Di Giulio Menichelli-

Eccomi qua, alla fine della mia avventura. Sono passati già più di cinque anni dalla prima volta che ho messo piede nella nostra Università, dalla mia giornata della matricola. Ricordo quel giorno come fosse ieri: la fila per prendere badge e libretto, la presentazione in Aula Nocco, il benvenuto a Viale Romania, ma soprattutto i volti dei tanti ragazzi che con me iniziavano questo percorso: alcuni erano spaesati, altri curiosi, chi timoroso, chi entusiasta, tutti, però erano consapevoli di stare iniziando il percorso che avrebbe per sempre cambiato la loro vita, dando una forma a quello che finora erano, trasformandoli in ciò che sarebbero diventati. Oggi alcuni di loro sono già laureati, altri, come me, stanno scrivendo la tesi o studiando per gli ultimi esami. Pensarci mi spaventa.

Iscrivermi a giurisprudenza è stata una scelta impulsiva, quasi casuale, presa la sera prima dell’open day a cui ho partecipato. Chi mi conosce sa quali erano i miei piani originari: studiare scienze politiche e nel frattempo portare avanti la mia grande passione, la musica, iscrivendomi al conservatorio. Però quella sera ho deciso di cambiare radicalmente i miei piani: evidentemente non erano ciò che il fato aveva in serbo per me.

Tornando a quel giorno, ricordo di aver preso in mano una copia di Iuris Prudentes e di averla sfogliata sul tram, mentre tornavo a casa. Mi torna in mente l’averlo trovato interessante, ma anche l’aver pensato che non facesse per me. In fondo, ero solo un ragazzino appena iscritto al primo anno, che, peraltro, veniva dal liceo scientifico, e si trovava circondato da immense folle che parlavano il greco e conoscevano il doppio del mio latino. Cosa avrei mai potuto fare lì? Chi mai avrei potuto stupire?

Eppure, non molto tempo dopo, un altro numero di questa rivista tornò tra le mie mani. Stavolta avevo già iniziato a capire chi fossi, oltre ad aver stretto le prime amicizie. Cominciavo ad avere le idee più chiare su questo nostro mondo universitario, avevo insomma, una nuova sicurezza, non boria o presunzione, ma quella sicurezza che è motore di tutte le cose, che spinge a mettersi in gioco, ad esplorare senza temere il giudizio altrui.

Da allora le cose sono andate avanti in modo fluido. Il primo articolo, quello su Bauman, Philip Glass e la società liquida; la prima intervista, quella a domicilio a Stefano Rodotà; gli eventi, quella famosa Leopolda 7 in cui mi sentii per un momento al centro delle attività di Iuris. Gli anni di capo-redazione al fianco di Valerio, con tutte le attività, tutti i progetti che abbiamo fatto, e, infine, questi ultimi sette mesi di direzione.

Ed ora, dopo cinque anni, mi appresto a varcare la soglia, a superare il confine tra università e mondo reale, e non posso fare a meno di guardarmi indietro. Ciò che provo è un enorme sentimento di gratitudine.

Caro Valerio, per ovvie ragioni tu sei il primo che devo ringraziare. Un caporedattore, un direttore, ma soprattutto un amico. Abbiamo condiviso ogni avventura in questo giornale, e lo abbiamo sempre fatto non solo con grande determinazione, ma con il sorriso. Non abbiamo fatto a meno di scherzare anche quando le cose non andavano come volevamo, così come non abbiamo smesso di migliorarci quando già eravamo all’apice del successo.

Cara Cecilia, caro Edoardo, a voi va il mio ringraziamento per essere stati leali. Siamo stati una squadra anche quando non ce ne rendevamo conto, e per questo abbiamo fatto grandi cose. Sono orgoglioso di aver collaborato con voi.

Cara Angela, cara Simonetta, in momenti diversi siete state il saggio consiglio e la parola di conforto, vi ringrazio perché senza la vostra saggezza questa lunga esperienza sarebbe stata diversa.

Caro Matteo, caro Filippo, non posso immaginare Iuris oggi senza di voi. Voi che ci siete sempre stati e non avete mai preteso nulla, voi che avete sempre dato il massimo senza chiedervi cosa facessero gli altri intorno a voi. Vi ringrazio per questi anni insieme, e sono felice di potervi chiamare amici.

Care Anna, Annachiara, Clotilde, Elisabetta, Valentina cari Alberto, Diuly, Francesco, Leonardo, Pierpaolo, a voi va il mio grande ringraziamento per l’ultima parte di questa avventura. Siete stati la mia squadra, ed è merito vostro se oggi la nostra rivista è ciò che è.

Carissima Elena, a te va un ringraziamento speciale: con la tua guida Iuris raggiungerà vette mai viste prima e arriverà a realizzare tutto ciò che noi non siamo riusciti a fare. Ti ringrazio perché mi dai questa sicurezza: non avrei mai potuto sperare di lasciare Iuris Prudentes in mani migliori.

Ringrazio, infine, tutti voi, redattori di oggi, di ieri e di domani, per ciò che avete fatto, state facendo o farete per far brillare Iuris, la nostra famiglia. Perché se il mondo è pieno di confini, tra di noi non ce ne sono. Siamo e saremo sempre una cosa sola.

Iuris Prudentes non ha confini.

A cose più grandi.