A cura di Edoardo Giungi e Lorenzo Scala-

In un momento difficile per l’Amministrazione capitolina il Partito Liberale Italiano non si limita ai sacrosanti attacchi diretti agli esponenti grillini, sempre più disorientati ed in difficoltà, ma elabora una proposta decisa, in discontinuità con l’attuale vulgata statalista che, salvo poche eccezioni, permea ogni ambito del dibattito politico italiano. Lo fa con il linguaggio serio e posato che lo contraddistingue, entrando nel merito, rifuggendo da certi stili comunicativi aggressivi ed esasperati, molto diffusi nell’odierno panorama politico. L’occasione per lanciare questa proposta è l’evento “Fuori il Comune dalle società partecipate”, ideato ed organizzato lo scorso sabato al Conference center di Trastevere dal coordinatore PLI dell’area metropolitana di Roma Andrea Bernaudo e dal responsabile organizzativo PLI per le prossime elezioni regionali Francesco Carducci. In platea anche personalità importanti legate alla politica e all’amministrazione capitolina, come l’ex presidente Acea Giancarlo Cremonesi e i capigruppo di Fratelli d’Italia e Conservatori e Riformisti all’assemblea capitolina, Fabrizio Ghera e Ignazio Cozzoli. 

L’idea catalizzatrice dell’evento consiste nell’affermare l’antico ed imprescindibile principio dello “Stato guardiano notturno”, per citare Robert Nozick: uno Stato che non si arroga un ruolo attivo nella sfera economica ma si limita a svolgere un compito di controllo, necessario al sereno svolgimento dei processi di libero mercato. Un soggetto pubblico non giocatore ma arbitro imparziale della libera concorrenza, rispettoso delle libertà economiche individuali. Roma purtroppo è l’esatto opposto rispetto a questa visione dell’amministrazione pubblica: perdite multimilionarie, debiti miliardari, tasse comunali altissime, organici ridondanti e fuori controllo, servizi arretrati ed inefficienti, tutti aspetti che caratterizzano la gestione della cosa pubblica nella Capitale. I numerosi relatori e militanti che sono intervenuti hanno passato in rassegna tutte le mancanze dell’amministrazione capitolina e delle partecipate, fornendocene un quadro desolante e perfino decisamente comico, se non fosse tragico. Come si è potuti arrivare ad una situazione così compromessa? I problemi sono strettamente legati ai meccanismi democratici ed alla totale insensibilità della classe politica a riformare tali meccanismi. Troppo comodo dal punto di vista elettorale continuare ad avere decine di partecipate con annessi bacini di voti, troppo conveniente assecondare i luoghi comuni, molto diffusi nell’elettorato italiano, dello Stato “tutore del patrimonio pubblico”, onnisciente ed onnipresente, contrapposto ad un settore privato predatorio ed approfittatore. Troppe volte si è sentito quel frasario stanco e stucchevole del “non svendiamo il pubblico”, come se ci fosse un bottino da difendere e non un patrimonio da valorizzare ed efficientare. La solita concezione statalista del sistema economico statico ed immutabile, torta da spartirsi, divide et impera al servizio della politica e non dei cittadini. Sicuramente è sbagliato affermare che tutto ciò che è pubblico non funziona ed è inefficiente. Meno sbagliato affermare che nel lungo periodo il mercato ha una capacità di riformarsi e d’innovarsi nettamente superiore, attraverso l’efficientamento dei fattori produttivi e il soddisfacimento dei bisogni dei consumatori, comportamenti stimolati dal perseguimento del profitto, caratteristica tipica del settore privato. I vantaggi del libero mercato risultano sempre più evidenti in una società complessa e spesso indecifrabile perfino per gli stessi imprenditori, diventata strutturalmente incomprensibile per pianificatori o legislatori centrali, non vincolati e non forgiati dalla concorrenza e dalla ricerca di un ritorno economico, esposti al rischio di corruzione ed altre fattispecie simili solitamente legate alla gestione pubblica. Conseguentemente quindi risulta convincente la proposta di privatizzare ampi strati di amministrazione attraverso gare aperte a qualsivoglia soggetto economico disposto a mettersi in gioco. Ma questa proposta non può essere portata avanti dall’attuale amministrazione grillina, figlia di un movimento politico conservatore e statalista. Non si può chiedere agli stessi che ancora oggi assecondano questo inefficiente status quo di riformarsi e cambiare radicalmente. Non si può chiedere ai tacchini di festeggiare il Natale. Serve una classe dirigente credibile, competente, seria, veramente ispirata da principi liberali e che sappia fare opera di proselitismo, combattendo i pregiudizi, aggregando forze sane e modernizzatrici. Una classe politica non immischiata nell’attività economica non è solo un punto fermo di ogni liberale ma è un obiettivo imprescindibile per una classe dirigente che voglia veramente porre le basi per la ricostruzione ed il rilancio di Roma e del Paese, perché solo un sistema economico realmente slegato dall’oppressione dello Stato può essere in grado di leggere le sfide che la globalizzazione pone con sempre più forza e urgenza, a livello locale, nazionale ed internazionale.