di Clotilde Formica-

Sai, ho fatto un sogno. Ho sognato che mi svegliavo e la realtà era tutta un incubo, questa realtà era tutta un incubo.

Una realtà in cui a nostro modo siamo tutti malati, a prescindere dalla positività o dalla negatività di un tampone.

Una realtà in cui a soli vent’anni si sente sulla pelle la paura della folla, in cui non ci è permesso di perderci nel gomitolo di persone che quotidianamente affolla i corridoi dell’università. Pensare a quante volte mi sono lamentata del fatto che tra quegli stessi corridoi ci fosse sempre troppa gente, a quante volte in università ci sono andata con la scusa di studiare ma poi ho passato l’intera giornata ai tavolini davanti la segreteria o a fare la fila per un caffè al bar, quando potevi ancora farti una risata perchè il barista si era dimenticato per l’ennesima volta di versare il latte nel tuo caffè macchiato e lo aveva poggiato con fretta sul piattino, perché nel frattempo altre dieci persone gli avevano chiesto un caffè normale, uno lungo, uno schiumato, uno in vetro e uno da portar via.

Ora, in questo incubo, quel bar ha la serranda chiusa, non c’è fila e non si sbagliano i caffè. Io in università senza un motivo valido non posso entrarci, non posso sperare di incontrare qualche matricola impacciata a cui dare consigli su qualche esame o dare un’occhiata veloce ai banchetti pieni di volantini e ragazzi di tutte le età a sfoggiare con orgoglio le magliette di qualche associazione o qualche giornale. Me le ricordo bene tutte quelle giornate passate con il libro, rigorosamente chiuso, davanti gli occhi e un via vai di nuove persone con cui chiacchierare.

Ora, a soli vent’anni, nella folla vediamo il pericolo, non vediamo più la romantica e remota possibilità di incrociare la nostra anima gemella o la nostra nuova migliore amica, non possiamo più smezzarci qualche sigaretta o scambiarci un drink. Quando si è sconosciuti si è nemici silenziosi. Abbiamo paura, anche se dissimuliamo, anche se ci diciamo che noi vogliamo continuare a vivere, dobbiamo continuare a vivere. Abbiamo comunque paura.

Io ho paura e sono arrabbiata, arrabbiata perchè mi impediscono di vivere con la romantica convinzione di potermi svegliare il giorno dopo e avere il mondo a portata di mano. Io, a vent’anni, non posso svegliarmi e pensare di poter fare tutto e sento il peso dei confini come barricate.

E mi direte che non è una guerra, che non ci sono le bombe ad aspettarci fuori la porta. Ma cosa ci aspetta fuori da questa porta?

Ci aspetta un mondo in cui ci hanno privato dei sorrisi e degli abbracci. Un mondo con ancora meno possibilità di prima, in cui saremo sempre più scoraggiati a sognare, un’attività per illusi in una realtà di grezzo pragmatismo.

Ho fatto un sogno e questo sogno purtroppo è la realtà. Eppure prima o poi ne usciremo, e se riusciremo a non rimanere incastrati nella trappola illusoria dei social e del virtuale, se riusciremo a preservare il calore dei rapporti umani, forse saremo più forti di prima. Nel frattempo non ci resta che mettere i paraocchi nei confronti di tutta quella società vecchia che cercherà di scoraggiarci, che ci dirà che non saremo mai bravi abbastanza, che non ci sono posti disponibili in questo mondo. Noi diremo che siamo pronti a riprendercelo il mondo e abbattere di nuovo le barriere e i confini, abbracciarci, affollarci, scambiarci il sudore, i baci e l’impronta di un rossetto nuovo.

Ci vediamo fuori la porta, con i libri sotto braccio e il badge a portata di mano, pronti a chiedere l’ennesimo caffè macchiato che arriverà senza latte per la fretta e la folla.