a cura di Claudia Serra-

Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana Italiana, fu ritrovato morto dopo 55 giorni di prigionia dentro una R4 rossa il 9 Maggio del 1978.

La morte del politico italiano rappresenta uno degli eventi più di spicco della storia del XX secolo, dando modo di sviluppare numerose teorie sul presunto complotto della sua uccisione.

Aldo Moro fu rapito e ucciso dalle Brigate Rosse. Eppure più di un italiano su quattro è convinto che dietro la sua morte si celino intrighi, complotti, e fitte trame di potere che portano a credere che la morte di Aldo Moro non possa essere addebitabile alla sola organizzazione terroristica.

Il primo evidente segno di collisione si palesò il 13 maggio, la domenica successiva al ritrovamento del cadavere, quando Papa Paolo VI officiò una solenne commemorazione funebre per la scomparsa di Aldo Moro, cerimonia che avvenne con la partecipazione delle alte cariche dello Stato, ma senza il corpo dello statista e senza la presenza della famiglia, la quale riteneva che lo stato poco o nulla avesse fatto per salvare l’uomo.

Una delle più recenti ed al contempo eclatanti dichiarazioni sul caso è stata rilasciata da Vitantonio Raso, l’artificiere che quel 9 Maggio per primo supervisionò l’auto rossa parcheggiata in Via Caetani, via emblematicamente vicina sia a piazza del Gesù (dov’era la sede nazionale della Democrazia Cristiana), sia a via delle Botteghe Oscure (dove era la sede nazionale del Partito Comunista Italiano).

“Bomba Umana” è il titolo del suo libro, in cui, dopo ben più di 30 anni, Raso cerca di ripercorrere in particolar modo gli avvenimenti che si trovò a vivere in quei drammatici mesi.

L’uomo dice di esser stato un servitore dello Stato, che ora come allora rifarebbe tutto ciò che ha fatto, con la stessa abnegazione, costanza e professionalità che lo hanno contraddistinto, così da avere premura di precisare che ciò che ha smosso il suo desiderio di scrittura non è stato né uno spirito di rivalsa né di protagonismo, bensì la voglia di aggiungere particolari all’episodio. Premessa dalla quale traspare che, prima di convincere gli altri, l’uomo cerchi di convincere se stesso.

Fu il professor Tritto, uno dei collaboratori di Moro a ricevere la chiamata da parte delle BR, durante la quale rendevano noto che il processo contro il politico fosse giunto al termine.

Così esordirono all’interno del nono comunicato: “Compagni, la battaglia iniziata il 16 marzo con la cattura di Aldo Moro è arrivata alla sua conclusione. Dopo l’interrogatorio ed il Processo Popolare al quale è stato sottoposto, il Presidente della Democrazia Cristiana è stato condannato a morte.”

Immediato l’allarme e l’arrivo sul posto dei massimi esponenti politici. Ai fotografi e alle tv apparve quel corpo rannicchiato nel portabagagli dell’auto. Gli italiani videro quelle immagini intorno alle 14.

Eppure Raso afferma di esser stato portato sul luogo del delitto almeno un’ora prima, dopo esser stato prelevato da alcuni uomini della polizia. Arrivati a destinazione, gli dissero di scendere dalla vettura e di procedere lungo la strada dove lo avrebbe atteso un funzionario della polizia, per dargli le indicazioni del caso. Raso scese e notò con stupore che la zona non era né transennata, né nulla appariva essere fuori posto. Gli andò incontrò un uomo che si presentò come il Commissario Federico Vito. Gli disse che bisognava controllare la R4 parcheggiata alle loro spalle, perché era stata ricevuta una telefonata anonima e si riteneva che dentro potesse esserci una bomba. Iniziò a perlustrare la macchina e notò subito che c’era qualcosa di strano. Dei bossoli esplosi erano sia sul tappetino del guidatore che del passeggero. Mentre sotto il controllo del funzionario di Polizia girava attorno alla macchina, però, gli si avvicinò una ragazza che gli chiese a bruciapelo: “E’ vero che in quella macchina c’è il cadavere di Aldo Moro?”. Era alta e magra, e prima del suo arrivo aveva sentito il rumore di un portone che sbatteva. La donna dunque era già sul luogo.

Dopo un paio di giorni fu affermato che un testimone dichiarò di aver visto parcheggiare la R4 intorno alle 8 del mattino da un uomo basso e tarchiato e una donna alta e magra.

Eppure non fu l’unica ospite, perché, non appena la ragazza si fu allontanata, l’artificiere ricorda che iniziò ad avvicinarsi all’auto un gruppo di uomini, fra cui riconobbe il capo della Digos romana Domenico Spinella, il comandante del nucleo investigativo dei Carabinieri Colonnello Cornacchia, ed il Ministro Cossiga.

Il Ministro gli chiese cosa ne pensasse della vettura e, dopo che l’artificiere gli rese note le sue preoccupazioni, gli chiese di tenerlo informato. Dopodiché si allontanò con gli uomini con cui era arrivato e diede ordine di far transennare la zona, come da procedura.

Sebbene le immagini ufficiali ci fanno vedere l’arrivo di numerosi politici italiani alle 13,30 circa, Raso afferma che almeno un’ora e mezza prima alcuni fossero già sul posto. Ma ciò che più colpì l’uomo, da quanto emerge dal suo racconto, fu la mancanza di stupore del Ministro e di tutti gli altri che accorsero, quando comunicò loro che nel portabagagli di quell’auto c’era il cadavere di Moro: rimasero impassibili, nessun segno di sgomento o stupore, come se già ne fossero al corrente.

Cossiga diede le dimissioni da ministro dell’Interno in seguito al ritrovamento del cadavere del presidente della DC. Al giornalista Paolo Guzzanti disse: «Se ho i capelli bianchi e le macchie sulla pelle è per questo. Perché mentre lasciavamo uccidere Moro, me ne rendevo conto. Perché la nostra sofferenza era in sintonia con quella di Moro».

A concludere il mistero che si cela sulla vicenda contribuisce, in ultimo, la mancanza di una relazione di servizio a nome di Raso: eppure, come da protocollo, non appena rientrò scrisse un resoconto dei fatti e lo consegnò al capo ufficio. Gli strapparono il foglio davanti, dicendogli che quello che aveva scritto fosse incomprensibile. Il Maresciallo Circhetta, allora, si propose per farne uno cumulativo, dell’intervento di tutti. E così fu fatto.

 

L’unica certezza è che c’è una enorme discordanza con quanto affermano le ricostruzioni ufficiali del caso e quanto sostengono uomini come Raso che presero parte in prima persona alla vicenda.

La morte di Moro sembra essere un puzzle in cui molti pezzi ancora mancano, eppure come diceva lo stesso statista “Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo”.