di Alberto Rando

Sfide e difficoltà per un Occidente stanco e con poche idee. Cosa ci aspetta?

La Pandemia che ci perseguita ormai da quasi un anno è stata un catalizzatore di eventi ed ha svelato quello che per i più acuti era già presente da anni: l’Occidente è crisi totale.

Cosa significa Occidente? Per dirla in termini geografici: l’Europa Occidentale e il Nord America, con l’inclusione delle due nazioni nell’emisfero australe di lingua e cultura britannica. Non bisogna dimenticare che alcuni valori occidentali sono condivisi anche in altri Paesi, nell’America Latina, nell’Africa ed anche in Asia, ma per semplicità occupiamoci del termine squisitamente geopolitico.

 

La prima e più evidente crisi dell’Occidente è la crisi economica, che dal 2008 ha continuato a non abbandonare molti Paesi, anche perché il diffondersi del Virus e le misure anti-contagio hanno nuovamente colpito la produzione ed i consumi. Alcuni Stati reagiranno in maniera decisa a queste difficoltà e probabilmente riusciranno a convertire l’industria verso la completa digitalizzazione accompagnata da una seria e convinta politica ambientale, ma probabilmente accadrà per quei Paesi Occidentali che già prima del Corona Virus si erano mossi in questa direzione.

Infatti per molti altri Stati, soprattutto dell’Europa mediterranea, il cammino verso questo nuovo tipo di sviluppo sarà molto lungo e pieno di insidie, con il rischio che l’Unione Europea, nata con un’idea economica comune, possa trasformarsi in un insieme di Stati economicamente diversi e di conseguenza con un grado di sviluppo differente.

La tanto citata integrazione europea in questo decennio dovrà dare segnali chiari, altrimenti oltre alle divergenze economiche si passerà a quelle culturali, riportando indietro di un secolo i progressi diplomatici fatti nella seconda metà del Ventesimo Secolo.

 

Le difficoltà economiche sono legate strettamente a quelle politiche, in questo momento macroscopiche. Il decennio passato ha rivelato lo smarrimento delle Democrazie Rappresentative difronte a grandi sfide come l’immigrazione e la globalizzazione. La mediazione parlamentare, anche quando funziona, ha comunque tempi più lunghi rispetto a forme di democrazia diretta e le sue soluzioni non sono così chiare e nette per la maggior parte dei cittadini.

In un clima di tale confusione, il cittadino si sente smarrito e pur sperando in valori come la Patria o la Giustizia sociale, non cerca una prospettiva a lungo termine, ma si affida ai sensi e rischia di cadere in un torpore culturale o peggio, nel fanatismo dei simboli.

Un esempio chiaro e noto è la Brexit del 2016, dove un referendum ha sancito l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Il timore di un’immigrazione incontrollata, unita con la lontananza, fisica e politica, delle Istituzioni Europee dalla popolazione britannica sono state le cause scatenanti l’epocale decisione, tutto questo nella più vecchia ed esperta Democrazia Rappresentativa occidentale.

Un altro evento chiave di questa crisi sono gli scontri di Capitol Hill, si è ulteriormente ribadita l’insofferenza verso una Democrazia fatta di mediazioni e compromessi, in una Nazione che dal 1865 non aveva mai avuto una spaccatura interna così forte e che è stata per decenni interi del Novecento il modello democratico in molti Paesi.

Le divisioni politiche a cui stiamo assistendo hanno elementi di novità, poiché non sono più meramente ideologiche, ma nascono dalla realtà sociale sempre più complessa e in continuo cambiamento. Sarebbe limitato e superficiale usare il termine marxista di “lotta di classe”, perché il conflitto è presente anche all’interno delle stesse classi sociali, questo è il frutto una società che alcuni sociologi, tra cui Bauman, definirono: “Liquida”.  Le divisioni sono tra chi vive nelle grandi città e chi invece vive nei centri più piccoli, tra chi è immigrato da più tempo in un Paese e si è integrato e chi non riesce o non vuole farlo e tra le varie generazioni, un esempio sono le continue polemiche sui “Boomers”.

Verrebbe da dire che tali divisioni ci sono sempre state nella Storia, ma in momenti di crisi subiscono una crescita esponenziale in termini di quantità e durata, inoltre l’uso dei Social e la continua miriade di informazioni sono continua linfa per le polemiche.

Il conflitto, in alcuni casi, è inevitabile, (raramente) anche proficuo per il progresso, tuttavia se non si tenta di arginare o anche solamente porre un limite alla faziosità, allora lo spirale di odio e la violenza, seppur di bassa intensità, rischieranno di minare le basi del vivere civile.

 

La sfida per l’Occidente non è solo risolvere queste difficoltà, ma anche reggere il confronto con nuove realtà che già da anni sono forti e presenti sia sui mercati sia nelle relazioni politiche internazionali, ossia la Cina, la Russia, i Paesi Arabi e pian piano anche l’India. Questi Paesi hanno cultura millenaria, miliardi di persone che vivono e soprattutto lavorano per loro ed inoltre hanno ciò che all’Occidente manca: voglia di essere i primi.

Queste nuove grandi Potenze offrono modelli alternativi all’Occidente non solo sul piano economico, ma anche sul piano sociale e politico, guardati anche con un certo favore da alcuni Paesi occidentali, poiché non si tratta più di un blocco ideologico diverso, come era nella Guerra Fredda, bensì di una diversa interpretazione della democrazia e delle libertà individuali.

La loro straordinaria e rapida crescita economica è allettante per le nazioni non riescono, da anni, a competere a livello internazionale, ma non è tutto oro quel che luccica.

 

L’allarmismo e il pessimismo sono, soprattutto in questi periodi, molto diffusi tra le persone, facili da provocare e difficili da trattenere, tuttavia questi umori devono rimanere sensazioni transitorie, ossia non trasformarsi in rassegnazione o peggio, vero e proprio nichilismo.

Un modo per non sprofondare potrebbe essere innanzitutto risolvere la crisi economica in tutti i Paesi Occidentali, ciò significa che in questi anni si cercherà di ridurre la povertà creando occupazione e benessere condiviso, successivamente sarà necessario incrementare lo sviluppo di nuove tecnologie e infrastrutture accessibili e fruibili ai più.

Oltre alle connessioni fisiche e digitali, è indispensabile costruire una connessione culturale in senso ampio, ed esempio disponendo di strumenti giuridici comuni e chiari per poter esercitare i propri diritti e adempiere ai propri doveri senza troppe differenze tra gli Stati, scambiare conoscenze in campo scientifico e migliorare l’apprendimento per le nuove generazioni.

Non è sufficiente risolvere la crisi economica e politica per vincer tutte le sfide che ci aspettano, però è un primo passo per ricucire le divisioni. Infatti, il benessere ed altri valori come la democrazia, il rispetto dello Stato di diritto e delle libertà individuali, non portano immediatamente e incondizionatamente concordia politica, ma almeno il conflitto potrà basarsi su idee e visioni del mondo diverse, anziché su sentimenti transitori dovuti alla frustrazione e all’insicurezza.

Inoltre è complicato prevedere che possa, nel medio–breve periodo, scomparire ogni differenza tra i vari Stati, ma qualora il grado di sviluppo sia più omogeneo, le possibili divergenze saranno disincentivate dal nascere.

Insomma credo sia necessario per i Paesi occidentali, creare strategie capaci di sostenere la concorrenza, non solo commerciale, delle nuove potenze, al fine di mantenere vivi i valori comuni di democrazia, libertà individuali e benessere.

Ci attendono anni molto faticosi, addirittura “Struggenti”, senza la certezza di riuscire ad evitare il tracollo, tuttavia ne va della nostra stessa identità Occidentale, non solo in senso culturale, ma esistenziale.