Evento : Millennial Stories - Milano 30 Ottobre 2019 - Foto Massimiliano Stucchi ©

di Annachiara Di Domenico-

I social network sono nati con lo scopo di avvicinare le persone distanti, ma a lungo andare hanno assunto una funzione ben lontana da quella immaginata dai loro creatori: si sono evoluti in piattaforme di condivisione e scambio di informazioni. In questa nuovissima arena, fatta di notizie in tempo reale, like e commenti, scende in campo Imen Jane, armata di instagram e tanta passione per l’economia politica. Con le sue instastories spiega la realtà economico-politica internazionale pochi secondi alla volta, riuscendo in ciò in cui molti avevano fallito: avvicinare tantissimi ragazzi all’informazione, stimolando pensiero e dialogo. Così, ho deciso di farle delle domande e approfondire questo suo approccio ai social, un po’ perché è un personaggio positivo della nostra società, un po’ perché, lo ammetto, sono vittima io stessa della sua inconfondibile verve.

 

 

Quando hai cominciato a fare questo tipo di divulgazione su Instagram? Pensi di aver avvertito un particolare bisogno dei ragazzi della nostra generazione?

 

La primissima volta che ho fatto delle instastories su questi contenuti è stato nell’ottobre del 2018, quando ricorreva il decennale del fallimento della Lehman Brothers. Per me era una sorta di allunaggio, un argomento importante da ricordare. Ero a cena con degli amici e ho cercato di tirare fuori l’argomento, ma nessuno ricordava precisamente cosa fosse. Così ho pensato: a mali estremi, estremissimi rimedi. Ho preso il mio telefono e ho fatto un video selfie. Non avevo mai pubblicato prima una cosa del genere, quindi ero molto imbarazzata. Rivedendole oggi penso che erano davvero delle stories di bassa qualità: ero conciata male, c’era un’illuminazione sbagliata, non era certamente un “set” ben curato. In realtà nessuno ha badato all’aspetto estetico del mio video e ho avuto solo feedback positivi, perché tutti erano concentrati sul contenuto. Non avrei mai pensato che su instagram le persone potessero concentrarsi più su quello che avevo da dire che sul mio aspetto. Per me era davvero importante, in quel momento come oggi, stimolare la conversazione, il confronto, la chiacchiera.

È partito tutto da lì. Inizialmente lo facevo solo la domenica, poi le persone hanno cominciato a chiedermi di parlare di alcuni argomenti anche in settimana. Da quel momento il mio profilo instagram ha smesso di avere una funzione strettamente privata ed è diventato un mezzo di comunicazione ed informazione. Da quel lontano giorno dell’ottobre 2018, il mio profilo ha avuto una crescita esponenziale.

 

Utilizzare Instagram potrebbe banalizzare alcuni argomenti: come fai ad essere esaustiva con tempi super ristretti?

 

Non si è mai esaustivi in poche stories. Vedi per esempio la brexit, l’ho raccontata davvero in tutti i modi con centinaia di stories (NDR: potete trovare tutto nelle sue storie in evidenza). Le mie stories servono a dare uno spunto in più, ad accendere una fiamma. Per il resto io consiglio sempre di leggere libri, vedere documentari. Una tecnica che uso per dare informazioni nel modo più esastivo possibile è scegliere cosa raccontare: trattando di pochi argomenti posso farlo in maniera più approfondita.

 

 

Ti abbiamo vista super appassionata al tema Brexit: sul tuo profilo ieri hai scritto un post nel quale esprimevi tutta la tua tristezza nei confronti di questa svolta. Hai scritto che è importante ricordare che “la colpa non è mai degli elettori”: cosa intendevi con questa espressione?

 

La politica è comunicazione: non vince mai il politico più preparato o più compentente. Vince quello che comunica più pragmaticità, sicurezza. Per questo motivo, non si può mai dare la colpa a chi recepisce il messaggio, ma a chi lo manda. Se gli europeisti non hanno dato un messaggio efficace, la colpa è loro, non di chi ha avuto difficoltà nel recepirlo. Forse gli europeisti hanno sottovalutato la campagna pensando che avrebbe vinto il remain. Il tutto è certamente condito da una generale sfiducia nel mondo globalizzato che negli ultimi anni si sta diffondendo. Invece, Boris Johnson, ha fatto una campagna incredibile e all’avanguardia: ha targettizzato anche le persone che solitamente non votano. L’errore che hanno fatto i remainers è stato di prendere come campione le persone che hanno sempre votato per il remain, senza estendere il loro bacino attingendo dal gruppo degli astenuti o indecisi. Boris Johnson si è preso una grande fetta delle persone che non votano e ha fatto in modo che il primo messaggio politico che arrivasse loro fosse quello del leave.

 

I dati del referendum del 2016 parlano chiaro: la maggioranza degli over 50 ha votato per il leave, mentre gli under 50 erano per il remain. Pensi che nei paesi “vecchi” (come d’altronde è anche l’Italia) il voto dei cd boomers possa influenzare negativamente il futuro dei giovani?

 

Il problema è che i giovani per quanto riguarda la brexit, non sono andati a votare. I ragazzi hanno sottovalutato l’importanza di questo tipo di scelta e quando si sono pentiti era troppo tardi.

Ci sono delle scuole che sostengono che bisogna limitare il voto agli over 65. Io non sono d’accordo bisognerebbe votare finché morte non ci separi dalla scelta. E poi ci sono scuole che sostengono di ampliare il voto ai sedicenni: molti dicono che i ragazzi a quella età non sono responsabili, ma molto spesso non lo sono nemmeno i cinquantenni. I ragazzi di sedici anni poi sono freschi di studi e sanno ancora meglio come funziona un’elezione.

 

Insomma… nelle scuole italiane non è insegnato.

 

Questo dipende da che tipo di insegnante trovi, purtroppo non è scontata l’educazione civica in Italia. Se il voto ai sedicenni fosse una realtà, ci dovrebbe essere parallelamente l’informazione e l’istruzione nelle scuole. A sedici anni puoi sposarti, guidare, lavorare, pagare le tasse. Puoi fare diverse cose e tra queste ci dovrebbe essere anche il poter manifestare la tua scelta politica.

 

Come pensi si evolverà la tua carriera?

 

Io ho appena fondato una startup con il mio socio, una media company, che si chiama WILL. Abbiamo creato un team di giovani giornalisti, videomaker, grafici e cercheremo di dare una informazione diversa da quella classica, uno spazio in cui ci siano solo informazioni che valgano la pena di essere lette. La ricetta vincente è limitarsi ad una nicchia: se io comprassi un giornale domani mattina, ci sarebbero un sacco di informazioni che scarterei a priori perché a me non interessano; invece, la “sciura Pina” si fionda direttamente sui fatti di cronaca e magari non le importa nulla della crisi in Libia. Noi abbiamo deciso di parlare del cambiamento a livello mondiale: qualsiasi informazione di natura economica, sociale, politica che riguardi il cambiamento sarà trattata su Will. Non si tratta di un format fatto dai giovani per i giovani: chiunque può leggere WILL. Vogliamo stare negli spazi in cui ci sono le persone online, sui social, non saremo un sito web. In due settimane e senza sponsorizzazione abbiamo raggiunto 100.000 followers.

Grazie ai data che ci arrivano dai social, facciamo incontrare domanda e offerta: parliamo solo di ciò di cui la gente vuole sentir parlare. È un lavoro che i giornali cartacei non possono fare e quindi si trovano in una fortissima asimmetria informativa. Attraverso i data analysts e data scientists, questo lavoro è possibile sui social. Si dice he c’è una grande sfiducia nell’editoria: i giornali chiudono, i giornalisti lavorano per 10€ al pezzo. Il problema non è la mancanza di richiesta di informazione ma la mancanza di innovazione nel settore.