Di Alessandro Manca Bitti-

Le manifestazioni di piazza in cui un gruppo di persone desidera esprimere il proprio dissenso o la propria preoccupazione in relazione ad una data tematica, possono rivelarsi sia come sani esercizi dei propri diritti democratici, sia, purtroppo, come traumatici momenti di tensione e violenza, basti pensare ai numerosi esempi in tal senso che tristemente anche la storia italiana offre, G8 di Genova in primis. Si verificarono in quell’occasione, ed in altre simili, prevaricazioni compiute da membri delle forze dell’ordine a danno di manifestanti. Le testimonianze di quelle giornate di luglio a Genova lasciano in uno stato di sgomenta incredulità: è arduo concepire che dei tutori dell’ordine possano macchiarsi di abominevoli nefandezze come quelle perpetrate all’interno della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto. Sulla vicenda è stato scritto moltissimo e non ripeterò ciò che è già stato da altri reso di pubblico dominio. In ogni caso, simili abusi e prepotenze da parte del potere sono inaccettabili in un Paese che voglia dirsi democratico. La violenza cieca e l’arbitrio che si consumarono tra le mura della scuola e della caserma ricordano la realtà di Stati di polizia, in cui non esistono garanzie per i cittadini e nei quali al potere tutto è consentito, nel bene e nel male. Non a caso, secondo alcuni, in quel contesto si verificò una sospensione dello Stato di diritto. L’Italia subì due condanne da parte della Corte EDU, emanate sulla base dell’assunto che nella scuola Diaz e presso la caserma di Bolzaneto si consumarono atti di tortura.

Questo ed altri accadimenti sono stati fonte di motivazione per l’introduzione, nel nostro ordinamento, del reato di tortura, fortemente voluto da Luigi Manconi, che poi però si dissociò dalla legge effettivamente approvata. Proprio per evitare o, quantomeno, per rendere più improbabile che simili gravi episodi di crudeltà si realizzino, numerose nazioni europee si sono dotate di leggi che impongono agli agenti di polizia, in servizio di ordine pubblico, l’utilizzo di indumenti dotati di codici identificativi e telecamere portatili integrate nella vestizione. In certi casi, in luogo della sigla identificativa, è presente il nome dell’operatore. Recentemente, anche in Italia è stata avanzata una proposta di legge dal contenuto simile, promossa dalla deputata Giuditta Pini, in quota Partito Democratico. Il testo di tale disegno è stato presentato il 23 gennaio 2019 ed è approdato in Commissione Affari Costituzionali lo scorso 15 ottobre. I punti cardine del testo sono: l’introduzione di sigle identificative alfanumeriche sui caschi e sui gilet tattici degli agenti impegnati nella tutela dell’ordine pubblico durante manifestazioni di piazza o sportive; il divieto per gli operatori di rendersi irriconoscibili o di confondersi con appartenenti ad altri corpi e l’obbligo di non alterare la sequenza della sigla di riconoscimento; la previsione di sanzioni amministrative da tremila a seimila euro, ai danni di coloro che contravvengano a queste ed alle altre disposizioni previste, sempre che il fatto non costituisca reato. Anche l’utilizzo delle micro telecamere portatili (bodycam) viene disciplinato. Esse, infatti, dovrebbero essere attivate dagli agenti solamente in caso di rischio concreto per la garanzia della sicurezza nella situazione contingente. L’uso delle suddette sigle non dovrebbe rendere possibile riconoscere uno stesso operatore nell’ambito di diverse manifestazioni, infatti è previsto che il codice venga di volta in volta modificato. Secondo la promotrice del testo, l’identificazione personale sarà possibile, eventualmente, solo tramite un procedimento giudiziario. Diverse forze politiche che siedono oggi in Parlamento, in particolare Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega, si sono espresse con disapprovazione nei confronti di una simile ipotesi legislativa. Francesco Paolo Sisto, capogruppo di Forza Italia in Commissione Affari Costituzionali, ha parlato addirittura di schedatura degli agenti. Personalmente, ritengo che l’introduzione di sistemi idonei a rendere identificabili i membri delle forze di polizia durante le manifestazioni in cui gli stessi sono chiamati a preservare la sicurezza collettiva, sia un grande progresso per la tutela delle garanzie personali di coloro che si trovano presenti sui luoghi dei fatti, dalla parte dei manifestanti o da quella degli stessi agenti. 

Credo, infatti, che la possibilità di essere chiamati inevitabilmente a rispondere delle proprie azioni possa costituire un disincentivo a comportamenti abusivi per coloro che non rispettano le basilari regole nell’espletamento delle loro funzioni. Inoltre, ciò dovrebbe essere interesse della grande maggioranza dei tutori dell’ordine onesti e civili, i quali sicuramente provano orrore nel pensare alle scelleratezze perpetrate da alcuni loro colleghi deviati, i quali, tra l’altro, disonorano la reputazione di istituzioni così importanti per la tenuta del sistema democratico come i corpi di polizia.