A cura di Cecilia Tommasi –

E’ così che inizia sabato 14 novembre 2015: con una Tour Eiffel buia, non illuminata dalla cascata di lucine che dona splendore all’Europa, un’Europa oggi atterrita e destabilizzata. E’ ancora la Francia, Parigi, ad essere nel mirino degli attentati terroristici rivendicati dai fondamentalisti dell’IS; è trascorso poco meno di un anno dall’attentato alla redazione giornalistica di Charlie Hebdo in cui persero la vita ben 12 persone, compreso il direttore della testata satirica, e Parigi si trova a piangere circa 150 vittime civili, impotenti ma soprattutto incolpevoli. Succede nella notte tra il 13 e il 14 Novembre, sono 7 gli attentatori che quasi sincronizzati spargono sangue in diversi luoghi della capitale francese. È il terrore la loro arma, il terrore il loro obiettivo. A dimostrarlo sono le testimonianze dei sopravvissuti alla spietata esecuzione che ha avuto luogo al Bataclan, sala spettacoli che quella sera ospitava un pubblico di circa 1000 giovani spettatori per il concerto di una band americana di heavy metal, gli Eagles of Death Metal; gli attentatori armati di kalashnikov hanno fatto irruzione nel locale ed hanno preso in ostaggio 100 persone tra il pubblico, trattenendole per quasi un’ora prima di aprire il fuoco su di loro. Tra i diversi assalti che si sono registrati quella notte negli arrondissement parigini, è sicuramente questo ad aver scosso maggiormente la comunità internazionale per la lucida freddezza con cui gli attentatori hanno preferito guardare negli occhi le proprie vittime piuttosto che farla finita all’istante, lasciando che la loro disperazione affogasse in un’agonizzante attesa. Sono i giovani gli spettatori di questo sanguinoso incubo di cui difficilmente ci si potrà liberare; è il presente ed il futuro delle nazioni ad essere nel mirino di questi scellerati combattenti vestiti con abiti europei. La reazione della Francia è stata immediata (ed impulsiva) catalogando gli avvenimenti come “atti di guerra” rivendicati dall’IS ed invocando l’art. 42 del Trattato di Lisbona nel tentativo di ricevere la collaborazione degli Stati UE in questa lotta proclamata contro il fondamentalismo islamico. Possiamo davvero parlare di guerra? Siamo pronti a parlare di guerra? Ma soprattutto guerra per cosa? Ciascuna guerra, così come qualunque lotta personale si muove dal proponimento di un fine per il quale iniziano le belligeranze. Da un’analisi dei fatti attuali non riesco a ravvedere un preciso e definito motivo conduttore nella volontà di queste milizie di incutere terrore; sarà una motivazione politica? L’eurabia della Fallaci? O il tanto temuto ritorno della guerra santa? Effettivamente dati fattuali non possono non farci temere che l’elemento religioso sia presente e preponderante, si pensi al grido soddisfatto “Allah akbar” che precede qualunque boato assassino, o alla stessa strage alla redazione Charlie Hebdo, ritenuta colpevole di aver pubblicato immagini ingiuriose di Allah. Sebbene non ci sia dato di conoscere tutte le verità sottese a questo fenomeno, ciò che più di ogni altra cosa emerge è che forza motrice di questa sanguinosa lotta è un ideale, un attraente ideale comune che con la sua diffusione virale, tramite le più moderne tecnologie di comunicazione, ha creato ed istituzionalizzato un esercito occulto ma compatto, che combatte una guerra giocata tra la prepotenza dell’imprevisto e l’impotenza delle vittime; operando un massiccio proselitismo, sono riusciti a predisporre una lotta ecumenica; sfuggendo alle più sofisticate intelligence internazionali, sono riusciti del giro di pochissimo tempo ad imporre il terrore nella popolazione che, atterrita, non può far altro che svuotare i boulevards delle città che vive e ama. Ciò che a mio dire spaventa, oltre alla pervasività ed imprevedibilità del fenomeno, è la lesione di equilibri internazionali al riparo dei quali ci si sente, seppur precariamente, al sicuro. Rivisitando il concetto hegeliano di storicità “il movimento dei venti preserva il mare dalla putredine, nella quale sarebbe ridotto da una quiete durevole”. La guerra, la ribellione, costituiscono lo strumento necessario ad evitare la fossilizzazione dei popoli, la cui continua evoluzione rende necessario lo svecchiamento dei precedenti equilibri. Così precipitando nel baratro della lotta confusa si riuscirà a comporre una nuova armonia con la quale convivere in attesa di un nuovo svecchiamento. Corsi e ricorsi storici? Panta rei? La storia è stata costruita con la lotta, la quale ha plasmato cambiamenti rivelatesi solo nel tempo progressi o regressi, e noi uomini e cittadini di questo millennio di contraddizioni, noi nipoti della guerra ma figli della pace, come siamo disposti ad affrontare la nostra storia? Nell’annichilamento globale, nella ansimante ricerca di protezione dagli efferati spari di infelici combattenti ci ritroviamo a dover fare i conti con i “codici” di libertà che regolano la vita moderna come noi la conosciamo e viviamo; dunque il peso della lotta per la sicurezza quanta aria sottrarrà ai nostri polmoni? Nella ricerca della virtuosa via di mezzo, il metodico bilanciamento giuridico dei diritti ci fornirà una soluzione inappuntabile sul piano teorico, ma che nella realtà si scontra con la difficoltà di accettare la perdita dei baluardi conquistati dall’umanitas. A confondere la nostra generazione, infatti, è proprio l’incapacità di realizzare come sia possibile che una simile efferata battaglia possa essere combattuta sugli stessi territori in cui libertà e diritti solo pochi decenni fa hanno conquistato quelle importanti vittorie, celebrate nei libri di storia, che hanno segnato la nostra formazione ideologica messa oggi alla prova.