A cura di Veronica Sarno

-Che ci vai a fare all’Expo? Tutti soldi dati alla mafia! Il biglietto costa un botto e poi ti devi pure comprare da mangiare! Hai visto i video che girano su Facebook, no? 22€ una cotoletta, 22€! Dai retta a me, non ci andare-.
Mi sono dovuta sorbire questi ed altri sermoni prima di partire per Milano.
Ho degli amici decisamente simpatici. Ma era facile comprenderli.
Nei giorni precedenti l’apertura era venuta fuori la solita storia italiana: mazzette, cantieri ancora aperti, costi lievitati. Sembrava logico supporre che, una volta inaugurata, l’Expo sarebbe stata un fiasco totale, per la nostra cronica incapacità di organizzare eventi senza combinare disastri.
Eppure sono stati proprio i fatalisti (Renzi direbbe i gufi) a spingermi all’Expo.
Se pensavano di demoralizzarmi, non ci sono riusciti.
In fondo, come si può criticare qualcosa che non si conosce?
Quella che segue non è un’inchiesta, piuttosto un resoconto di viaggio: mi premeva raccontare le impressioni che l’Expo mi ha lasciato, mettendo da parte tutti i mali che l’hanno accompagnata e di cui si sono già occupate firme ben più prestigiose della mia.

Prima di partire All’Expo bisogna portare: curiosità, gambe allenate per percorrere cardo e decumano in lungo e in largo, un compagno di viaggio con le stesse doti (grazie Davide!).
Anche una macchina fotografica non guasta.
Non pensate di vedere tutto per bene in un giorno. Datevi delle priorità e poi godetevi il resto.

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Divinus halitus terrae Il verso che Plinio dedicò all’agricoltura è il biglietto da visita del Padiglione Zero, la prima costruzione in cui ci si imbatte all’ingresso. All’interno è ripercorsa la storia produttiva dell’uomo: dalla raccolta all’agricoltura intensiva, dalla caccia all’industrializzazione. Una sala resta impressa: un’installazione riproduce le tonnellate di cibo che vengono sprecate quotidianamente.
È sicuramente qui che la valenza educativa dell’Expo si esplica al massimo: una riflessione sul cibo in tutte le sue forme, dalla sua valenza nutritiva alle tecniche più innovative per produrre sostenibile.

 L’Italia unita…o forse no? Premetto che non ho visitato il Padiglione nostrano per eccesso di fila e attacco di esterofilia. Ma l’area italiana non si riduce al palazzo, si estende per tutto il cardo. Degli spazi sono occupati da alcune grandi marche italiane, altri da un paio di regioni che hanno deciso di promuoversi in solitaria.
Scelta discutibile, soprattutto quando mi si è parato davanti il negozietto Irpinia. Da campana, la cosa mi ha un po’ irritato. Se tutte le regioni avessero adottato lo stesso ragionamento, l’Expo si sarebbe potuto riempire anche solo con le microrealtà locali.
L’italico attaccamento al campanilismo e al provincialismo si vede anche da queste piccole cose.

Il supermercato del futuro Future Food District, ovvero come potrebbe diventare la nostra spesa in un paio di anni. Basta puntare il dito su delle pesche o su una bistecca e gli schermi soprastanti ci informano su tutta la filiera di produzione.
Il padre di una mia amica, che ha lavorato al progetto, mi ha raccontato delle difficoltà tecniche, ma anche della fascinazione per l’idea. Mi ha anche detto che i ritardi dei cantieri, secondo la sua esperienza, non sono stati così esagerati, considerando le abitudini italiane. Ecco, appunto.DSC00880

 

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Onore al Nepal Il piccolo stato asiatico ha completato il suo padiglione nonostante il sisma che l’ha devastato. Ed è un piccolo gioiello che riproduce un tempio buddista. È ancora possibile fare donazioni per aiutare questo fiero popolo.

Particolari sparsi dai Padiglioni Ogni nazione partecipante si è costruita il proprio Padiglione e lo smantellerà ad Expo finita. Non tutti i Paesi hanno partecipato. Alcuni per scelta, altri perché…poveri. Questi ultimi, quando presenti, sono raggruppati nei cluster, cioè aree tematiche dedicate a riso, cacao e cioccolato ecc. E la loro povertà la si vede nell’allestimento delle loro aree: qualche foto, degli oggettini locali in vendita, un banco che vende cibo e poco altro.
Per i Paesi “ricchi”, invece, si è dato libero sfogo alla fantasia (gli architetti su tutti).
Non vi tedierò con una descrizione particolareggiata di ogni singolo Padiglione, quindi ecco una serie di chicche:

• Nel padiglione brasiliano ci si può sentire Indiana Jones arrampicandosi su una rete sospesa.

DSC00920• Gli olandesi sanno come divertirsi: invece di un padiglione ci sono svariati furgoncini che vendono birra, waffles, salsicce, formaggi (a cui hanno dedicato una canzone). C’è anche una galleria piena di specchi che vi faranno perdere l’orientamento e sbattere contro le pareti.

• Le hostess belghe ti accolgono con un biscotto, mentre più su un pasticcere si mostra all’opera, facendo assaggiare gratis le sue creazioni di cioccolato.

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 • La Repubblica Ceca e l’Argentina vincono un premio speciale per essere dotate entrambe di minipiscine, nelle quali molti visitatori (inclusa la sottoscritta) hanno rinfrescato i piedi dopo ore di camminate.
• Nel Padiglione russo si fanno assaggi di cibi e bevande tipiche (e non mi sto riferendo alla vodka, anche se c’è una riproduzione di una distilleria del nettare sovietico).
• Obama è stato l’unico Presidente a metterci la faccia: la sua voce calda spiega ai visitatori quanto sia importante ripensare alla sostenibilità delle produzioni di cibo. Tra l’altro il Padiglione USA produce giornalmente un piccolo raccolto, riutilizzato nel sito.
• Al Padiglione della Thailandia si sono lasciati sfuggire di mano il concetto di reverenza: un filmato mostrava il re supervisionare la coltivazione dei campi, anche sotto la pioggia, mentre la voce fuori campo sottolineava quanto il monarca tenesse al suo popolo. Ho avuto un dejà-vu da Istituto Luce.
• La scena più bella l’ha regalata il mio compagno di viaggio: voleva comprare gli scorpioni ricoperti di cioccolata (almeno ci avevano detto che c’erano). Al sorriso di scuse della hostess thailandese, si è fiondato su un’altra schifezza, stavolta proposta da me: il Crocoburger.
Si, proprio l’hamburger di coccodrillo. Direttamente dallo Zimbabwe, dove esistono allevamenti appositi, viene degustato con succo di baobab.
A parte il fatto che siamo ancora vivi, Obelix aveva torto: la carne non è per niente “stoppacciosa”, ma ricorda vagamente quella del pollo, solo più asciutta (infatti era ricoperta di formaggio fuso).

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• In Estonia ci si può dondolare sui kilk, specie di altalene e produrre energia elettrica. Così avete anche una scusa per non essere tacciati di infantilismo.
• C’è anche un piccolo spazio per Timor Est, il piccolo Stato nato nel 2002 a seguito di un referendum per l’indipendenza dall’Indonesia. Si trova nel cluster del caffè.
• Azerbaijan, il Padiglione più bello. Bella la facciata e la struttura interna, costruite per sfere di vetro. Bella l’idea di far conoscere questo esotico Paese sul Mar Caspio attraverso giochi ed installazioni interattive. Non solo cibo, ma anche risorse naturali e turismo. Favoloso il tour aereo della capitale Baku. Divertente l’idea del cuoco virtuale che prepara i piatti azeri fornendo anche ricetta e metodo di preparazione.DSC00867

• Affascinante il Marocco. Le sale interne mostravano la biodiversità della zona desertica e mediterranea anche cambiando la temperatura interna (fresca al mare, umida tra le dune) e i giochi di luce all’interno delle sale. Ci abbiamo fatto pranzo e non siamo rimasti delusi. Consigliata la tajine al pollo con limone caramellato e olive.
• Sapevate che i pomodori ciliegini li hanno inventati gli israeliani? Nemmeno noi prima della visita guidata nel loro Padiglione. In poco meno di mezz’ora si apprende come, grazie a tecniche sempre più innovative, gli israeliani abbiano sopperito alla cronica mancanza di acqua della loro terra, creando un sistema di irrigazione a goccia, esportato in tutto il mondo.
• A fine giornata, fatevi incantare dai giochi di luce dell’Albero della Vita. Merita.

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Ma quindi ne vale la pena? Viste le premesse, è andata meglio del previsto.
L’organizzazione mi è sembrata perfetta. È vero, i prezzi sono mediamente più alti, ma lo è anche la qualità (a parte la truffa della cotoletta a 22€).
Abbiamo imparato un sacco di cose nell’arco di una giornata: ogni Padiglione è stato come un piccolo museo sulla storia e i costumi alimentari del Paese in questione.
Forse è proprio questo il limite dell’Expo: dovrebbe essere una riflessione collettiva su come produrre cibo in modo sostenibile per tutti. E alcuni spazi centrano l’obiettivo, ma si perdono nel clima generale da parco divertimenti (discutibile la presenza di McDonald’s, anche se pieno solo di famigliole con prole).
Ma il mio giudizio finale non è negativo. Tutto sta nell’attitudine con cui ci si approccia all’esposizione: ci si può divertire, ma si può anche imparare e riflettere, se lo si vuole.