di Giulia Bove-

Nelle ultime settimane un nuovo fenomeno ha investito i social, si tratta dell’applicazione di messaggistica “Telegram”: molto diffusa tra i giovani ma anche tra adulti, comunemente utilizzata da un numero esorbitante di utenti seguendo l’ombra della analoga applicazione “Whatsapp” ancor più conosciuta ed utilizzata. Questo fenomeno, diffusosi a macchia d’olio, si basa sullo scambio di contenuti da parte di uomini: foto o video di donne cui vengono allegati i loro dati personali come nome e cognome, numero di telefono ed indirizzo di domicilio, in determinati gruppi chat creati da loro stessi con lo scopo di incitare la “cultura dello stupro” e quindi screditare la figura della donna per encomiare invece “la genialità” del maschio. Quale donna non si aspetterebbe che al giorno di oggi, il proprio amico, marito, fidanzato o addirittura padre possano divertirsi inviando foto che ai loro occhi possano essere oggetto di scandalo al punto di screditare la figura e il valore e violando i diritti per cui noi donne abbiamo tanto lottato per anni?

A questa domanda credo ormai ogni donna amaramente sappia rispondere senza alcun indugio.

Siamo oggetto di “scambio”. Foto private ma anche foto da noi stesse rese pubbliche mediante condivisione sui social più conosciuti da questa generazione, come instagram e facebook, viaggiano in un millesimo di secondo in svariati gruppi, accompagnate da sgradevoli e a dir poco avvenenti commenti, che non sto qui a citare. In questo modo ciascuno può scegliere e commentare la “figurina” migliore, come se si stesse completando il proprio album di figurine preferito, o “pezzo di carne” più di qualità, come se si stesse facendo la spesa dal macellaio.

Il fenomeno “Telegram” però non ha scatenato solo questo. In una società che, ancor oggi nel 2020 vede la donna come merce dell’uomo, queste azioni che sfociano in discriminazioni e incitano “la cultura dello stupro”, sono all’ordine del giorno, a tal punto da essere ricondotte all’interno di una determinazione specifica che è il termine “cultura” che di certo non dovrebbe ricomprendere tra i numerosi ambiti che già ne fanno parte, questo fenomeno. E’ questo il messaggio che vogliamo e che volete voi uomini lasciare alle vostre future nipoti e figlie?

Lo stupro, non è una dimostrazione violenta della sessualità, ma una manifestazione sessuale della violenza’. Quest’ultima non ha niente a che vedere con la vittima che frequentemente viene, senza alcun fondamento giuridico o logico cognitivo reale, incolpata di “essersi cercata” quella violenza. Il tutto perché magari portava una gonna o un vestito che lasciavano intravedere un po’ di coscia in più e quindi rappresentava un messaggio diretto ad ogni uomo che celava un bisogno di “attenzioni” o “sguardi particolari” se cosi vogliamo dire, da parte della donna in questione.

Tutto questo deriva dalla stessa matrice che vede la donna come oggetto e possedimento. Il problema essenziale alla base di questa situazione, come in situazioni analoghe, è che non è possibile separare il genere dall’azione in quanto è il genere stesso il movente dell’azione; non è chiaramente corretto generalizzare in quanto non tutti gli uomini sono violenti stupratori e tantomeno è il messaggio che vorrei trasmettere con questo articolo.

Il problema focale sta nel fatto che, cosi come per il femminicidio, chi commette queste azioni oltre a commettere il reato in sé, ha in mente la convinzione di poterlo fare in quanto la vittima in questione è una donna, mentre lui è un uomo. Ciò però avviene a causa di una società in cui questo dato di fatto ormai radicato e consolidato, sarebbe già dovuto essere stato snaturato fin dal principio; siamo una società nella quale per troppo tempo, nel silenzio si sono accettate e si accettano tutt’ora queste condotte. Condotte che al principio risultano essere minime e dunque infime in quanto tali, che non costituiscono reato, ma che hanno la stessa identica matrice di cui si è parlato fin qui. Si pensi a un apprezzamento ad alta voce ad esempio; l’intenzione può non essere assolutamente maligna, ma ci si ferma mai a chiedersi cosa ha suscitato quel commento nella ragazza? Se si è mai sentita violata, indifesa e spogliata si delle proprie insicurezze ma sicuramente più di quelle poche invece sicurezze che aveva.

Se non ci chiediamo questo, come possiamo contrastare un problema cosi grande? Il cambiamento deve esserci a partire dall’elemento più infimo, solo partendo da esso potrà sconfiggersi l’elemento più grande, e perché no, anche porre fine a questo “costume dello stupro”. Non è di certo sorprendente che esistano gruppi in cui uomini condividono immagini pornografiche, ma lo è invece che si arrivi al punto di sessualizzare facce, foto profilo con tanto di nomi, cognomi , indirizzi e numeri di telefono e che si esordisca con frasi del tipo “andate a stuprarla pure!”. Questo non è accettabile, non può diventare un assiduo fenomeno. Si tratta bensì di una sessualizzazione deviata, depravata, come se tutto questo avesse una benchè minima parvenza di normalità, e qui non si sta parlando di femminismo ma di giustizia. Chi si sente in diritto di prendere una immagine di una donna e deteriorarne la bellezza, intesa non solamente dal punto di vista estetico, a scopo sessuale SENZA ALCUN CONSENSO, non solo merita di passare la sua vita fino al giorno in cui esalerà il suo ultimo respiro in carcere, ma merita anche di essere divorato dai rimorsi di quello che è, definizione per la quale non trovo parole esistenti.

Non vi è una soluzione scritta nei libri a questo problema cosi grande, ma ritengo che scrivere, parlarne, informare e far sì che fin da quando si è bambini, ci sia sensibilizzazione all’argomento, possano essere valide soluzioni che ci portino a sconfiggere questi fenomeni e che facciano in modo che ogni donna che sia vittima di questi soprusi, non si senta sola neanche per un momento.