A cura di Luca Golisano-

“Military solutions are locked and loaded” questa la minaccia di Trump, che citando un altro “duro” americano come John Wayne, risponde all’escalation di provocazioni di Kim Jong-un; ma per analizzare la politica estera senza ridurla ad un mero scontro caratteriale tra i due, si deve ricordare che la situazione è un po’ più complessa, ricorrendo così ad una citazione decisamente più naif del Divo.

Quest’estate si è celebrato il 64° anniversario dell’armistizio che pose fine al conflitto di Corea, il termine, tuttavia, esprime una situazione transitoria che può sfociare in una riapertura del conflitto, conclusione non improbabile, o nella pace, ormai da escludere, con la paradossale conseguenza che l’unica ragionevole speranza risiede nell’artificioso mantenimento dell’attuale status quo in grado di bilanciare i contrapposti interessi delle superpotenze mondiali (Usa e Cina) e regionali.

Andando oltre la demonizzazione occidentale del “Caro Leader” nord-coreano, risulta evidente come la bomba atomica sia la conditio sine qua non per la sopravvivenza del suo paese,  difatti non solo nessuna potenza nucleare è mai stata aggredita ma inoltre tale arsenale è necessario ai fini dello stucchevole teatrino con il quale Kim Jong-un minaccia ciclicamente un riarmo in vista di aiuti economici da parte della comunità internazionale.

D’altro canto una stessa implosione della dittatura comunista, sulla falsariga del crollo sovietico, e la conseguente annessione alla Corea del Sud, non solo è difficilmente realizzabile a causa delle differenze economiche e linguistiche ma non viene neppure auspicata dalle stesse potenze interessate; in particolare la Corea del Sud stima i costi di tale annessione sui 5 mila miliardi di dollari ed è sull’orlo di una recessione sia finanziaria che demografica, mentre Cina e Giappone temono il venir meno di uno stato cuscinetto e la formazione di una nazione sotto l’influenza Statunitense.

Nell’immediato futuro gli USA sono chiamati a garantire la protezione di Giappone e Corea del Sud dalle minacce nucleari di Kim jong-un al fine di evitare una loro preventiva corsa agli armamenti e la conseguente proliferazione atomica nella regione; evitando al contempo di offrire un casus belli al dittatore trentatreenne e all’ambivalente alleato cinese. Una situazione delicata richiedente una sensibilità diplomatica che non sembra rientrare tra le qualità di the Donald.

Nell’impossibilità di una pace ma, al più, con la speranza di un mantenimento della tregua, dobbiamo soffrire un po’ per poter vivere, regola che ormai sembra valere non solo per le delusioni amorose estive ma anche per le crisi internazionali.