Virus, instabilità e criminalità: analisi di un triplo contagio

Il contagio non si arresta. Nella giornata di ieri si riscontrano 19.644 nuovi contagiati su 177.669 tamponi effettuati. Mentre Conte firma il nuovo DPCM, si iniziano a percepire gli effetti devastanti dovuti alla nuova chiusura degli esercizi pubblici. L’entrata in vigore del nuovo decreto ministeriale prevederà la chiusura delle attività di ristorazione alle ore 18:00. Si ritiene che tali misure preventive implicheranno un definitivo aumento del tasso di povertà nel paese. Interi settori, specie l’imprenditoria e la ristorazione, sono in ginocchio. Tanto gli imprenditori, quanto i lavoratori a tempo, non riescono ad arrivare a fine mese. La difficoltà aumenta in mancanza di aiuti concreti da parte del governo. Laddove c’è difficoltà economica, crisi, malcontento sociale, lì subentrano le organizzazioni criminali. Le cosche sfruttano ogni singolo spazio di vuoto lasciato dallo Stato. Si lucra su tutto: povertà, appalti, pubblici esercizi, sanità. Non mancano pertanto le molteplici grida d’allarme di autorevoli esponenti istituzionali.

Relativamente al “rapporto 2020 sulla povertà ed esclusione sociale in Italia” redatto dalla Caritas, in Europa e in Italia si registra una grave flessione del PIL. Anche il tasso di occupazione è in discesa. Sembra, dunque, profilarsi il rischio di una grave flessione nell’attività economica. Si stima che la stessa produrrà un impatto evidente sul benessere e la vita delle persone, comportando altresì la nascita di nuove forme di povertà. Tutto ciò si inserisce all’interno di un panorama economico segnato ancora dagli effetti della grave crisi del 2008. I poveri assoluti, privi cioè dei beni essenziali, sono oltre 4,5 milioni. A pagare il prezzo più alto della pandemia sono proprio le persone più fragili, quali ad esempio i lavoratori precari, intermittenti o a chiamata. I dipendenti a termine sono coloro i quali ne risentono di più: i dati confermano una discesa pari al -21,6%. Ancora più preoccupante è il dato sulla disoccupazione giovanile che sale, in soli 12 mesi, dal 15% al 17%. Anche la Banca d’Italia ha analizzato le prospettive economiche del paese. Il 5 Giugno 2020 si erano ipotizzati due possibili scenari. In merito agli ultimi dati di contagio prendiamo dunque in considerazione il secondo scenario, ossia quello più severo. Tale è l’ipotesi nella quale potrebbero prospettarsi sviluppi gravemente negativi, a seguito del protrarsi dell’epidemia. Si parla, pertanto, di una occupazione pari al -5,4%, rispetto allo 0,4% del Gennaio 2020. Dovrebbe salire anche il tasso di disoccupazione, dal 9,7% di Gennaio 2020 al 11,1%. Come abbiamo potuto notare, subito dopo l’estate, moltissime sono state le attività di ristorazione che hanno chiuso i battenti. Solo nel mese di settembre oltre 400mila dipendenti di bar e ristoranti sono rimasti a casa senza lavorare. Una stima realizzata dall’Ufficio Studi della Federazione Italiana dei Pubblici Esercizi ha previsto che la chiusura alle 24 avrebbe determinato una contrazione tutt’altro che trascurabile per bar e ristoranti. Da domani, con l’entrata in vigore del nuovo decreto ministeriale, con la chiusura anticipata alle ore 18:00, le associazioni di categoria temono perdite per oltre 50 milioni di euro al mese per bar e ristoranti. Vi è dunque il rischio di chiusura per più di 50.000 imprese e la perdita del lavoro per più di 350.000 lavoratori. Cosa si è fatto concretamente, dunque, nei mesi estivi? Quali interventi potevano essere attuati? La nota rivista scientifica inglese “The Lancet” ha stilato una classifica di interventi più o meno efficaci che potrebbero sensibilmente ridurre l’RT, ossia il tasso di contagiosità. Dallo studio si evince che una combinazione molto efficace potrebbe essere: la chiusura degli uffici, il divieto di eventi pubblici e assembramenti con più di 10 persone, limitazione agli spostamenti. In 28 giorni l’RT si ridurrebbe del 42%. Il nuovo decreto ministeriale sancisce, oltre la parziale chiusura del settore della ristorazione, la totale chiusura per palestre, cinema e teatri. Seguono immediatamente le incredule parole della Associazione Generale Italiana dello Spettacolo: “Su 347.262 spettatori in 2.782 spettacoli, con una media di 130 presenze per ciascun evento, nel periodo che va dal 15 giugno ad inizio ottobre, si registra un solo caso di contagio da Covid 19 sulla base delle segnalazioni pervenute dalle ASL territoriali. Una percentuale, questa, pari allo zero e assolutamente irrilevante, che testimonia quanto i luoghi che continuano ad ospitare lo spettacolo siano assolutamente sicuri.” La Fondazione Centro Studi Doc ha parlato di un 90% dei lavoratori dello spettacolo fermi. Dunque, ci sarebbero oltre 300mila persone, impiegate nel settore dell’intrattenimento e della cultura, che non stanno lavorando. Non mancano in questo contesto, nonostante le disposizioni di sicurezza in atto, le immagini giornaliere di mezzi pubblici molto affollati e banchi scolastici ammassati. A Roma c’è chi dà l’allarme: «Noi rispettiamo le regole, ma così è inutile». “Tutti i passeggeri hanno la mascherina, ma gli assembramenti a bordo dei pochi autobus e metro sono inevitabili: non dovrebbero superare l’80% di capienza massima, ma a vigilare gli accessi non c’è nessuno”. Questo è il contesto generale. Pochi mezzi a disposizione. Pochi interventi attuati. Manca liquidità per far fronte alle emergenze in corso.

Quando c’è odore di difficoltà economica, ecco che immediatamente subentrano le organizzazioni criminali, specie quelle di stampo mafioso. Usurai ed esponenti dei clan locali concedono, con “premura caritatevole”, ingenti prestiti a tutti coloro i quali non riescono a mantenere efficacemente i propri esercizi. Tale tipologia di “soccorso” si ritiene ormai più che consolidata negli ultimi mesi. Difatti, in merito all’ultima operazione antimafia della Guardia di Finanza e della procura di Palermo, il gip Piergiorgio Morosini ha affermato che: “Da una parte, l’attuale condizione di estremo bisogno, persino di cibo quotidiano, di tante persone senza una occupazione stabile, o con un lavoro nell’economia sommersa, può favorire forme di ‘soccorso mafioso’ prodromiche al reclutamento di nuovi adepti; Dall’altra, il blocco delle attività di tanti esercizi commerciali o di piccole e medie imprese ha cagionato una crisi di liquidità difficilmente reversibile per numerose realtà produttive, in relazione alle quali un ‘interessato sostegno’ potrebbe manifestarsi nelle azioni tipiche della organizzazione criminale, vale a dire l’usura, il riciclaggio, l’intestazione fittizia di beni, suscettibili di evolversi in forme di estorsione o, comunque, di intera sottrazione delle aziende ai danni del titolare originario”. Non mancano, al riguardo, le dichiarazioni di Maurizio Vallone, nuovo direttore della Direzione Investigativa Antimafia. Dinanzi ai microfoni di Rainews24 ha affermato che “il compito della DIA e delle forze dell’ordine è prevenire queste possibili infiltrazioni. Occorre quindi lavorare al fianco dei prefetti dei comitati provinciali di ordine e sicurezza pubblica, dei gruppi interforze che si muovono con il fine di fare accertamenti su tutti coloro i quali vincono appalti pubblici. La finalità da raggiungere è che nessuna ditta collegata ad organizzazioni criminali possa arricchirsi con modalità illecite”. Afferma altresì che “in questo momento, soprattutto in vista di grandi finanziamenti europei, è chiaro che la criminalità organizzata di alto livello stia ponendo in essere una serie di misure per cercare di appropriarsi di quanti più fondi possibile”. La parola più significativa è “cooperazione”. E’ doveroso dunque ammonire le istituzioni. Esse dovrebbero agire assieme perseguendo una solida linea unica di tutela e garanzia verso il benessere economico-sociale del cittadino, disponendo tanto misure di sussidio più ingenti, quanto ulteriori misure di sicurezza con la finalità di evitare ogni possibile infiltrazione criminale e mafiosa nel tessuto economico nazionale. Tali parole trovano conferma nella relazione semestrale 2019-20 della stessa DIA. Si evince che «Le mafie, nella loro versione affaristico-imprenditoriale immettono assai rilevanti risorse finanziarie, frutto di molteplici attività illecite, nei circuiti legali, infiltrandoli in maniera sensibile. La loro più marcata propensione è quella di intellegere tempestivamente ogni variazione dell’ordine economico e di trarne il massimo beneficio. Tale andamento, impattando sull’economia reale, ha finito per accrescere, specie nelle regioni del sud Italia, e nelle periferie depresse delle grandi aree metropolitane, le sacche di povertà e di disagio sociale già esistenti. Ecco allora che l’ancor più ridotta possibilità di disporre di liquidità finanziaria, spesso ottenuta anche attraverso il lavoro irregolare, potrà finire per compromettere l’azione di “contenimento sociale” che lo Stato, attraverso i propri presidi di assistenza, prevenzione e repressione ha finora, anche se con fatica, garantito. Esso è un focolaio che finisce per meglio attecchire nelle regioni di elezione delle mafie, dove una “questione meridionale” non solo mai risolta, ma per decenni nemmeno seriamente affrontata, offre alle organizzazioni criminali da un lato la possibilità di esacerbare gli animi, dall’altro di porsi come “welfare alternativo”, come valido ed utile mezzo di sostentamento e punto di riferimento sociale. Si profila così un doppio scenario. Un primo di breve periodo, nel quale le organizzazioni mafiose tenderanno a consolidare sul territorio, specie nelle aree del Sud, il proprio consenso sociale, attraverso forme di assistenzialismo da capitalizzare nelle future competizioni elettorali. Lo stesso supporto passerà anche attraverso l’elargizione di prestiti di denaro a titolari di attività commerciali di piccole-medie dimensioni, ossia a quel reticolo sociale e commerciale su cui si regge l’economia di molti centri urbani, con la prospettiva di fagocitare le imprese più deboli, facendole diventare strumento per riciclare e reimpiegare capitali illeciti. Un secondo scenario, questa volta di medio-lungo periodo, nel quale le mafie, specie la ‘ndrangheta, vorranno ancor più stressare il loro ruolo di player, affidabili ed efficaci anche su scala globale. L’economia internazionale avrà bisogno di liquidità ed in questo le cosche andranno a confrontarsi con i mercati, bisognosi di consistenti iniezioni finanziarie». La DIA suggerisce altresì di replicare “il modello già positivamente sperimentato per il Ponte Morandi di Genova, dove si è raggiunta una perfetta sintesi tra efficacia delle procedure di monitoraggio antimafia e celerità nell’esecuzione dei lavori”. La Dia, nella relazione, fa anche accenno alle “pene alternative al carcere” disposte per alcuni mafiosi durante l’emergenza coronavirus. Si è parlato di “un vulnus al sistema antimafia”. Le dichiarazioni che seguono, ponderate con indescrivibile inflessibilità, lanciano una accusa molto pesante all’operato istituzionale. Si aggiunge che: “L’uscita dei mafiosi ha infatti indubbi e negativi riflessi: rappresenta l’occasione per rinsaldare gli assetti criminali sul territorio, può portare alla pianificazione di nuove strategie affaristiche, consentire ai capi più giovani di darsi alla latitanza e anche favorire le faide tra clan rivali. La scarcerazione di un mafioso, addirittura ergastolano, è avvertita dalla popolazione delle aree di riferimento come una cartina di tornasole, la riprova di un’incrostazione di secoli, diventata quasi un imprinting: quello secondo cui mentre la sentenza della mafia è certa e definitiva, quella dello Stato può essere provvisoria e a volte effimera”. Sull’argomento era tornato a parlare più volte, negli ultimi tempi, anche il pubblico ministero della procura di Palermo Antonino Di Matteo, frattanto reintegrato nel “pool stragi”. Egli si era espresso sulla predetta “scarcerazione” definendola come “un segnale devastante perché evoca una resa, un’arrendevolezza”. Aveva poi aggiunto che: “Chi entra a far parte di un’organizzazione mafiosa mette in conto di poter incappare in problemi con la giustizia e in una condanna detentiva. Non hanno paura del carcere. Essi temono però il carcere a vita, una detenzione troppo lunga o una detenzione con modalità tali da interrompere i loro rapporti con il mondo esterno, da metterli in condizione di non poter più fare i mafiosi mentre sono detenuti. Ecco perché hanno ciclicamente condotto delle battaglie strategiche che consentissero di tornare a casa, di tornare a comandare. E ciò è avvenuto, tante volte. È avvenuto anche in epoca relativamente recente”. Il magistrato palermitano ha ultimamente affrontato il fenomeno per il quale “le mafie potrebbero anche soffiare sul fuoco del malcontento per alimentare odio nei confronti delle istituzioni”. Tale pensiero trova conferma nei fatti. Sarà capitato a tutti di vedere, almeno in TV, ciò che è successo a Napoli due giorni fa. Successivamente alle parole del governatore campano De Luca, si sono verificati nella notte violenti scontri contro le forze di polizia. Le persone per le strade erano migliaia. Cassonetti in fiamme, lanci di fumogeni, ma soprattutto assalto ai giornalisti presenti e a polizia e carabinieri. Il bilancio parla di due arresti, due agenti contusi e numerose auto danneggiate. Nicola Morra, presidente della commissione parlamentare antimafia, si è prontamente espresso al riguardo con un post su Facebook parlando di “sapiente regia dietro gli scontri”. Ha affermato che: “Ieri sera a Napoli, nell’irrazionalità ingenua di tante persone evidentemente inconsapevoli di quanto stavano facendo, c’era anche una sapiente regia. Accertata la presenza reale di uomini dei clan della Pignasecca, del Pallonetto e dei Quartieri Spagnoli, pur non essendoci fisicamente, c’erano anche con le loro “fesserie” tutti coloro che hanno sempre e soltanto ostentato sprezzo per le evidenze che la realtà ci ha offerto in tutti questi mesi”. Sorgono dunque alcune domande: La parziale chiusura è veramente l’extrema ratio? Lo Stato non dispone di ulteriori e ben più consistenti mezzi per far fronte a tutto ciò?

Quello che è successo a Napoli ha dato prova reale di cosa potrebbe verificarsi nei prossimi tempi, qualora l’esecutivo non riuscisse a dimostrare di avere contezza relativamente alla reale situazione in cui versa il paese. La povertà è in aumento, come del resto il precariato e la disoccupazione. I soggetti fragili sono attualmente lasciati indietro. Su di loro, il più delle volte, si poggia la provvidenziale mano criminale. Le organizzazioni criminali soffiano sul fuoco del malcontento, della rivolta. Lucrano su tutto ciò. E’ giunta l’ora che l’esecutivo si guardi allo specchio e ragioni su quali possano essere i provvedimenti da adottare al fine di contrastare le gravi problematiche emergenti. E’ giunta l’ora che tutto ciò venga posto in primo piano. E’ giunta l’ora di intervenire concretamente.

FONTI: adkronos.it, post su Facebook di Nicola Morra, Relazione semestrale della DIA, dichiarazioni esplicite del magistrato Di Matteo, dichiarazioni esplicite ai microfoni di rainews24 del direttore della DIA Maurizio Vallone, rapporto 2020 su “povertà ed esclusione sociale” in Italia della Caritas, proiezioni macroeconomiche per l’economia italiana del 5 giugno 2020 redatte dalla Banca d’Italia, www.centrostudidoc.org, relazione FIPE, agisweb.it, https://roma.corriere.it.

Illustrazione in copertina di Mauro Biani

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