di Alfredo Marini-

Caterina Cerroni, molisana classe 91, la più giovane candidata del Partito Democratico alle scorse europee e attualmente in lizza per ricoprire il ruolo di Segretario Nazionale dei Giovani Democratici, la giovanile del PD.

 

Qualcuno aveva definito questo come il periodo post-ideologico, il tempo in cui tutto vale tutto purché presentato sotto la bandiera del cosiddetto “buonsenso”. 

Altri affermano che siamo giunti alla morte dei Partiti come corpi intermedi di partecipazione alla vita democratica del paese, con la catastrofica conseguenza che assistiamo (da 25 anni) alla nascita di movimenti personali avulsi da qualsiasi logica di confronto democratico interno.

A tal proposito credi anche tu nella morte delle ideologie? Pensi che il partito come strumento di partecipazione democratica alla vita politica non abbia più senso? 

Viviamo in un tempo di grandi divisioni ideologiche. I decisori pubblici, i movimenti politici, tutti noi, ci troviamo al bivio tra isolamento nazionalista e solidarietà globale; tra tutela dell’ambiente e consolidato sviluppo industriale, tra sorveglianza delle persone e responsabilizzazione dei cittadini. 

Le ideologie del secolo scorso sono sicuramente mutate, e non poteva non accadere in un mondo dove gli assetti geopolitici si trasformano repentinamente e in cui le  persone sono state travolte dalla rivoluzione digitale. 

Come spiega Yuval Noah Harari nella sua ultima riflessione pubblicata dal Financial Times, l’emergenza da coronavirus accelera la necessità di una scelta tra sorveglianza totalitaria e ruolo attivo della cittadinanza, tra sovranismo ed azioni globali.

Questa emergenza riabilita, finalmente, il ruolo dello Stato. 

È ancora presto per capire quali saranno gli effetti politici ed economici a lungo termine della pandemia, ma il rapporto tra cittadini ed istituzioni sarà diverso ed è chiara la necessità di uno Stato che intervenga a tutela dei cittadini.

L’unica notizia buona di questo tempo è che l’isolamento nazionalista e il liberismo affermatosi negli ultimi decenni, appaiono completamente inadatti a rispondere alle sfide del 21° secolo. 

Ed è qui che subentra ancora oggi la necessità dei partiti per orientare la costruzione delle società. 

Negli ultimi anni, soprattutto in Italia, molte persone hanno inseguito l’illusione di una democrazia diretta. Ma l’abbaglio di poter contare di più con like, commenti sui social e sondaggi su siti di società private, nel nostro Paese così come in molti altri, ha ridotto il nostro potere  limitando le possibilità dei cittadini di decidere. Devono tornare i partiti a darci voce, chiaramente rinnovati nella loro missione costituzionale.

 

Quindi ha ancora senso parlare di giovanile di partito? 

Per quale motivo e con quale missione.

Dalla mia esperienza internazionale ho compreso  l’importanza  dell’esistenza di un soggetto autonomo rispetto ai partiti. Anzitutto perché in molti paesi c’è un’esigenza di rappresentanza per ragazze e ragazzi dimenticati dalla politica, le generazioni Y e Z non sono solo le ultime dell’alfabeto ma anche, in molte regioni del mondo, in fondo agli impegni delle istituzioni.

E poi per l’autonomia. L’indipendenza, strettamente connessa alla capacità di ideare nuove politiche, conta per non dipendere dal leader di turno. 

Le condizioni del mercato del lavoro, il rischio di esclusione sociale, i cambiamenti climatici e l’effetto che producono sulle nostre vite, la mancanza di opportunità e dignità ci impongono di essere radicali. E così anche una giovanile certo ha un senso ma deve trovare un senso nuovo.

 

Da due anni sei Vice Presidente della Iusy, l’internazionale dei giovani socialisti, con delega al femminismo. Sfortunatamente non siamo ancora arrivati alla completa parità dei sessi, cosa può fare la nostra generazione per colmare definitivamente questo gap?

Lottare per pari opportunità, pari diritti, pari salari, per un investimento umano che distrugga la cultura patriarcale.

Raggiungere per donne e uomini un giusto bilanciamento tra tempi di vita e tempi di lavoro.

E facciamo in modo che la nostra prossima riunione non sia una prova muscolare in cui conta alzare la voce invece che ragionare insieme.

 

L’emergenza coronavirus ha definitivamente chiarito, se non lo fosse già abbastanza dopo il 2008, la debolezza degli Stati nazionali Europei. L’Unione europea sta vivendo un periodo di crisi, vedi Brexit, ma anche di nuove opportunità e trasformazioni. 

Che tipo di Europa immagini entro i prossimi 10 anni? E su quali battaglie è necessario concentrarsi?

Immagino un’Europa federale, maggiormente integrata e democratica e più solidale. La riforma delle istituzioni europee è un tema complesso ma urgente.

 

Immagino un’Europa sociale;in cui il Welfare State sia rinnovato e potenziato. Non è solo il principale obiettivo delle forze social democratiche ma il più grande traguardo raggiunto, insieme alla pace, mediante il processo di integrazione.

 

Un’Europa verde; tra i successi dell’Unione europea c’è sicuramente quello di aver contribuito in misura notevole alla definizione di una legislazione ambientale tra le più avanzate al mondo. Così come, senza la spinta decisiva degli Stati UE, molti accordi internazionali riguardanti il clima, l’ambiente e l’energia non esisterebbero.

È necessario un impegno per avviare la riconversione sostenibile dei sistemi produttivi e, più in generale, per l’ampliamento di un’economia verde, in grado di coniugare sviluppo economico, occupazione, tutela dell’ambiente e qualità della vita.

 

Un’Europa guidata, al suo interno e nel mondo, dalla bussola dei diritti umani.