di Alessandro Manca Bitti-

Secondo l’ONG “Medici con l’Africa Cuamm”, sono 1500 le persone morte nei sei anni precedenti al marzo del 2019 a causa delle condizioni di lavoro disumane che a volte si concretizzano nel comparto dell’agricoltura, in cui la pratica criminale del caporalato riesce ad infiltrarsi e dominare, soprattutto in alcune zone d’Italia.

Invece, secondo il rapporto sulle agromafie e sul caporalato redatto dall’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil, un quarto delle aziende agricole italiane farebbe ricorso all’opera criminosa dei caporali ed al conseguente sfruttamento dei lavoranti, mentre si calcola che siano 400/430 mila i lavoratori agricoli soggetti al rischio di finire nelle maglie del caporalato.

Tale condotta da parte di imprenditori agricoli e intermediari, che spesso organizzano anche il trasporto dei braccianti ai campi di lavoro, è stata da pochi anni oggetto di un intervento legislativo, volto ad inasprire le sanzioni penali nei confronti di chiunque si renda responsabile del reato in questione, perché appunto di questo si tratta dinanzi alla legge: un illecito penale positivizzato nell’articolo 603-bis del vigente codice.

Il succitato articolo, rubricato alla voce “Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”, è stato peraltro modificato ad opera della legge 199 del 2016, che ha eliminato dalla fattispecie base il riferimento alla violenza da parte del caporale-intermediario.

Pertanto, alla luce dell’attuale quadro normativo, sarà punibile anche il contegno di chi, atteggiandosi a prosseneta dedito ad intercettare la domanda di lavoro agricolo a basso costo e l’offerta di manodopera da parte di braccianti in condizioni di difficoltà socio-economica, induca, senza alcuna violenza e approfittando del suo stato di bisogno, un lavoratore a prestare le proprie forze nella filiera agricola, senza che gli venga corrisposto il trattamento a norma di legge.

L’utilizzo della violenza o della minaccia è stato invece reso una aggravante dalla novella del 2016.

Al di là del contesto legislativo, è importante notare che le vicende relative alle vittime dello sfruttamento nei campi purtroppo non sono poche e riguardano sia italiani che immigrati.

Non potendo offrire una ricostruzione puntuale delle innumerevoli storie, si possono rimembrare alcuni esempi recenti, come la tragica fine alla quale sono andati incontro diversi raccoglitori stranieri in provincia di Foggia, nell’agosto del 2018, deceduti in due violenti incidenti stradali a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro, mentre venivano trasportati sui furgoni dei caporali.

Anche le donne, oltre ad essere ulteriormente sottopagate rispetto agli uomini (si stima del 20%) nel contesto generale di retribuzioni già di per sé irrisorie ed illegali, vivono l’incubo di questa triste forma di semischiavitù.

Nell’agosto del 2015, in un campo di Andria, morì Paola Clemente, bracciante agricola che si occupava dell’acinellatura dell’uva per la somma di ventisette euro al giorno.

Nel settembre del 2017, a trovare la morte in simili circostanze, nelle campagne tarantine, fu la trentanovenne Giuseppina Spagnoletti.

Tuttavia, il caporalato non uccide solo con l’esposizione prolungata alla fatica sotto al sole o nel gelo invernale, come testimonia ciò che è accaduto pochi mesi fa a Siddique Adnan, cittadino pakistano residente a Caltanissetta.

Questi è stato assassinato, molto probabilmente a causa del suo impegno contro i fenomeni di sfruttamento e della sua opera di convincimento nei confronti di un lavorante, che era stato da lui invitato a sporgere denuncia contro i caporali.

Per l’omicidio sono stati fermati cinque concittadini della vittima, con l’accusa di omicidio per quattro di loro e di favoreggiamento per il quinto.

Volendo cercare una prospettiva di speranza in tutto questo, si può citare con favore l’impegno di Aboubakar Soumahoro, attivista ed ormai ex sindacalista (si è dimesso dall’USB il 27 luglio scorso), il quale si batte per tutelare al massimo i diritti dei lavoratori nel comparto agroalimentare, cercando di rendere più visibili i loro problemi e prerogative, come per esempio nella manifestazione tenutasi a Roma il 5 luglio di quest’anno: i cosiddetti “Stati popolari.”

Altre importanti proposte di Soumahoro sono quelle portate all’attenzione del presidente del Consiglio Giuseppe Conte nell’ambito degli Stati generali dell’economia a Villa Pamphilj, nella Capitale, dopo uno sciopero della fame e della sete.

Il sindacalista, oltre all’abolizione dei decreti sicurezza relativi all’immigrazione, ha chiesto l’introduzione di una “patente del cibo” la quale possa assicurare la provenienza di un dato prodotto da una filiera in cui tutte le norme e le tutele giuslavoristiche sono osservate, in modo da orientare il consumatore verso scelte consapevoli ed etiche.

Si può sperare che questo sia un primo passo verso un mondo del lavoro più giusto, equo e libero da inquinamenti criminali.