Isis -K: Una nuova minaccia?Chi sono i jihadisti nemici dei talebani che minacciano l’Occidente

“Allah Akbar!” strillavano gli attentatori dello Stato Islamico mentre si facevano esplodere nei pressi dell’aeroporto di Kabul il 27 agosto scorso, provocando la morte di circa 170 persone. L’attacco kamikaze era stato prontamente rivendicato dall’ISIS-K, cellula afghana dello Stato Islamico. “Per grazia di Dio Onnipotente, i soldati del Califfato hanno preso di mira l’aeroporto internazionale di Kabul”, si leggeva nel messaggio lanciato sul canale Telegram di Nasher News. La risposta degli USA, allora ancora presenti nella capitale, non si era fatta attendere: due raid avevano eliminato presunti kamikaze dell’Isis diretti verso l’aeroporto, provocando oltretutto la morte di 10 civili afghani. Oggi, a distanza di due settimane dal primo attentato e dal ritiro militare USA, la situazione afghana continua a peggiorare: i Talebani continuano a soffocare col piombo le rivolte in piazza e l’ISIS-K pianifica nuovi attentati. L’ex ufficiale della sicurezza afghana Ali Mohammad Ali, citato sul New York Times dal giornalista americano Eric Shmitt, afferma che l’Afghanistan è diventato a tutti gli effetti la «Las Vegas di terroristi, radicali ed estremisti». Ma cos’è l’ISIS-K? Quali rapporti intrattiene con i Talebani? Che posizione prenderanno gli ormai “assenti” americani?

L’ISIS-K è la costola afghana dello Stato Islamico. Nasce ufficialmente il 26 Gennaio del 2015 nella provincia del Khorasan (da qui la lettera k), ma acquista notorietà soltanto nel 2018. Cioè quando il Califfato, successivamente alle perdite subite in Iraq e in Siria, fa dell’Afghanistan la sua base operativa e dell’ISIS-K il suo ramo principale. In poco tempo il gruppo diviene la filiale più grande, complici altresì gli ingenti finanziamenti ricevuti dallo stesso Califfato e la decisione di entrare nel business del narcotraffico di oppiacei. Conseguentemente anche il Khorasan, regione d’origine, oggi non è più l’unico territorio dove il gruppo terroristico opera in modo così capillare. Nel 2019 l’Isis-K si è infatti impadronito delle province afghane nord-orientali a ridosso della frontiera con il Pakistan: Konar e Nangarhar. Qui i miliziani possono contare tanto sulla conformazione geomorfologica del territorio, montuoso e impervio, ricco di nascondigli, quanto sulla fitta rete di appoggi, tribali e non, del popolo Pakistano.

Ma la forza principale del gruppo terroristico risiede nel suo esercito: fino a 2000 miliziani, molti dei quali proprio di etnia Pashtun (afghani e pakistani). Alcuni funzionari statunitensi aggiungono che il suddetto gruppo è riuscito a sviluppare con gli anni la più efficace rete di combattenti stranieri mai vista in termini di reclutamento e addestramento. I comandanti Pashtun addestrano combattenti stranieri e li inviano, in qualità di leader, oltre che in Pakistan, in India e in tutte le regioni dell’Asia Meridionale. Segno questo della instancabile volontà del Califfato di espandere il proprio marchio anche in territori considerati atipici, e ricreare quindi un complesso sistema di “filiali straniere” che abbraccino l’idea della Jihad.

La filosofia politica dello Stato Islamico del Khorasan è la stessa del Califfato. C’è un solo obiettivo: esportare la Jihad nel mondo, specie in Occidente, e fare tabula rasa di infedeli e apostati. L’ISIS-K mira a sostenere il Califfato a livello mondiale, transnazionale. Questa è la principale differenza con i Talebani, i quali hanno invece natura prettamente afghana, territoriale, quasi patriottica e nazionalista. Benché siano entrambe accomunate dallo stesso credo religioso, tra le due compagini non corre buon sangue. E gli accordi di Doha non hanno fatto altro che incrinare maggiormente il rapporto. L’Occidente non è, dunque, come spesso si ritiene, l’unico nemico. Il Califfato accusa infatti gli Studenti Islamici di essere apostati, traditori, capaci di tradire l’ideologia religiosa e scendere a patti col nemico occidentale pur di riottenere la sovranità territoriale afghana. Ai loro occhi sono troppo moderati nell’applicazione della Legge Islamica, miopi e collusi con l’Occidente. Ragioni per cui il pretesto dello scontro non è territoriale, ma ideologico. Dal 2017, come rilevato dal Armed Conflict Location & Event Data project (ACLED), si contano circa 207 conflitti tra Talebani e Califfato. L’attentato Kamikaze all’aeroporto di Kabul, avvenuto lo scorso 27 Agosto, è solo l’ultimo di una serie ben definita. Ogni azione eversiva ha il fine di rivelare al mondo l’apostasia talebana e, conseguentemente, farne propaganda.

I rischi sono tantissimi, e di vario genere. Ad ogni modo il pericolo principale è rappresentato dal fatto che lo Stato Islamico, con i suoi propagandistici attentati, inizi pian piano ad attrarre verso di sé tanto quei Talebani ideologicamente più radicali, quanto quei pericolosi gruppi estremisti in fuga da Siria e Iraq. In questo modo potrebbe ricrearsi una situazione simile a quella del pre-2001 con Al-Quaeda: un nuovo movimento terroristico incredibilmente forte e militarmente più preparato, nuovamente pronto ad esportare con violenza la Jihad in Occidente.

Tuttavia gli USA intendono scongiurare questa minaccia. Ma per farlo, a causa del definitivo ritiro militare, necessitano obbligatoriamente di appoggi sul territorio. E quale migliore alleato se non proprio i Talebani?
“È possibile che gli Stati Uniti cerchino di coordinarsi con i Talebani in Afghanistan per condurre operazioni antiterrorismo contro l’Isis-K”, afferma il Capo di Stato maggiore dell’esercito USA Mark Milley durante una recente conferenza stampa al Pentagono. Si esprime in merito anche Jason Burke, stimato esperto di Afghanistan del quotidiano britannico The Guardian. Afferma che: “I Talebani non sono mai stati collegati direttamente a nessun attacco terroristico oltre le frontiere afghane, non hanno cercato di stabilire un Califfato. Lo Stato per cui hanno combattuto è un Emirato, una proposta molto meno ambiziosa della superpotenza islamica unificata ricercata dall’Isis”. E finisce dichiarando che: “Washington deve quindi scegliere: quale nemico e quale amico”.

Pertanto non si esclude la possibilità di assistere, almeno nel prossimo futuro, alla creazione di un nuovo fronte anti- jihadista composto proprio da Usa e Talebani. Gli “occhi americani sul territorio” potrebbero quindi essere afghani, nientedimeno che talebani. Potrebbe essere portata avanti un’autentica realpolitik: una politica concreta, realistica, che vedrebbe nei Talebani il “male minore”, quindi un possibile alleato per contrastare un male ben più grande cioè il Califfato.

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