A cura di Claudio Buemi –

Mi viene complicato parlare di progresso: nel trattare questo tema considero fin troppo semplice cadere nel controsenso. Proprio l’altra sera vedevo Crozza imitare questo tizio, un tale Frank Matano -che conoscevo solo per sentito dire-, il quale, grazie alla sua comicità esilarante, ha da poco raggiunto più di tre milioni di fan sui social. Tre milioni di fan, voglio scriverlo nuovamente perché ancora non ci credo. Secondo me non ha più senso parlare di progresso, potrei anche fermarmi qui. Effettivamente è questo il controsenso di cui parlavo all’inizio: pretendere di parlare di progresso e poi scrivere così, dal nulla, di Frank Matano. Ma il problema non è Matano in sé; anzi, come ha giustamente osservato Crozza, credo che questo ragazzo sia stato davvero abile nel cercare e raggiungere il successo nazionale. E’ un genio, un genio dei giorni nostri. Ciò che mi preoccupa è quel dato: 3 milioni di fan. Mettiamo, tuttavia, Frank Matano da parte, oppure rischio davvero di scadere nell’offesa. Ciò che voglio dire è che non esiste un’idea di progresso universale. Forse siamo tutti d’accordo nel dire che è nel campo della tecnica (scientifica, militare ecc.) che il progresso ha avuto la sua più coerente realizzazione. Ma per quel che concerne gli altri settori della vita, quelli più strettamente umani, il progresso è relativo. Io, da buon nostalgico, a Frank Matano preferisco Jim Carey, a Sorrentino preferisco Fellini, ai The Kolors preferisco i Nirvana. Se i miei gusti vi fanno letteralmente schifo, se pensate di odiarmi o avete già cambiato pagina, allora significa che ho ragione. Signori, non possiamo essere tutti d’accordo. La verità è che l’idea di progresso ci mette un po’ tutti a disagio, ed è proprio da questo disagio intellettuale che nascono quei conflitti che divampano ogni giorno tra talk show e social network. In buona sostanza, ed in conclusione, progredire è come percorrere il sentiero principale di una una montagna altissima, il cui punto d’arrivo è ignoto a tutti. Non si sa nemmeno se, in effetti, esista una destinazione. Ciò è, comunque, relativo: più crescerà l’altitudine, più respireremo affannosamente; ma noi continueremo a salire, a salire…sempre più in alto. Più saliremo in alto, più ci renderemo conto dell’ampiezza dello spazio che ci circonda: ammireremo, da una parte, paesaggi meravigliosi e visioni sensazionali; dall’altra, paesaggi distrutti dalla fame, dalla guerra e dall’ignoranza. Sarà un continuo salire, salire e salire…senza sosta alcuna, accompagnati costantemente da una incomprensibile sensazione di precipitare nel vuoto, confusi da questa prospettiva duale, e quindi relativa, della vita.