A cura di Piervincenzo Lapenna-

La prima questione che bisogna affrontare quando si analizza lo Statuto di un’organizzazione come Confindustria è quella della definizione del perimetro della sua base associativa. Nel fare ciò occorre sottolineare come la stessa Commissione Pesenti -la commissione, cioè, che ha elaborato l’impianto della riforma della Confederazione e che ha preso il nome dall’imprenditore Carlo Pesenti, il quale ne ha presieduto i lavori- abbia individuato specifiche misure che variano a seconda del livello preso in considerazione.
A livello centrale, ad esempio, è stato conferito ad un apposito Consiglio di indirizzo etico e dei valori associativi il compito di valutare la conformità ai principi, valori e scopi di Confindustria di ogni eventuale allargamento del perimetro di rappresentanza. Sono state inoltre previste maggioranze qualificate (sensibilmente più elevate rispetto a quelle dello Statuto previgente) pure per quanto concerne la procedura di approvazione della domanda di adesione.
A livello territoriale e settoriale, invece, il nuovo Statuto ha dato vita ad un vero e proprio frazionamento dei soci delle associazioni suddividendoli in tre categorie:
Della prima fanno parte i cosiddetti Soci Effettivi. Appartengono a questa categoria, cui sono attribuiti pieni diritti e doveri, tutte le imprese -oltre a quelle altre singole imprese il cui rapporto con la confederazione sia regolato da convenzioni specifiche-indipendentemente dall’attività da esse svolta, le quali operino in settori che abbiano un’associazione nazionale di riferimento aderente alla Confederazione. E’ bene ricordare che -non essendo più da tempo obbligatorio il doppio inquadramento- non è necessario ai fini dell’adesione a Confindustria che l’impresa aderente sia anche socia dell’associazione nazionale, bastando la semplice esistenza di quest’ultima.
Della seconda, invece, fanno parte i cosiddetti Soci Ordinari di Territorio. Questi ultimi rispetto ai primi hanno pari doveri ma diritti di elettorato limitati (hanno, infatti, diritto di elettorato attivo e passivo solo nell’associazione cui appartengono). Sono Soci Ordinari quelle imprese che appartengono a settori che non abbiano una associazione nazionale di riferimento (o che la abbiano ma questa non aderisca alla Confindustria). Quella dei Soci Ordinari, infine, è l’unica fra le suddette categorie non prevista per le imprese che aderiscano esclusivamente alle Associazioni o alle Federazioni di Settore.
Alla terza ed ultima categoria appartengono poi i cosiddetti Soci Aggregati, ovvero quelle imprese -ad esclusione di quelle che abbiano comunque i requisiti per diventare soci effettivi- che scelgono di beneficiare dei servizi offerti da un’associazione territoriale o settoriale obbligandosi in cambio a corrispondere uno specifico contributo economico.
Passando invece all’analisi di quello che a ragione può essere considerato il sistema organizzativo interno vero e proprio in cui sono suddivise le Associazioni che compongono la Confindustria -così come delineato dagli artt. 4 e 5 del nuovo Statuo- è opportuno da subito ricordare come esso si sia tradizionalmente articolato su di un doppio binario di cui fanno parte -da un lato- le associazioni di natura territoriale e -dall’altro lato- le associazioni di carattere settoriale.
Tale sistema costituisce un unicum tutto italiano che non trova riscontri equivalenti nel panorama delle altre business associations europee. Esso pur mostrando degli aspetti positivi -come quello di consentire una presenza capillare su tutto il territorio- nel corso del tempo ha porto il fianco ad alcune criticità (ripetizione di servizi offerti su più livelli con conseguente spreco di risorse, insorgenza di conflittualità fra diversi livelli o categorie) di cui -come c’è stato modo di osservare analizzando il contesto storico- la Commissione Pesenti era perfettamente a conoscenza.
Essa pertanto, nel ridisegnare un sistema organizzativo più efficiente ha tenuto conto di tali criticità, scegliendo per un verso di mantenerne immutate le caratteristiche principali e, per l’altro, di favorire quanto meno una riduzione del numero dei soggetti che lo compongono.
L’obiettivo appena accennato è stato perseguito attraverso l’adozione di un modello cui era anteposta una visione riorganizzativa organica e razionale di indirizzo, non vincolante. Quello preso in considerazione, in particolare, è stato un modello quindi che non vincola territori e categorie che in questi anni hanno avviato un percorso di autoriforma, tra fusioni, collaborazioni, modelli a rete e di condivisione di servizi. Tuttavia quanto più questo ridisegno generale sarà fatto proprio, tanto più quell’approdo da tutti condiviso ed evocato di riduzione dei costi, incremento della qualità dei servizi e recupero di identità e partecipazione alla vita associativa sarà effettivamente raggiungibile.
In sostanza, il criterio utilizzato dalla Commissione Pesenti, anche in questo caso è stato quello della funzionalità, ovvero di rispondenza alle reali esigenze delle imprese. E’ stato pertanto prioritario definire un modello organizzativo flessibile e dinamico che avesse potuto da un lato garantire coerenza con la sempre più consolidata articolazione istituzionale “Europa-Stato-Regioni”, mentre dall’altro lato avesse permesso di valorizzare realtà la cui definizione è più fluida, ma altrettanto vitale allo sviluppo imprenditoriale, quali i macro territori, i distretti e le aree metropolitane.
Come anticipato l’intento riformatore è stato perseguito comunque mantenendo il tradizionale sistema binario di riferimento, fatto questo che emerge chiaramente sin da una prima lettura dell’Art.4 il quale -dopo averle elencate e rinominate- al terzo comma qualifica come Associati Effettivi tutte le associazioni tipiche del modello tradizionale confederale (Associazioni di Territorio ed Associazioni e Federazioni di Settore) ed al quinto comma riconosce loro il pieno diritto di prendere parte alla governance della Confederazione da essi costituita attraverso la partecipazione dei propri rappresentanti all’Asseblea dei Delegati, nonché a tutti gli organismi tecnici del Sistema.
Al tradizionale modello organizzativo fondato sui due assi caratteristici del sistema confindustriale sono stati tuttavia affiancati dei meccanismi premianti di incentivazione dei processi aggregativi basati sul superamento di una “soglia” determinata rappresentativa del peso dimensionale delle Associazioni stesse (intesa come indicatore della loro capacità di garantire adeguata efficacia, autonomia e qualità dei servizi e della rappresentanza) o sull’implementazione di precisi percorsi aggregativi qualificanti. All’interno dei quali la premialità si esprime attraverso la partecipazione garantita a specifici organismi della governance confindustriale.
Questo modello -che verrà poi effettivamente adottato all’interno dell’Articolo 4 del nuovo Statuto- come detto (non avendo una natura cogente) fonda la propria efficacia su alcuni semplici elementi. Innanzitutto la inclusività, poiché esso si rivolge senza esclusioni a tutte le associazioni di imprese facenti parte della Confederazione. In secondo luogo la flessibilità, poiché lo strumento individuato dallo Statuto ed attraverso il quale le associazioni aderenti possono procedere ad aggregarsi fra loro è quello dei protocolli, e cioè di accordi -il cui contenuto è in larga parte rimesso alla volontà delle parti- i quali avranno, oltre ad una natura transitoria, anche la caratteristica di mantenere inalterata l’ attuale ramificazione della Confederazione in articolazioni territoriali.
E’, da ultimo, elemento caratterizzante di questo modello quello della premialità, poiché esso si fonda sull’utilizzo di soglie quantitative accompagnate da opportuni meccanismi di flessibilità e di valorizzazione degli sforzi aggregativi -attraverso il riconoscimento di una maggiore partecipazione alla governance confederale e di veri e propri incentivi di natura patrimoniale che conseguono automaticamente al raggiungimento della soglia-.
Quanto esaminato permette di affermare che l’utilizzo di un tale metodo dovrebbe consentire di mantenere in vita quelli che sono considerati gli aspetti positivi del sistema binario -ovvero quelli della capillarità e della vicinanza alle imprese propri dell’organizzazione confindustriale- eliminando allo stesso tempo gli sprechi e le inutili ripetizioni.
Per completare, infine, il quadro di riferimento -utile a comprendere come e quanto la struttura organizzativa della Confindustria sia uscita ridisegnata dall’opera riformatrice culminata nell’adozione del nuovo Statuto- è opportuno, a questo punto, prendere in considerazione le due principali fra quelle che l’art.5 definisce altre componenti del sistema associativo, ovvero le Rappresentanze Regionali e le Rappresentanze Internazionali.
Le prime, che danno vita a quel fenomeno comunemente noto come Confindustria Regionale, sono associazioni di secondo livello che devono essere costituite dalle associazioni territoriali presenti in una data Regione. Esse hanno principalmente il compito di interfacciarsi con l’istituzione Ente Regione e di garantire il raccordo fra i due binari associativi. Svolgono poi tutti i compiti loro delegati dalle associazioni che le costituiscono.
Per evitare, però, il riproporsi dei problemi che si erano già presentati durante la precedente esperienza statutaria (duplicazione delle funzioni già svolte dalle associazioni territoriali e conseguente dispersione di fondi ed energie) la Riforma ne ha ridisegnato l’assetto, snellendone la struttura organizzativa e prevedendo una governance ristretta affidata ai presidenti delle associazioni territoriali (e dai presidenti nominati dalla Piccola Industria e dai Giovani Imprenditori) che compongo la Rappresentanza Regionale attraverso l’istituzione di un Consiglio di Presidenza della Rappresentanza Regionale.
Infine, con l’intento di garantire coerenza con l’impianto istituzionale consolidato sull’asse “Europa-Stato-Regioni” e di rendere ancora più efficace l’azione del Sistema Confindustriale, integrandone le diverse istanze regionali nell’ambito delle politiche economiche e industriali nazionali, con particolare valorizzazione delle politiche di coesione e sviluppo territoriale è stato istituito un Consiglio delle Rappresentanze Regionali e per le Politiche di Coesione Territoriale -composto da tutti i presidenti delle Rappresentanze Regionali- il quale offrirà la possibilità di dare risalto alle specifiche istanze delle singole aree regionali per quanto concerne in particolare le tematiche della semplificazione burocratica e dell’implementazione di politiche che possano garantire una prospettiva di coesione e sviluppo delle suddette aree.
Le Rappresentanze Internazionali, invece, sono le Associazioni costituite all’estero o finalizzate all’internazionalizzazione in una determinata area geografica. Esse sono parte integrante della Struttura di coordinamento internazionale di Confindustria. Va aggiunto, poi, che la riforma -riconoscendo a tali associazioni piena dignità- le obbliga ad uniformarsi ai criteri di redazione dello statuto previsti anche per le altre associazioni di Confindustria ed a svolgere un particolare ruolo di servizio, ovvero quella di mettere in comune con l’intero sistema le competenze e le informazioni acquisite durante la propria attività.
Per concludere può affermarsi che grazie alla visione di lungo periodo fatta propria dalla Commissione per la Riforma -che ne ha orientato il lavoro anche durante la fase di rassettamento del sistema organizzativo confederale- essa non si sia limitata a prevedere una mera riduzione del numero delle sovrapposizioni ma che, piuttosto, attraverso tale strumento abbia prefigurato il disegno e lo sviluppo di un sistema ottimale all’interno del quale -sull’asse territoriale- il perimetro delle associazioni tende a coincidere con quello della Regione cui queste afferiscono, mentre -su quello settoriale- il ruolo aggregatore delle federazioni viene esaltato rispetto a quello delle singole associazioni.

BIBLIOGRAFIA

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Statuto di Confindustria, 19 giugno 2014