di Adriano Rossi

Sette anni fa usciva al cinema uno dei film più apprezzati degli ultimi anni: The Wolf of Wall Street. Il capolavoro di Martin Scorsese si è rivelato da subito un successo planetario e in poco tempo è diventato un vero e proprio cult, complice anche una storia che ha affascinato il mondo intero tra luci e ombre. Sarà stata la monumentale prova attoriale di DiCaprio, oppure la scorrevolezza grazie alla quale un film di tre ore sembra durare un’ora e mezzo, comunque la pellicola del leggendario regista americano è entrata immediatamente nel cuore degli spettatori. Scrivere, tuttavia, un articolo sulla grandiosità di questo film non sarebbe molto produttivo, poiché di recensioni ce ne sono tante e sulla storia di Jordan Belfort è stato detto di tutto e di più. L’obiettivo principale di oggi è invece quello di comprendere appieno il rapporto tra il broker interpretato da Leonardo DiCaprio e la sua vasta schiera di fan: cosa ci ha lasciato Scorsese a distanza di sette anni? È una domanda apparentemente banale, ma che racchiude gli spunti per alcune interessanti riflessioni. Una parte del pubblico ha infatti travisato il messaggio del regista ed è andata a creare quell’aura di fanatismo che aleggia attorno al protagonista. La verità è che nonostante lo stile di vita di Jordan appaia a molti avvincente, va in realtà in contrasto con la morale del film. Dobbiamo allora porci un quesito fondamentale: perché Scorsese ha scelto la commedia per raccontare una storia piena di drammi? La risposta è semplice: un genio come Scorsese sa benissimo che la morale “i soldi non fanno la felicità” non attecchisce al pubblico e dirigere il classico film drammatico non avrebbe dato gli effetti sperati, ovvero quelli di raccontare le derive del successo. Il regista decide allora di creare un punto di contatto tra lo spettatore e Jordan Belfort, mettendo in mostra il punto di vista di quest’ultimo. Effettivamente il film è comico, ma gli eventi da cui scaturiscono le risate sono amari: si ride della prostituzione, dell’adulterio, della droga e della truffa. Scorsese voleva forse offendere qualcuno? Assolutamente no, se non lo stesso Belfort. L’obiettivo principale del film è infatti quello di accogliere lo spettatore nella mente del broker americano, facendolo ridere dove Jordan ha riso e facendolo soffrire dove Jordan ha sofferto. Risulta a tratti buffo vedere il modo in cui il film è stato accolto sui social, attraverso alcuni post che vanno in contrasto con l’etica scorsesiana. A tal proposito c’è una frase di questo lungometraggio che viene continuamente condivisa: Non c’è alcuna nobiltà nella povertà. Io sono stato un uomo ricco e sono stato un uomo povero e scelgo la ricchezza tutta la vita, cazzo! Almeno come uomo ricco, quando devo affrontare i miei problemi lo faccio seduto in una limousine, con un vestito da 2000 dollari e un orologio d’oro da 40mila dollari”.

Questo aforisma viene continuamente sbandierato e percepito come “giusto”. Peccato però che Scorsese pensi il contrario e il motivo della sua esistenza è dovuto al processo di rispecchiamento poc’anzi citato. Jordan all’epoca aveva queste convinzioni e lo spettatore deve essere portato a pensare altrettanto. Così l’immedesimazione diventa lo strumento per raccontare una storia fatta di degradi e che ha per protagonista un uomo all’interno di una realtà più forte di lui. Il film difatti ci introduce da subito a un concetto fondamentale: Jordan Belfort vuole diventare miliardario. Non importa come e in che modo, ma il protagonista ha questo sogno nel cassetto ed è disposto a tutto pur di realizzarlo. Nonostante il Jordan degli inizi ci venga presentato come una persona umile e dedita(apparentemente) alla famiglia, non ci viene comunque mai nascosta la sua più grande ambizione: vivere il sogno americano. I limiti di questa scalata sociale sussistono già alla base perché il protagonista non ha un bagaglio culturale alle spalle e questo non gli permette di avere un’etica lavorativa. Così l’anima di Jordan si dimostra impreparata a una realtà difficile e ben presto verrà assorbita dai soldi e dalla droga. Scorsese non invita di certo i futuri imprenditori a possedere in ufficio la copia di Sogno d’una notte di mezza estate, ma semplicemente ad avere gli strumenti per prevenire la malignità di un mondo arduo come quello di Wall Street. Jordan però è convinto del suo percorso e già da subito non si fa scrupoli a usare la disonestà per soddisfare un arrivismo senza limiti: la rivalsa sociale è fondamentale e il fine giustifica i mezzi. Siamo, di conseguenza, davanti una storia che solo in parte analizza la scalata del successo, andando a focalizzarsi sulle difficoltà nel farlo durare. Scorsese allora non racconta soltanto la forza di volontà che serve per raggiungere i traguardi, ma anche l’intelligenza necessaria per mantenerli. The Wolf of Wall Street non è, in conclusione, un racconto sulla bellezza della vita, ma uno straordinario avvertimento che colpisce più forte che mai. Come ne Il Canto di Natale gli spiriti accompagnavano Scrooge in un viaggio di redenzione, così Scorsese accompagna lo spettatore in un racconto vicino nella sua lontananza, trasmettendo in modo sapiente non soltanto la bellezza della salita, ma anche il dolore della caduta.