di Adriano Rossi-

“Il libro è migliore del film”. Quante volte abbiamo sentito questa frase? Il mondo del cinema spesso deve confrontarsi con un’asticella fissata molto (forse troppo) in alto. Scrivere un libro e girare un film sono infatti processi artistici differenti che spesso non permettono il confronto. Per effettuare un’analisi valida sull’argomento dobbiamo allora comprendere la differenza tra le due forme espressive. Il cinema è infatti un’arte “finanziata” e tutto gira intorno all’investimento. Facciamo un esempio concreto: immaginiamo che ci siano due artisti, Tizio scrittore e Caio regista (per usare un gergo giuridico). Mettiamo caso che entrambi abbiano avuto contatti con la stessa musa ispiratrice e che abbiano la stessa idea in mente. Tizio prenderà carta e penna e comincerà a scrivere il suo romanzo mentre Caio dovrà andare da un produttore, presentare un soggetto e sperare che sia convincente. Potrebbe accadere inoltre lo scenario più comune, nel quale il nostro regista riceve i finanziamenti a condizione di assecondare le richieste del produttore Sempronio. Proprio per questo motivo la letteratura appare come un’arte “superiore”, poiché il rapporto necessità-espressione risulta diretto, senza terzi che facciano da tramite. Questa “superiorità”, tuttavia, si manifesta soltanto nel mezzo attraverso il quale il pensiero fuoriesce: una volta superata la fase produttiva, sia il regista sia lo scrittore si scontreranno con le leggi della distribuzione ed esprimeranno i medesimi concetti in forme artistiche differenti. Immaginiamo adesso che il produttore Sempronio voglia realizzare un film sul best seller del momento. Egli allora contatterà Caio che si è dimostrato malleabile nell’accettare le richieste della produzione e esigerà una trasposizione fedele del romanzo: con grande probabilità il regista darà vita a un’opera inferiore, in quanto mera trasposizione visiva. Dobbiamo tuttavia domandarci se valga la pena generalizzare e accettare questo esempio come costante assoluta. Sono abbastanza convinto che la visione empirica abbia creato un pregiudizio e per sdoganarlo bisogna comprendere il senso del cinema. Siamo, in altre parole, cresciuti con un’idea di trasposizione dai canoni popolari e questo ha portato a una concezione superficiale del rapporto film-libro. Proprio in questo periodo la Mediaset sta trasmettendo i film di Harry Potter e mi sembra interessante spenderci qualche riga. Le avventure di Harry sono riprodotte benissimo sul grande schermo e il lavoro della troupe va sicuramente lodato. Queste pellicole, tuttavia, rappresentano l’emblema di una trasposizione pop che, ad eccezione di Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, ha un unico obiettivo: dare vita ai libri di J.K. Rowling. La saga prodotta da David Heyman riesce pertanto a rendere più diretta una storia altrui, senza però aggiungere un’impronta artistica originale. Come ho detto, Harry Potter e il prigioniero di Azkaban fa da eccezione alla regola, perché è lo stesso romanzo ad avere una potenza visiva da interpretare: la vacuità con cui la Rowling descrive la figura dei Dissennatori, non permette una rappresentazione oggettiva degli stessi. Così, la scelta all’epoca di Alfonso Cuaròn alla regia, manifestò la consapevolezza di essere in un campo minato in cui alcune scelte superficiali avrebbero rovinato l’intero progetto.

Sarebbe quindi errato ridurre la settima arte a una mera messa in scena degli eventi: un grande film ha sicuramente una buona sceneggiatura, ma anche una bella fotografia, originali movimenti di camera e una valida colonna sonora. Un grande regista, di conseguenza, rimarrà fedele alla sua etica e proporrà agli spettatori un’opera originale quanto il libro. Così quando Kubrick decide di raccontare lo Shining di Stephen King, l’Arancia Meccanica di Anthony Burgess e il Lolita di Vladimir Nabokov, sta in realtà esprimendo sé stesso e il suo cinema: sta raccontando Stanley Kubrick. Qualcuno obietterà citando la genialità del regista americano che strappa soltanto un’eccezione alla regola, ma se è vero che il genio può creare grandi opere pescando dalle stesse, è altrettanto vero che questo processo non risulta così elitario. Basta pertanto sfruttare moderatamente le componenti cinematografiche per creare una trasposizione degna di questo nome. Invito perciò i lettori a vedere il film italiano del 2019 Martin Eden, in cui il capolavoro di Jack London viene trasposto nella realtà dell’Italia meridionale: Pietro Marcello riesce a conferire una dignità indipendente dal cambio di ambientazione. Il regista, difatti, comunica attraverso la sua troupe e ci regala un Martin Eden molto più simile al personaggio di Luca Marinelli che all’alter ego di London. Come ho già detto la storia del cinema è piena di esempi ed elencarli tutti sarebbe impossibile. Invito in conclusione i più scettici a prendere consapevolezza dell’apparenza dei limiti cinematografici, in quanto non sono una conseguenza artistica, ma produttiva. La produzione segue tuttavia la moda e dobbiamo essere noi a creare un’aspettativa che sdoganerebbe il preconcetto “il libro è migliore del film” e soprattutto favorirebbe la riscoperta dei valori cinematografici perduti.