di Ludovica Spigone-

Se le parole custodiscono nell’etimologia le radici del proprio significato, dell’evoluzione fonetica, morfologica e semantica, ad un analogo approdo non è possibile accedervi con la stessa disponibilità per quanto riguarda l’impatto emozionale della parola espressa.

Forma e sostanza, sostanza e forma si rincorrono continuamente partecipando ad un succedersi di onde mai uguali a se stesse per chi le esprime e per chi le riceve.

La libertà di parola è tutelata dall’art. 21 Cost. (“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione…. Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume…”) e con essa il diritto a manifestare nonché a divulgare liberamente il proprio pensiero ad una generalità indeterminata di soggetti, oltre al diritto a non essere ostacolati nella formulazione delle proprie opinioni e nelle modalità di espressione in quanto connaturate alla personalità dell’uomo.

La Costituzione tutela anche particolari forme di manifestazione del pensiero legate alla libertà di fede religiosa (art. 19) o a quella artistica (art. 33).

Tuttavia, il concetto sul quale riflettere a sostegno di tali brevi considerazioni è che la libertà di parola nella manifestazione del pensiero non è assoluta, ma è soggetta a limitazioni che ne garantiscono il corretto bilanciamento per non incorrere nei cosiddetti “reati d’opinione”, configurabili nei casi di offesa dell’onorabilità delle persone (ingiuria/diffamazione), del sentimento religioso, del prestigio delle istituzioni (oltraggio), nonché in fattispecie contrassegnate da condotte pericolose per la sicurezza pubblica (istigazioni a delinquere, apologia etc.)

Vi è da osservare che il limite del “buon costume”, previsto dal sopracitato art. 21,  non è presente invece nell’art. 33 (“L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento…”).

Dunque il pensiero si manifesta liberamente con le modalità dettate dalla propria cultura, dalla propria educazione e dal proprio stato d’animo nell’esercizio dello scambio di opinioni, del diritto di critica sino alla satira quale massima espressione di quel bilanciamento espressivo di una libertà di pensiero a cavallo tra l’art. 21 e l’art. 33, rispettoso del suo limite “esterno” rappresentato dalla tutela della reputazione delle persone.

A tal riguardo, l’atto di ingiuria è la condotta che lede l’onore e la dignità di una persona – presente al momento del verificarsi del fatto – al fine di mortificarla, indipendentemente dalla liceità delle motivazioni.

Il decreto “svuota carceri” (D.lgs. n. 7/2016) ne ha previsto la depenalizzazione convertendola in un illecito civile. Permane invece la rilevanza penale della diffamazione (art. 595 c.p.) – quando la condotta offensiva della reputazione avviene in assenza della vittima ed in presenza di almeno due persone – e della “intimidazione” (art.612 c.p. delitto di minaccia) che spesso si accompagna all’ingiuria.

La necessità di garantire un uso rispettoso del linguaggio – almeno nella forma e possibilmente anche nella sostanza – ha dato luogo all’espressione “politicamente corretto”, le cui origini storiche (fine anni ottanta) legate al movimento politico statunitense sono ormai note.

In nome di una maggiore giustizia sociale ed a tutela di ogni forma di discriminazione, alcune espressioni vengono tradotte in altri termini a tutela del soggetto o della popolazione a cui sono riferite. Gli esempi, sui quali non è opportuno dilungarsi, sono numerosi ed attengono principalmente alla tutela di categorie di genere, di minoranze etniche, di attività lavorative, categorie di pazienti ecc.

Vi è da dire che tale atteggiamento linguistico, che prende origine da nobili finalità di  “tutela”, non può essere confuso con le espressioni di natura meramente retorica e di significato attenuato conosciute come “eufemismi”.

Sia nel caso del “politicamente corretto” che in quello degli “eufemismi”, il peso delle parole risulta indebolito nel suo impatto emotivo e dunque nella forma ma non nella sostanza.

Oggi l’abuso della violenza verbale, spesso subdola ed invisibile, richiama la necessità di una umanità da educare nell’ uso corretto del linguaggio verbale e non verbale che potrebbe rendere vana l’adozione di provvedimenti adeguati volti a reprimere le violazioni o il ricorso al politicamente corretto.

Ed in tutto questo modello comunicativo, talvolta dal sapore ideologico e conformista, ma vigilato e tutelato dalla nostra Costituzione, il silenzio si propone come valida alternativa per contrapporre al vociare il dimenticato ascolto.