di Annachiara Di Domenico-

Frankly, my dear, I don’t give a damn”, disse Rhett Butler a Rossella O’Hara per concludere il più straziante break up della Golden Age of Hollywood. “Said none in 2020” aggiungerei io, e a ragion veduta! Le cantate dai balconi prima, e gli schiamazzi delle proteste poi, sembrano aver destato la coscienza collettiva, che ha portato il mondo a non “infischiarsi” proprio di nulla e a fare dell’indifferenza il vero nemico. Ma cosa c’entra Via col vento con quanto sta accadendo negli USA e nel mondo?

 

Storia di una finta censura.

 

Tutti ormai conosciamo la vicenda di George Floyd, uomo afroamericano ucciso in maniera brutale dalla polizia il 25 maggio 2020 e divenuto tragicamente famoso. La sua morte, documentata da un video diffuso sui social, ha reso visibile l’elefant in the room che tutti gli americani fingevano di ignorare: la police brutality e il razzismo nei confronti della comunità afroamericana sono ancora un problema presente e vivo negli States e nel mondo. Questa rivelazione (paradossalmente evidente) ha innescato rivolte in tutti gli stati americani e ha coinvolto il mondo intero, che è sceso in piazza e si è unito al grido di “I can’t breathe”.

 

Hollywood non ha tardato a pronunciarsi. Molte sono le super star che hanno deciso di scendere in piazza con i comuni mortali per protestare. Ancora di più sono coloro i quali hanno espresso il loro pensiero sui social, cercando di sensibilizzare il loro pubblico ad informarsi, comprendere e reagire. Tra questi, c’è John Ridley, sceneggiatore premio oscar di “Dodici anni schiavo”, che in un op-ed del Los Angeles Times (che potete leggere qui) ha avanzato una proposta in particolare per HBO: ha richiesto la rimozione di “Via col vento”, pellicola del 1939. Secondo il famoso regista il film “romanticizza la Confederazione in un modo che continua a legittimare l’idea che il movimento secessionista fosse qualcosa migliore di quello che era – una sanguinosa insurrezione per mantenere il “diritto” di possedere, vendere e comprare esseri umani”.  Ha inoltre specificato di essere contrario alla censura e di non voler una cancellazione definitiva, bensì “che il film venga reintrodotto sulla piattaforma HBO Max insieme ad altri film che offrono un quadro più ampio e completo di ciò che erano veramente la schiavitù e la Confederazione” e che “attualmente, non c’è nemmeno un avvertimento o un disclaimer che precede il film”.

 

Di tutta risposta HBO, qualche giorno dopo, ha effettivamente rimosso il film dal catalogo. A differenza di quanto si possa pensare leggendo frettolosamente i titoli dei post sulle nostre bacheche, la rimozione non è definitiva (qui trovate maggiori informazioni) e la questione non riguarderebbe la censura. L’iconico film tornerà sulla piattaforma streaming appena la Warner (proprietaria della piattaforma streaming) apporrà un disclaimer al film. Questa operazione non è estranea alla casa produttrice, che già ha optato per una soluzione simile per l’edizione home video dei Looney Tunes. Il disclaimer potrebbe invitare lo spettatore a considerare che il film in questione è figlio del suo tempo e come tale riflette delle convinzioni e dei pregiudizi che oggi sono considerati profondamente sbagliati, ma che continuano ad esserlo anche proiettandoli nel passato. Un’altra opzione potrebbe essere l’aggiunta di un’introduzione di un autorevole studioso afroamericano, il cui nome tuttavia non è stato ancora reso noto. La vicenda ha alzato un polverone “internazionale” tale che Via col vento ha scalato le classifiche di Amazon, sia per noleggio in streaming, sia per acquisto della copia fisica. Su ITunes ha risalito la classifica dei film più richiesti, raggiungendo il quinto posto.

 

La cultura della memoria.

 

Tutti i veri appassionati di cinema sanno che “Via col vento” è intoccabile. È come una melassa densa e scura, in cui non puoi far altro che impelagarti almeno una volta nella vita. Disgusta un po’ tutti, con la sua sdolcinatezza troppo finta, ma non puoi fare a meno di notarla. E anche se millanti di non essere mai incappato nelle sue dense trame, in realtà ci sei dentro fino al collo, perché conosci tutto di questa pellicola pur non rendendotene conto. La sua colonna sonora è entrata nelle nostre case senza che potessimo controllarlo (perché è la celeberrima sigla di Porta a Porta), gli abiti e l’estetica sono rimasti nell’immaginario collettivo, le battute sono impresse nella nostra memoria. Tutti ricordiamo “francamente me ne infischio” e “domani è un altro giorno”. Pochi ricordano che nello stesso film si dice anche “stupida schiava negra, maledico il giorno in cui mio padre ti ha comprata”.

In tema di accuratezza storica, Via col vento non scherza: tutte le allusioni amorose e il romanticismo forzato sono spazzati via in modo netto quanto si tratta di rappresentare la condizione degli afroamericani durante la guerra di secessione americana (1961-1965). Alla vigilia del conflitto, gli stati schiavisti contavano 4 milioni di schiavi, il 12.6% della popolazione. Solo in Mississippi il 55% dei cittadini erano schiavi. Uno schiavo costava 1500$ in Virginia nel 1860. Durante il conflitto la vendita non si è arrestata: a Richmond uno schiavo costava dai 4000$ ai 5000$. (fonte)

Le condizioni di vita erano al dir poco degradanti: erano vere e propri beni oggetto di proprietà, lavoravano in condizioni disumane e per giornate intere. Gli schiavi subivano inoltre torture e violenze sessuali. Solo con il tredicesimo emendamento del gennaio 1865 gli schiavi ricevono la tanto agognata libertà.

 

Settantaquattro anni dopo, nel 1939, debutta in sala Via col vento. La situazione per la comunità afroamericana in settant’anni è cambiata notevolmente. È stata concessa la cittadinanza ed il diritto di voto, ma le Leggi Jim Crow hanno innalzato una barriera invisibile tra neri e bianchi: la segregazione razziale, scandita da un breve motto “separate but equal”. Solo nel 1954 la Corte Suprema  dichiara incostituzionale la segregazione scolastica nella sentenza del famoso caso “Brown v. Board of Education of Topeka.

Una delle milioni di vittime della segregazione razziale fu Hattie McDaniel, la “Mammy” di Via col vento. Figlia di schiavi, Hattie ha combattuto tutta la sua vita per conquistare ogni briciolo di libertà che poteva essere concessa ad una donna nera in una “white Hollywood”. Non ha avuto paura di scendere a compromessi anche quando gli unici ruoli che le erano concessi erano quelli di schiave al servizio di padroni. In tutta la sua carriera ha interpretato circa 300 serve e cuoche. In una sua famosa intervista per Hollywood Reporter, diceva: “Preferisco interpretare una serva, piuttosto che esserlo nella vita vera”.

Vinse il Premio Oscar per la sua interpretazione di Mammy, il primissimo vinto da una donna di colore. Durante la premiazione, ad Hattie non fu permesso di sedere con il resto del cast e non apparve nemmeno nelle foto ufficiali in cui i suoi colleghi mostrano le dieci statuette vinte.

Ma per fortuna ci ha pensato Ryan Murphy a restituirle la meritata rivincita. Nella sua serie “Hollywood”, uscita a maggio su Netflix, Murphy immagina cosa sarebbe accaduto se i personaggi della scintillante Hollywood del dopoguerra avessero incontrato altrettanti personaggi visionari e avanguardisti. In questa piccola “Dreamland”, Hattie fa la sua imponente comparsa quando viene a conoscenza della candidatura agli Oscars di una giovane attrice di colore. In un discorso emozionante invita la giovane attrice a non farsi mai dire dove dovrebbe stare, a non cedere e a pretendere ciò che si è guadagnato.

 

Via col vento ci dimostra quanto può essere didascalico un film che apparentemente non lo è per nulla; ci dimostra quanto sia importante riflettere su cosa si nasconda sotto una manciata di battute stereotipate; ci rivela una società profondamente ferita dalla discriminazione razziale, che assume forme e dimensioni diverse a seconda del contesto storico in cui si mostra. Sorvolare sulla verità significa cancellare la memoria. E ora più che mai la nostra società deve essere fondata sulla cultura della memoria, su un sapere collettivo condiviso che ora è l’unica cura che abbiamo contro l’indifferenza.