di Marco Romolo-

Immaginate di essere nati nell’Europa del ‘700. Siete cresciuti nei campi fuori città o tra le botteghe delle strade, vedendo vostro padre e vostro nonno lavorare manualmente tutta la vita. Poi quando diventate adulti, di colpo, vi ritrovate di fronte una fabbrica. Mai se ne erano viste prima, mai nessuno le aveva costruite figuriamoci se qualcuno ci avesse mai lavorato. Eppure voi siete là, insieme ai primi operai, ai primi sindacalisti, ai primi capitalisti della storia. Il lavoro non è più manuale, è meccanico. Dal sistema agricolo-artigianale-commerciale si è passati ad un sistema industriale contraddistinto dall’uso generalizzato di macchine. Il lavoro cambia, la società indirettamente cambia, il mondo intero non sarà più lo stesso. La vostra generazione sarà il tramite tra chi è vissuto col vecchio sistema e chi nasce nel nuovo. Questi furono la generazione “cerniera” della rivoluzione industriale.

Negli ultimi decenni si è assistito invece alla così detta “rivoluzione digitale”. Questa ha segnato il passaggio dalla tecnologia meccanica ed elettronica analogica a quella elettronica digitale. È cominciata lentamente nel secondo dopoguerra, poi dall’invenzione dei computer ed internet ha avuto un’impennata culminata negli anni duemila con l’avvento dei social network. Tuttavia, a differenza della rivoluzione industriale, non solo il settore produttivo e manifatturiero ma anche tutti i restanti ambiti della società ne sono stati direttamente influenzati e di conseguenza modificati, adattati o, in alcuni casi, estinti.

Ed è in questo contesto che, per spiegare il divario tra le generazioni che hanno contribuito e vissuto questa rivoluzione da quelle che le precedono e non ne faranno mai parte ed ancora quelle successive dei “nativi digitali”, vengono proposte le ripartizioni più disparate e curiose. Nasce così la “classificazione generazionale generale”, la quale lascia, a parer mio, il tempo che trova. Tra qualche decennio questa suddivisione non esisterà più, sarà adattata ai tempi e ci saranno probabilmente altre “definizioni”. Generazione X, generazione Y, generazione Z, boomer, millenials ecc. sono sicuramente simpatiche categorie, buone per prendersi in giro in famiglia o per le pubblicità ma ciò non toglie che ognuno di noi è un singolo individuo rappresentante molto più del proprio stereotipo generazionale. Un esempio concreto è testimoniato dal fatto che vi è gente di quaranta o cinquant’anni con profili social attivi ed alta conoscenza nell’utilizzo di smartphone e PC, cioè molto più digitalizzata rispetto a parecchi trentenni o ventenni.

Tuttavia è innegabile che una distinzione c’è e si sente, esattamente come si sentiva nel 700’ dopo l’industrializzazione; ed è tra prima, durante e dopo la “rivoluzione digitale”; ed è questa la distinzione che sarà ricordata nella storia. L’età è un fattore indicativo, importante ed imprescindibile, ma spesso sta al singolo individuo scegliere se adattarsi al progresso e quindi rientrare in un gruppo rispetto che un altro.

La “Generazione cerniera” rappresenta il “durante”. Sono tutti coloro nati e cresciuti prima della digitalizzazione ma che moriranno digitalizzati. Per intenderci parlo di coloro i quali stampavano le foto e le appendevano in camera o che chiamavano da fisso a fisso chiedendo: “Tizio c’è?”; e che moriranno sapendo perfettamente usare uno smartphone. Ecco dunque che questa generazione sta facendo da tramite tra due mondi. Per tutti coloro che vi si identificano, è bene sapere che oltre alle infinite opportunità, la nuova “società digitale” ci dà una nuova e importante responsabilità nei confronti delle future generazioni.

Tutti bene o male conosciamo il “Mito della caverna” di Platone. Gli uomini cresciuti guardando solo ombre proiettate sulla parete della grotta una volta usciti non riconoscevano il mondo reale per “reale” e spaventati tornavano indietro preferendo la “loro” realtà. Ebbene, uno schermo a pochi centimetri dalla faccia può benissimo essere una caverna. Un filtro che se messo fin dalla nascita può condizionare pesantemente la percezione della realtà e del mondo. Infatti il rischio più grande, la colpa peggiore, sarebbe quella di crescere nuove generazioni inadeguate a vivere ed affrontare il mondo reale ma capaci solo di muoversi all’interno di una realtà digitale. Per esempio già assistiamo a ragazzi del nuovo millennio pieni di profili social o notifiche sul telefono ma poi soli nella vita reale.

È prioritario far sì che le nuove generazioni siano consapevoli dell’immenso potenziale fornitogli dalle nuove tecnologie, che non diano per scontato cose come l’avere tutta la conoscenza umana letteralmente in tasca e che sfruttino tutto questo per migliorare la nostra società.

Il nostro compito principale in quanto “cerniera” è appunto questo, evitare il distacco tra il reale ed il digitale, evitare “lo strappo” tra il mondo in cui siamo nati e quello che lasceremo.