di Adriano Rossi-

Fatevi un piacere, andate a vedere Parasite. Il film coreano del 2019 si è reso protagonista nella memorabile scorsa edizione degli Oscar, in cui la forte concorrenza e le grandi sorprese hanno contraddistinto la serata. La pellicola di Bong Joon-Ho, infatti, non ha soltanto prevalso su opere notevoli come C’era una volta… a Hollywood e Joker, ma è riuscito nell’impresa di aggiudicarsi quattro statuette: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale, miglior film straniero. Il clamore mediatico e i numerosi record sono ben lontani dall’essere un solo meritato riconoscimento, perché hanno conferito alla pellicola una funzione di trampolino di lancio per il cinema coreano. Se da una parte però Parasite risulta essere ben fatto, dall’altra rappresenta per la Corea del Sud la punta di un iceberg pieno di capolavori acclamati dalla critica mondiale. Quest’ultima, anzi, ha in alcuni casi speso parole dure nei confronti del film di Bong Joon-Ho e lamenta tuttora un’eccessiva esaltazione. Questa tesi ha senso se il cinema coreano diventa metro di giudizio, ma va invece rigettata nel caso in cui sia il frutto dell’odiosa tendenza a considerare il successo in modo negativo. Per effettuare quindi un giudizio oggettivo su questa pellicola dobbiamo partire da una semplice domanda: a cosa è dovuto questo clamore?  Sono convinto che la ricetta segreta di Parasite non sia una componente in particolare. Di solito assistiamo a film con determinate qualità: alcuni hanno una grande regia, altre una grande sceneggiatura e via dicendo. Il film in questione, invece, ribalta il concetto di “cavallo di battaglia” e conferisce a tutti gli elementi della scena la stessa importanza. Così Bong Joon-Ho prende le componenti fondamentali della settima arte e le fa avanzare di pari passo, attraverso un lavoro coordinato che quasi si avvicina alla musica: tutti gli strumenti suonano insieme e la melodia è straordinaria.

Bong Joon-Ho è stato, fino all’anno scorso, uno dei cineasti più sottovalutati in assoluto. Capolavori come Memories of Murder e The Host, hanno incontrato un grande riscontro da parte della critica, ma non dal pubblico occidentale. Per questo motivo ritengo la regia di Parasite una vera e propria rivincita. Ogni scena non è lasciata al caso e tutto gira intorno a un tema fondamentale: la lotta di classe. Attraverso i movimenti di camera, il regista crea un effetto “sali e scendi” che accompagna lo spettatore per tutta la narrazione. Siamo davanti a una specie di focalizzazione che non si limita alla forma, ma anche il contenuto è rimarchevole. Parasite infatti mette in scena una storia di contrasti, in cui ricchezza e povertà, luce e buio, alto e basso, diventano l’occasione per denunciare la netta divisione tra ceti sociali. Bong Joon-Ho ci racconta una disgregazione senza fine, in cui ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Attraverso l’escamotage di una truffa acutissima, si assiste all’improbabile interazione tra due famiglie: i ricchi Park e i poveri Kim. Proprio come parassiti (Parasite), i Kim entrano nell’ambiente a loro estraneo dei Park e vi si espandono a gran velocità. Ritengo inoltre interessante l’opinione dello youtuber Mortebianca, il quale vede nella famiglia Park il vero parassita della storia. Tutti i Kim, infatti, mostrano talenti particolari, ma non dispongono dei mezzi economici per renderli visibili al mondo. I Park, al contrario, non mostrano alcuna dote, ma sono inspiegabilmente ricchi. Sono proprio il pregiudizio e la superficialità di un ambiente “fuori dal mondo” a permettere un piano impossibile.  Il sottoproletariato diventa così l’emblema di una società che non riesce a garantire la fantomatica meritocrazia su cui si basa il capitalismo. Ridurre, tuttavia, Parasite a un “film del popolo” sarebbe un grave errore, perché entrambe le famiglie sono il frutto di una natura umana permeabile al diavolo dell’indifferenza: sono gli stessi Kim a mutare nel corso della storia e a diventare peggiori dei Park. Bong Joon-Ho stimola così lo spettatore ad elaborare un pensiero autonomo e a scegliere da che parte stare. Proprio il coinvolgimento del pubblico rende questa pellicola lontana dalla morbosità che asseconda i temi del genere. L’attenzione non cala mai, ma anzi cresce durante il corso degli eventi. Influenzato dall’etica Hitchcockiana, il regista studia la nostra mente e ci stimola in continuazione. Questo perché siamo davanti a una trama tanto forte da superare il genere stesso: assistiamo a un’avventura dai contorni drammatici, ma allo stesso tempo incontriamo sfumature di commedia e di thriller. Proprio questa attenzione particolare all’interazione del pubblico ha portato il gioiello coreano dall’esaltazione estrema alla critica costante. Viene per l’ennesima volta dimostrato che la visibilità apre le porte al giudizio dell’arroganza, spesso valido ma troppe volte insensato. La pellicola ha quindi preso la direzione polarizzante del suo racconto, dondolando tra chi lo ritiene meraviglioso e chi lo giudica scandente. Non so se Parasite abbia meritato tutti questi premi, ma sono convinto che abbia avvicinato tantissime persone al grande cinema: questo è il premio più grande.