A cura di Simonetta Trozzi

C’è un filo rosso che dal 1901 ad oggi unisce idealmente gli sforzi di centotrenta soggetti tra singoli individui e organizzazioni governative e non; mi riferisco a quegli intenti che dal primo mai riconosciuto (fondazione della Croce Rossa da parte di Jean-Henry Dunant), all’ultimo (impegno decisivo per la costruzione della democrazia del Quartetto per il dialogo in Tunisia) sono accomunati tutti dall’essere diventati oggetto del massimo riconoscimento ad oggi tributato nel campo della pace: il Premio Nobel per la Pace.
Tale riconoscimento nasce nel 1895 per volontà testamentaria del chimico Alfred Nobel e la sua genesi è l’emblema del fatto che per natura l’uomo è preordinato alla lotta e alla competizione che – originariamente e fondamentalmente – positive perché atte a garantire la sopravvivenza, si sono trasformate nei secoli in distruttive e vanificatrici della pace.
Eloquente è l’affermazione tratta dal discorso di ringraziamento per il conferimento del Nobel tenuto nel 1964 da Martin Luther King: “Può esserci stato un tempo in cui la guerra (lotta per la sopravvivenza) è servita come bene negativo per prevenire la diffusione e la crescita di una forza malvagia, ma il potere di distruzione delle armi moderne (la lotta oggi, svincolata dalla sopravvivenza) ha eliminato la possibilità stessa che la guerra possa servire come bene negativo.”.

Dunque, quale la soluzione oggi per la concreta realizzazione della pace, stante la constatazione che l’uomo è biologicamente preordinato alla lotta?
A detta del XIV Dalai Lama una valida proposta risiederebbe nel sensibilizzare ciascun essere umano alla responsabilità universale.
Grazie alle nuove tecnologie della comunicazione siamo oggi simultaneamente connessi e a conoscenza degli avvenimenti anche più lontani. Siamo diventati una famiglia globale, individui interdipendenti; ma – e questo è il punto – non permettiamo che il progresso tecnologico sia vano: accompagniamolo con quello umano di diffusione di una cultura della pace, capace di affermarsi nell’oggi per il domani. Questo è oggi il coraggio della pace: si parla di pace, tutti ci sentiamo in dovere di farlo – in primis noi studenti in qualità di generazione del futuro; ma in un mondo in cui si cerca la pace mentre si fa la guerra e si arriva persino a fare la guerra in nome della pace, quello che manca veramente – ed è palese – è attuare questo valore nel quotidiano, non solamente limitarsi a celebrarlo e a parlarne.

A tal proposito, ogni anno a partire dal 1999 si svolge un evento di portata mondiale nel campo del peacemaking, in cui i vincitori dei Premi Nobel per la Pace e i leader mondiali si incontrano con organizzazioni di particolare rilevanza (Amnesty International, ONU, Unione Europea per citarne alcune) e con circa 4000 studenti provenienti dalle Università di tutto il mondo per lavorare a stretto contatto per la diffusione del valore della pace nella società civile. Si tratta del Summit mondiale dei Premi Nobel per la Pace cui quest’anno (XV edizione 13-15 novembre, Barcellona -Spagna) la LUISS parteciperà in prima linea attraverso la Delegazione italiana composta dal Prof. Enzo Maria Le Fevre Cervini, Senior Lecturer presso la LUISS, cattedra di Diritto Internazionale, e alcuni studenti provenienti da ciascun Dipartimento. Si tratta di una grande occasione in cui fattivamente, attraverso l’elaborazione di una Dichiarazione dei Giovani (Youth Consultation), che verrà proposta a tutte le Università partecipanti al Summit per la sottoscrizione, si compirà un primo rilevante passo verso la costruzione della pace.
Ma la sfida della responsabilità della pace non si esaurisce solo nella trasformazione della lotta da distruzione a “tensione” verso l’altro.
La riflessione sui termini in cui questa proposta di concretizzazione attiva della pace può trovare davvero attuazione nell’angolo discreto di quotidianità di ciascuno, ci porta a considerare due storie particolarmente significative.
La prima è conosciuta ai più. Si tratta della primissima guerra della storia; un fratricidio, quello di Caino nei confronti di Abele. La morale: se uccidi, è sempre tuo fratello a morire.
La seconda è quella narrata da Martin Luther King e dà conto del fatto che per costruire un mondo di pace non è sufficiente seguire la via negativa del mero rifiuto della guerra, ma “bisogna concentrarsi sull’affermazione positiva della pace, amando la pace e sacrificandosi per essa” compiendo azioni positive che incidano fattivamente.
Questa è la storia di Ulisse e le Sirene. Contro il potere del canto delle Sirene di distogliere i marinai dalla rotta della casa, del dovere e dell’onore e condurli alla morte, Ulisse e i suoi compagni inizialmente escogitarono la soluzione dei tappi e dell’albero: Ulisse si fece legare saldamente all’albero della nave, l’equipaggio si tappò le orecchie con la cera. Scampato il pericolo della morte, si resero conto però delle terribili sofferenze e dei rischi che comunque avevano corso. Così, di fronte all’incertezza della sopravvivenza, adottarono una soluzione diversa, potremmo dire positiva: portarono con loro il cantore Orfeo, la cui musica era più dolce di quella delle Sirene.

Infine, è necessario prendere atto dell’evoluzione che il concetto di pace ha subito nel tempo fino ad oggi. Per molto tempo la concezione di attuazione della pace è consistita essenzialmente nella mera assenza della guerra. Questa visione si esprimeva nell’opera Abbasso le armi! della pacifista Bertha von Suttner, amica intellettuale di Nobel, nonché ispiratrice del Premio stesso. Da questo testo si desume come alla fine del 1800 e per gran parte del 1900, i movimenti per la pace coincidevano essenzialmente con quelli antimilitaristi; diversamente non poteva essere. Ma oggi, epoca storica in cui la guerra non è solo fra le Nazioni ma anche all’interno delle stesse spesso per l’attuazione di ideali di democrazia, la sfida è un’altra: quella della responsabilità universale e delle azioni positive di cui il singolo deve farsi promotore. E’ in quest’ottica che si inserisce la dichiarazione proposta da noi, studenti LUISS, alle Università di tutto il mondo: una precisa affermazione che mira a diffondere una cultura della pace nelle Università, luoghi privilegiati di formazione del pensiero, per favorire il passaggio di testimone dalle vecchie alla nuove generazioni.

E se è vero che – come afferma lo scrittore francese Bernard Baudouin – la pace non si prepara nelle conferenze internazionali ma nasce nel cuore dell’uomo, è giunto il momento per cui ciascuno, nel proprio angolo discreto (a cominciare dall’Università), si renda artefice di questo circolo virtuoso; fai qualcosa di diverso oggi per domani: offri una possibilità alla pace, sostieni anche tu questa sfida. #LUISSforpeace #YouthforPeace