di Adriano Rossi-

L’ondata moralista degli ultimi anni ha monopolizzato l’arte, costringendo la maggior parte dei registi a venire a forti compromessi, per cui ricercare il “politicamente scorretto” nel cinema è un compito arduo.  Non che prima fosse diverso, visto che i produttori Hollywoodiani hanno spesso lavorato in accordo con la politica nella produzione di pellicole. È tuttavia innegabile che negli ultimi anni il fenomeno perbenista abbia raggiunto livelli eccessivi, dando vita a uno spaventoso meccanismo di censura. Quando mi è stato chiesto di recensire un film “politicamente scorretto”, mi sono imbattuto in tante opere “corrette” ed è stato difficile trovarne una che si ribellasse a questo sistema. La settima arte infatti dipende dai finanziatori, un film non nasce senza soldi e senza l’obiettivo possibili guadagni. Inoltre, in una società in cui tutto è scandalo diventa sempre più difficile presentare prodotti che escano fuori dagli schemi. La scelta de “Il grande Lebowski” non è casuale, perché il capolavoro dei fratelli Coen ha saputo proporre un nuovo modo di fare cinema, costruendo attraverso l’antieroismo una forte critica alla soffocante società occidentale. In un genere come la commedia, in cui il culto sfrenato dello stereotipo buonista domina la scena, la pellicola in questione ribalta i valori e gli autori si divertono a cercare le virtù nell’ozio sregolato. Il politically incorrect si manifesta nel ripudio del vittimismo e in una comicità dai fini terapeutici, che riesce nell’impresa di far scaturire una riflessione sull’esistenza umana. Attraverso una sceneggiatura costernata dal black humor, si denuncia un mondo fittizio e dominato da un’ipocrita meritocrazia. Siamo negli anni 90, in una Los Angeles dai toni rilassanti, accentuati da una bellissima voce fuori campo e da una grandiosa colonna sonora. In questo palcoscenico si svolge la bizzarra vita di Jeffrey Lebowski, detto il Drugo, un fannullone che passa le giornate tra un bicchiere di White Russian e una partita a Bowling con gli amici Walt e Donnie. L’equilibrio mentale del nostro protagonista sarà smantellato da un’omonimia, che lo trasporterà in un vortice di eventi indimenticabili che non sono soltanto componenti della storia, ma diventano lo strumento per un’analisi introspettiva dei personaggi. Lo spettatore infatti entrerà nella psiche del Drugo e apprezzerà i limiti che inizialmente sembrano affossarlo, perché sono questi a rendere unico il suo modo di affrontare la vita. Lebowski mantiene un’identità che gli permette di non trasformarsi in una banale pedina di eventi più grandi di lui e le peculiarità del fannullone sono cariche di un significato che funge da scudo nei confronti del mondo esterno. Il bowling diventa allora metafora di una storia in cui i protagonisti sono come birilli, all’interno di una realtà che assume le sembianze di un gioco, ma che permette di rialzarsi dopo ogni caduta. I nostri eroi si imbatteranno in produttori pornografici, strambi artisti e pericolosi nichilisti, emblemi dell’estremismo privo di significato, fuori dal tempo e privo di direzione specifica, alla rincorsa di un denaro sempre più fine a se stesso. La critica del mondo capitalista diventa l’escamotage per un elogio a una semplicità che non è solo il fulcro del Drugo, ma rappresenta anche un mezzo efficace per affrontare i problemi di tutti i giorni. Sul piano tecnico il film è straordinario. I Coen girano in modo magistrale, infondendo alla pellicola quello stile inconfondibile, divertente e toccante che li accompagna da più di trent’anni. Jeff Bridges (Drugo), agevolato anche dalla grandiosa recitazione di John Goodman (Walt) e Steve Buscemi (Donnie), si tuffa nei meandri del protagonista e regala un’interpretazione che ha segnato la storia del cinema, ispirando film e libri attraverso il modus operandi più improbabile che ci sia: la semplicità. Il grande Lebowski non è allora soltanto una commedia ben fatta, ma una ribellione che deve stimolare un cinema sempre più delimitato dal melodramma, apparente scudo dalle ingiustizie, ma pericolosa arma a doppio taglio.

Voto: 8,5/10