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di Elena Mandarà-

Ebbene, Signori, l’ho detto. E sento già chi grida allo scandalo, all’indecenza, alla vergogna. Chi urla condanne cieche, senza lasciare alcuno spazio a repliche o spiegazioni. Tuttavia, il bello della parola scritta è quello di concedere uno spazio entro cui poter argomentare le proprie affermazioni, lasciando agli altri qualcosa di concreto su cui riflettere. E così, veniamo al dunque.

Ho osservato negli ultimi anni una tendenza sempre maggiore ad esaltare l’uguaglianza quale valore assoluto, estendendone i confini ed attribuendole il ruolo di paradigma in modo arbitrario e spesso irrazionale, finendo con il distorcere pericolosamente la realtà. Per spiegare la perversione di questo meccanismo, è utile chiamare in causa la nostra cara vecchia Costituzione, che all’art. 3 sancisce – appunto – il principio di uguaglianza. Il testo costituzionale garantisce la tutela di tale principio sotto un duplice profilo, formale e sostanziale. Il concetto di uguaglianza formale si riferisce essenzialmente all’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, mentre l’uguaglianza sostanziale impone al legislatore di tenere conto delle diversità esistenti all’interno della società, garantendo a tutti la possibilità di godere degli stessi diritti in maniera effettiva. Questo secondo concetto invita ad una riflessione profonda. La nostra società è caratterizzata dall’eterogeneità e dalla diversità, elementi accentuati sempre più dal progresso e dalla globalizzazione. Questo ha complicato non soltanto l’ambito legislativo, rendendo molto più difficile porre delle regole applicabili a tutti, ma più in generale il mondo delle relazioni interpersonali e, soprattutto, della comunicazione. Dietro la maschera politicamente corretta di chi si batte per la tutela delle minoranze e l’uguaglianza dei diritti, infatti, c’è spesso un meccanismo perverso che incoraggia un lento, silenzioso, ma rischiosissimo appiattimento verso l’omologazione di massa, piuttosto che una reale comprensione, accettazione e gestione delle differenze. Si scambia l’uguaglianza, intesa come necessità di offrire a tutti gli stessi strumenti per il raggiungimento degli stessi obiettivi, con la necessità di permettere a tutti di ottenere gli stessi risultati. In modo profondamente ingiusto, infatti, si scambia il dovere di garantire una “concorrenza” leale, con l’assurda convinzione che – a priori – tutto ci spetti. Il risultato è quello di scoraggiare chi, avendo delle potenzialità superiori alla media, potrebbe ottenere risultati migliori, favorendo, inermi e silenziosi, l’ascesa della mediocrità spicciola, madre dei mostri culturali di cui siamo giornalmente circondati. Il primo esempio è dato dalla scuola, da un sistema che ammette il “6 politico”, a scapito della reale preparazione degli studenti. Il cui fine ultimo non è più formare giovani generazioni consapevoli e dotate di coscienza critica, né creare risorse per il futuro del Paese, quanto lasciare che tutti vadano avanti, più o meno alla stessa velocità. E – si badi bene – rallentando sempre chi tenta di correre più veloce, ossia percorrendo la strada più comoda. Il messaggio ultimo è che basta il minimo sforzo, perché il risultato è comunque garantito. Ed è lo stesso per tutti, perché in fondo siamo tutti uguali. Stessa cosa accade, ahimè, in politica. Al prezzo disastroso di una classe dirigente impreparata, miope e inadeguata. L’idea del “tutti possono far tutto”, infatti, si è trasformata in una forma di avversione nei confronti della preparazione. È più facile tacciare qualcuno di arroganza e presunzione, infatti, piuttosto che ammettere che ricoprire determinati ruoli ed assumersi certe responsabilità non può che essere l’esito di un percorso di formazione, l’occasione per mettere al servizio della comunità le competenze e le conoscenze che sono state acquisite nel corso degli anni. Piuttosto, si preferisce nascondersi dietro lo scudo di un’uguaglianza svuotata del proprio valore.

C’è un altro aspetto che merita una riflessione importante. La pigrizia nell’affrontare le difficoltà poste dall’esistenza di moltissime differenze all’interno della società rischia inoltre di precipitare – cosa ancor più grave – nella mancata capacità di garantire un effettivo godimento dei diritti da parte dell’intera collettività, così come auspicato dalla nostra Costituzione. Per spiegare meglio, è utile chiamare in causa il concetto di intersectionality, elaborato dalle femministe americane di colore per dar voce alle proprie battaglie. Ciò che viene messo in luce è il fatto che le donne di colore subiscano normalmente una doppia forma di discriminazione, sia in quanto donne, che in quanto persone di colore. Questo fa sì che paragonare la loro situazione genericamente a quella delle altre donne o equipararle agli uomini di colore, non permette di combattere in maniera effettiva la discriminazione di cui sono vittime. Anche in questo caso, dunque, accettare la complessità e la diversità della situazione, è elemento imprescindibile per garantire un’effettiva tutela di tali soggetti. Agire in nome della presunta uguaglianza all’interno di una generica categoria, quale ad esempio quella di “donne”, finisce col diventare fonte di disuguaglianza ancora più grave.

Eppure, per quanto sia evidente la follia di questo meccanismo, bisogna guardarsi bene dal dire ad alta voce che non siamo tutti uguali. Pena la pubblica condanna davanti al tribunale del Politicamente Corretto. Anche se forse per garantirsi l’assoluzione basterebbe scrivere che “non siamo tutt* ugual*”, no?