differenziato persegue dunque la finalità di uno Stato democratico che, rispondendo alle istanze di alcune Regioni, ne promuove la crescita rendendo la gestione di aspetti amministrativi, finanziari e legislativi autonoma e responsabile, seppur si tratti di territori a statuto ordinario con elevata capacità governativa.                                                                                                                                         Dunque, un trasferimento di funzioni con la garanzia di un intervento sostitutivo dello Stato in caso di inadempimenti da parte della Regione.   

Il faro di questo modello di eccellenza per lo sviluppo democratico del Paese è rappresentato dalla parità tra i cittadini nel godimento dei diritti fondamentali e nel rispetto dei doveri di solidarietà.                                                                                                    Non può essere per questo ignorata la crisi del Meridione piegato dalla recessione e dal conseguente spopolamento dei giovani.  

Al punto di tale breve dissertazione è lecito nutrire la speranza che, seppur nel clamore della dialettica sociopolitica che quotidianamente richiama l’attenzione dei media, si persegua la realizzazione di modelli regionali che rispondano attraverso l’autonomia delle competenze ai diritti-doveri dei cittadini ed ai sentimenti di identità nonché di unità nazionale anche al cospetto della Comunità europea.