di Irene Ammendola-

Nello Stato prepolitico, in cui vi era una condizione di guerra generalizzata, vigeva la regola del più forte. Invece, dalla nascita del concetto di Stato così come lo conosciamo noi oggi, vigono le ragioni del diritto. Lo Stato, quindi, togliendo la violenza dalla portata di tutti, la monopolizza e la lega indissolubilmente alle forze dell’ordine.

Lo Stato italiano mira a garantire l’ordine e la sicurezza pubblica tramite la Polizia di Stato, la Polizia penitenziaria, l’Arma dei Carabinieri e la Guardia di Finanza.

Purtroppo, l’immagine, influenzata da innumerevoli film, serie tv e romanzi gialli (Montalbano etc.), delle forze dell’ordine che perseguono il nobile ideale della giustizia, stride con i casi di abuso di potere sempre più tragicamente frequenti e con i reati perpetrati dagli stessi paladini della giustizia che, in un attimo, si trasformano nei malviventi che dovrebbero arrestare.

Nel mese di agosto, il caso dei sette carabinieri della caserma Levante di Piacenza accusati di reati tra cui tortura, arresto illegale, spaccio di droga e sequestro di persona ha scatenato la pubblica indignazione. Cosa porta dei dipendenti dello Stato a sentirsi così superiori alle leggi?

Oltreoceano una situazione analoga si è verificata a Minneapolis il 25 Maggio, durante un arresto sfociato in omicidio di un uomo di colore di nome George Floyd. Un commesso del negozio dove aveva appena acquistato un pacchetto di sigarette credeva avesse pagato con una banconota falsa. I poliziotti, allertati, nonostante Floyd non avesse opposto alcuna resistenza, l’hanno steso per terra ed uno di questi lo ha immobilizzato con un ginocchio sul collo fino al decesso di Floyd per asfissia. Per agire così basta il pregiudizio raziale o serve anche una percezione dello Stato come assente o almeno parzialmente indifferente agli abusi di potere perpetrati dalle proprie forze dell’ordine?

Non è questo lo stesso atteggiamento riscontrabile nell’omicidio preterintenzionale di Stefano Cucchi da parte di due carabinieri, che per 10 anni è stato “fatto passare” come una caduta dalle scale?

Questi sono solo alcuni dei casi in cui delle “mosche bianche” hanno fatto cattivo uso dei poteri assegnati loro dallo Stato. Per evitare che la violenza legittima, che solo questi sono autorizzati ad esercitare, esca dai confini di ciò che è lecito, è importante stimolare un maggiore controllo.

I controlli all’interno delle forze dell’ordine stesse, anche se già esistenti, potrebbero essere implementati e magari si potrebbe pianificare su vari livelli un sistema di rotazioni. Variare il luogo in cui il dipendente è impiegato potrebbe spronarlo a dimostrare continuamente il proprio valore e offrirgli occasioni di arricchimento tramite il confronto con nuovi colleghi. La rotazione, calibrata sulle necessità del soggetto, scoraggerebbe anche la formazione di gruppi e ridurrebbe il senso di potere, quasi personale, che l’operatore delle forze dell’ordine, che compie i sopracitati reati, crede di avere.

Gioca un ruolo importate tra i possibili incentivi a delinquere il fattore economico. Le attività illecite sono – com’è noto – spesso molto redditizie e questo, per un dipendente pubblico (ad es. carabiniere e poliziotto) il cui stipendio varia dai 16.000 euro ai 22.000 euro all’anno, è un fattore rilevante.

In generale il problema è antico e di complessa risoluzione, essendo parte dell’indole umana l’essere corruttibile, ancor di più quando si ricopre una posizione di potere e si è così vicini ad un ambiente complesso ed estremamente violento.

Spetta a chiunque, dipendente dello Stato o comune cittadino, contribuire a risolverlo con segnalazioni e con ogni altro mezzo possibile sia al fine di premiare chi merita, che di denunciare eventuali irregolarità.

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

Citando Italo Calvino, sta a tutti noi, quindi, agevolare la riduzione di tali avvenimenti, per quanto è nelle nostre capacità, e in linea generale assecondare una società capace di riconoscere tali eccessi e punirne gli artefici.