A cura di Antonio di Ciommo

Ritornato dal mio breve periodo di vacanza nel Dodecaneso, nonostante una infinita serie di sfortunati eventi (da ultimo la rivolta dei profughi mentre decollavamo), sono rimasto colpito dall’economia turistica greca, quantomeno quella isolana. Ho l’imbarazzo della scelta per avviare un confronto impietoso tra le nostre economie turistiche e quelle greche. Potrei partire da Fiumicino (dovevo decollare il giorno dell’incendio alla pineta), oppure dalla mancanza di cura che abbiamo nei confronti delle nostre perle; potrei anche partire dallo sciopero degli avieri greci che ci siamo trovati al ritorno, dalla mancanza di un trasporto veloce verso Fiumicino, dall’abusivismo degli ambulanti. Gli ambulanti, dopotutto, sono l’indice di efficienza di una economia turistica; posso dire che di essi, a Kos, non vi era neanche l’ombra. Nessun vucumprà che venisse ad importunarci ad ogni minuto, un solo banchetto delle pannocchie gestito da una vecchina rugosa e sdentata. Noi italiani, invece, siamo costretti a subire continuamente “attacchi” selvaggi: e non serve andare al mare, sul bagnasciuga, a cercare gli urlatori “coccoooo, cocco belloooo!!”; basta guardare l’Isola Tiberina qui a Roma, il Colosseo, Viale Ottaviano. Siamo paralizzati da una colpevole connivenza, da una rassegnazione mesta, da un riso amaro che affiora ogni volta che vediamo questi scempi: scempi che favoriscono la criminalità minore (vedi i Casamonica, assurti di recente all’onore delle cronache), il degrado, la fuga, oltre che quella nota dei cervelli, anche dei turisti. Un altro aspetto che mi ha molto colpito è il calore con cui ogni ristoratore ed albergatore ci ha accolto: un calore che non faceva trasparire avidità, volontà di approfittare della ghiotta occasione di guadagno. I greci si mettevano all’istante a disposizione: ad ogni richiesta rispondevano con un sorriso e chiosavano la risposta con un “don’t worry, my friend”. Un calore, quello dei greci, che ti pervade ovunque tu vada, diverso da quello del resto d’Europa e -mi piange il cuore a dirlo- anche da quello napoletano e, in generale, meridionale. Neanche l’ottimismo renziano ci salva dal declino in cui ci stiamo avvitando e serve uno shock ben maggiore; non sto qui a dire che necessitiamo di una fumosa rivoluzione culturale, di un cambiamento di valori, di cose che non si sa neanche come produrle: abbiamo bisogno di capire, di svegliarci, di smettere di sognare quella favola che reca il titolo “I diritti più sono e meglio stai”. Riprendendo la teoria di un mio caro amico, attualmente caporedattore di questa testata, anche io voglio meno diritti perché possano avere maggior valore quelli che abbiamo. Questa è stata la reazione che ha generato in me la costatazione che i Greci sono più efficienti di noi. A voi, invece, quale reazione suscita?