di Matteo Politano-

L’Italia, si sa, è un paese eccezionale. In tutti i sensi però. Anche quelli più incredibilmente ridicoli. Altrettanto eccezionale e ridicolo è il livello medio (meglio, basso) del dibattito pubblico dell’ultima campagna elettorale.
E si sa, in Italia oggi ci sono ben due modi di far passare come indiscutibilmente assurda, o come bugiarda, una proposta elettorale in campagna elettorale, perlomeno agli occhi della maggior parte dell’opinione pubblica:
1) farla proporre, o sostenere, da Silvio Berlusconi.
2) farla proporre, o sostenere, da Matteo Salvini.
Il che significa, che la perfezione viene raggiunta quando la stessa proposta viene sostenuta da entrambi i soggetti: se poi la proposta medesima diventa il perno della campagna e del programma elettorale di entrambi, siamo a livelli neanche immaginabili.
In teoria, per molti tale assioma dovrebbe essere immediato: la Flat Tax, risultato di questa pozione magica, non è una proposta credibile a causa dei suoi propositi. Ma è qui il grande problema: non è vero.
La Flat Tax è una delle ricette economiche più serie ed interessanti degli ultimi anni.
E non è una proposta di Silvio e Matteo: fu ideata per la prima volta nel 1956 da Milton Friedman, uno dei più grandi pensatori ed economisti liberali e liberisti di sempre, grande influenza per le politiche economiche di due giganti, grandi leader del ‘900, Ronald Reagan e Margaret Thatcher.

E la Flat Tax è tanto semplice da comprendere nella sua disciplina,
quanto è complessa da analizzare nei suoi
effetti.

Partendo dalla base nostrana: come funziona il sistema fiscale del Belpaese? Come Costituzione statuisce nell’Art.53, si basa sul principio di progressività. Che semplicemente, significa che più il reddito di una contribuente aumenta, più aumenterà non solo ciò che dovrà pagare in totale, ma aumenterà anche la percentuale di ciò che dovrà versare. Tant’è che vi sono diverse fasce di reddito, in un sistema definito “a scaglioni”: se il reddito di un cittadino va dallo 0 ai 15 mila euro l’anno, l’aliquota sarà del 23% rispetto al totale, se è tra i 15 mila ed i 28 mila euro sarà del 27%, e così via, fino alla soglia massima del 43% per i redditi sopra i 75 mila l’anno.

Insomma, più sei ricco, più paghi, sia in percentuale che in numeri assoluti, per redistribuire il reddito tra i cittadini, in teoria. La Flat Tax, letteralmente “tassa piatta”, è un’imposta che cambierebbe il sistema fiscale stesso, e vorrebbe mutare l’IRPEF, l’attuale imposta sul reddito delle persone fisiche, da un sistema progressivo ad uno proporzionale.

Il che significa che ogni cittadino pagherà la stessa percentuale rispetto al suo reddito, perché vi sarebbe una sola aliquota uguale per ogni reddito.
Che per il programma della Lega dovrebbe essere del 15%, per Forza Italia del 23%.

La base ideologica è sempre quella: liberale e liberista, connubio (in teoria) inscindibile per un liberale, come il più grande (e il meno ricordato) Presidente della Repubblica della nostra storia, Luigi Einaudi, insegna.

Perché non si può avere l’una senza l’altra: pregiudicare le libertà economiche significa pregiudicare anche le libertà civili e politiche, inevitabilmente.

E la visione economica quindi porta all’importanza centrale di ridurre quanto possibile la pressione fiscale, che significa più libertà (economica e non solo) per i cittadini, sia per via della maggior quantità di denaro nelle loro tasche, sia per la maggiore scelta a loro concessa nel decidere come usarli: poter decidere più liberamente cosa fare, e non solo comprare, ma anche creare, con i risultati del
proprio lavoro, quindi magari usarli per investire, e creare ad esempio posti di lavoro, nuove realtà lavorative, nuovi progetti.

E la Flat Tax sarebbe un drastico abbattimento della pressione fiscale: soprattutto per i ceti medi ed alti.

Da qui la prima grande critica. Sarebbe una imposta, come definita da Renzi, “alla Robin Hood al contrario: ruba ai poveri, per dare ai ricchi”. Secondo altri, ingiusta, perché non è giusto che un ricco milionario paghi la stessa imposta di un operaio. E secondo altri ancora, sulla stessa scia, sarebbe una imposta ingiusta poiché pensata solo per chi è più “fortunato”, mentre ricadrebbe sulle spalle dei cittadini in difficoltà: perché tagliare le tasse vuol dire ridurre il gettito fiscale che lo Stato ricava ogni anno dai redditi, quindi meno soldi disponibili per le spese sociali. Il che significa meno servizi pubblici, ad esempio.

Coprire le spese della Flat Tax con delle coperture o dei tagli è necessario, anche perché il debito pubblico nazionale è di ben 2256 miliardi di euro, e continua ad aumentare nonostante tutto, dato che spendiamo sempre più di ciò che incassiamo ogni anno.

Inoltre la progressività esiste in quasi tutti i Paesi moderni in realtà, mentre la Flat Tax la si è applicata in quasi tutti i paradisi fiscali, ad esempio Hong Kong, e curiosamente nei Paesi dell’ex blocco sovietico, con l’obiettivo di attrarre capitali dall’estero dopo la caduta del Muro. Con risultati vari: secondo diverse opinioni,
l’enorme crescita di diversi paesi dagli anni ’90, come Romania, Bulgaria, Russia, e i Paesi Baltici, e la grande attrattiva per gli imprenditori, è dovuta anche grazie all’introduzione delle basse quote di Flat Tax. Che però hanno anche portato in alcuni casi a problematiche di altro tipo, senza contare che alcune Nazioni, come Ucraina, Slovacchia e Rep. Ceca hanno abolito l’imposta dopo averla adottata per qualche anno.

Ma se diverse criticità politiche e tecniche vi sono, la realtà è ben diversa da quella descritta: per tre ragioni principali.

Primo: l’equità. Proprio l’equità. Infatti, come afferma un giornalista liberale come Nicola Porro, “la Flat Tax un contenuto progressivo non ce l’ha, teoricamente, ma ce l’ha, sostanzialmente”. E questo, ironicamente, proprio per via della sua proporzionalità. Perché ogni contribuente sarà tenuto a versare la stessa percentuale, in ogni caso, e senza eccezioni, dalla propria ricchezza. Senza mezzi termini, non è vero che tutti pagano uguale. Ognuno paga in virtù di ciò che ha: una persona con un reddito di 1 milione di euro, con la aliquota ad esempio voluta da FI, pagherebbe 230 mila euro, molti di più della somma finale dovuta da un operaio. Perché è corretto che chi ha di più dia di più, è un principio di equità.

Ma equità non significa redistribuzione del reddito: quella sempre sostenuta storicamente dalla sinistra, che, derivando dall’ideologia socialista e marxista, crede sia giusto avvicinare al massimo le differenze di reddito tra i cittadini.

Tutti più uguali nella ricchezza, per eliminare le disparità sociali. Il problema è che tale visione, ben rispecchiata nel nostro quadro progressivo, mira a questo in un’ottica punitiva: poiché i ricchi sono tali, devono pagare non solo di più come quantità totale, ma anche in percentuale. Devono non solo aiutare i più poveri, ma anche ridimensionarsi nel nome dell’uguaglianza dei redditi.

Come sostenne una volta Margaret Thatcher al Parlamento Britannico, questo porta i socialisti alla posizione incredibile di preferire che siano tutti più poveri, compresi i poveri, purché i ricchi siano meno ricchi ma più uguali ai poveri. Poiché si concentrano sulla famosa “forbice”, ovvero la differenza tra i redditi, e non sul benessere generale: se tra due sistemi, nei quali uno è più diseguale tra le due parti, ma con entrambe più ricche, ed un altro che invece è più egualitario, ma meno ricco e prospero, viene prediletto il primo al secondo, si perde di vista l’obiettivo principale di aiutare tutti, in nome della lotta alla diseguaglianza.

Esattamente quello che è successo in tutti i regimi comunisti del ‘900, Unione Sovietica in primis.

Ed il sistema progressivo da noi non a caso è stato previsto dai Costituenti (mentre lo Statuto Albertino, figlio della visione liberale allora dominante, parlava al contrario, sempre non a caso, di dover pagare “in proporzione degli averi”), tra i quali due dei tre partiti principali che composero l’Assemblea erano il Partito
Comunista Italiano ed il Partito Socialista, entrambi di ideologia socialista, che (pur tra molte crisi di identità da Blair e Clinton passando per Renzi e Macron, ad esempio) ancor oggi mantiene al centro della sua visione del mondo il primato della lotta alla diseguaglianza dei redditi.

Il problema però è che tale concezione dello Stato non solo frena gli investimenti, ma diminuisce lo stimolo umano di creare ricchezza: perché sapere di perdere così tanto dopo aver lavorato duramente, porta a far credere che non valga la pena di arrivare fino a lì, tantomeno di investire e spendere. E ciò frena le assunzioni, i consumi, le iniziative.  Una spirale senza fine, senza stimoli, e
senza prove. Un sistema proporzionale invece, in un ragionamento contro-intuitivo, è veramente il sistema non solo più efficiente, ma anche più equo: perché non è equo, e non è giusto, che un cittadino venga privato più degli altri dei propri averi, come se fosse una colpa averne di più. E questo è un limite culturale che permane in un Paese dominato politicamente e ideologicamente per 50 anni da un Partito d’ispirazione cattolica da un lato (la DC), ed un Partito di matrice comunista (PCI) dall’altro, che in comune alla base condividono l’attenzione per gli ultimi, anche a costo dei primi. Come se penalizzare e punire questi possa aiutare veramente gli altri.

Quindi in conclusione sì, il sistema proporzionale è la procedura più equa per le imposte. Il secondo vantaggio della Flat Tax è altrettanto contro-intuitivo: anche il più estremista dei suoi sostenitori sostiene l’altra faccia della medaglia della proposta originaria di Friedman: la No Tax Area. Ovvero, fino ad una soglia che può ad esempio essere 10 mila euro, il cittadino non debba dare neanche un euro. E questo aumenta la progressività del sistema: le fasce più basse di reddito, le persone più in difficoltà, non pagano nemmeno un soldo. Altro che Robin Hood che ruba ai poveri.
Ed è giusto così: la tutela di chi non è in grado di pagare le imposte va garantita, se al centro di un piano politico ed economico si vuole porre la dignità, e l’indipendenza (economica e quindi sociale) della persona, il contrario di ciò che avviene con il reddito minimo garantito/reddito di cittadinanza modello 5 Stelle (da ricordare che il reddito di cittadinanza originario aveva ben altro significato e
modalità, talmente peculiari da essere sostenuto sia da economisti socialisti che da liberali come lo stesso Einaudi),  in cui invece, dando lo Stato stesso i soldi a persone svantaggiate, le rende dipendenti da lui, delle drogate di Stato non autosufficienti.

E poi l’ultimo, non meno importante, grande punto di forza: la semplicità della Flat Tax. Sono anni che ogni singolo cittadino italiano detesta il nostro sistema fiscale, che è, per usare un eufemismo, complicato. Macchinoso. Per non dire che è capace di far diventare matto anche il più santo e paziente tra gli uomini, anche per fare una semplice dichiarazione dei redditi. La complessità fiscale in Italia è un cancro, perché è causa di molti degli innumerevoli problemi che
rendono la nostra burocrazia talmente allucinante rispetto ad un Paese normale, da costituire uno dei principali motivi dei pochi investimenti in Italia, insieme appunto alla pressione fiscale alta, alla criminalità, alle infrastrutture, alla giustizia ed alla inefficienza della Pubblica Amministrazione.
Altro ragionamento poco intuitivo: un sistema porta a fortissime ingiustizie.
Perché sfavorisce coloro che sono meno informati sull’argomento, e sfavorisce i meno ricchi, perché chi lo è maggiormente può permettersi di pagare un professionista, che si occupi per lui di trovare 999 metodi diversi per pagare meno tasse, legalmente.
Un esempio eclatante: Giulio Tremonti, ex Ministro dell’Economia dei due più lunghi Governi Berlusconi.
Noto avvocato tributarista, Tremonti, nel suo primo anno di lavoro, fece erodere la base imponibile di circa 600 miliardi di lire alle imprese sue clienti. Una cifra stratosferica. Ma non era un reato, erano modi legali di non pagare.
E per le persone più ordinarie nel reddito, lo stesso CAF (Centro di Assistenza Fiscale) ha un costo per chi lavora, e non è un elemento secondario.
Con la Flat Tax tutto ciò non avviene: consiste in un’unica aliquota, e non sono previste le migliaia di detrazioni e deduzioni possibili oggi, il che significa anche molte meno follie burocratico-tecniche, più certezza e tutela per il cittadino nei confronti della vigilanza della P.A., meno possibilità di elusione fiscale stile-Tremonti, e maggiori  difficoltà dei criminali di poter evadere, dato che vi sono
meno strumenti e sotterfugi per coprire il crimine.

Il centrodestra ha molto calcato la mano sulla questione evasione, ma, come sottolinea Antonio Martino, l’evasore è un criminale, e in quanto tale tenterà di delinquere in ogni caso, a prescindere dal sistema impositivo.

Il che significa che se da un lato la semplicità della formula probabilmente renderà più difficile evadere, dall’altro il fenomeno non verrà certo meno. Ma ciò che veramente cambierà, nel complesso, è l’atteggiamento di chi è già ricco o benestante, e che, per non pagare le aliquote di confisca di questo sistema tributario, si rivolge ai “mandarini del fisco”, come commercialisti o appunto avvocati tributaristi, per pagare meno.

Con una aliquota unica tale incentivo verrebbe a mancare, dato che l’aliquota è una e più bassa.

Va detto poi che la figura di Martino che è centrale nella questione Flat Tax: economista liberista convinto, ministro sia della Difesa che degli Esteri nei Governi del Cavaliere. Noto per essere stato la tessera numero 2 di Forza Italia nel ’94, in quanto primissimo sostenitore di una rivoluzione liberale, e soprattutto è stato allievo dello stesso Milton Friedman a Chicago, dove l’economista americano fondò la celebre Scuola. Martino per il suo prestigio è da sempre una personalità liberissima nel partito di Berlusconi, anche nelle votazioni in Parlamento, soprattutto quelle sui temi economici, dove spesso ha votato contro
diversi atti della maggioranza del suo stesso gruppo. E nel Partito-Azienda, come spesso è stato definito FI, è davvero raro che ci siano personalità così.

Qualcosa dovrà pur significare se una persona tale, dal 1994, dal primo programma, si fa promotore principale di una riforma economica così radicale.

Alla fine però è ovvio: come tutte le cose, in economia in particolare, è la pratica che rende difficile l’idea teorica. Ed anche in questo caso l’idea non è semplice da applicare, soprattutto se non attentamente modulata. Basti guardare agli esempi degli stessi Paesi dell’Est: in Romania e Bulgaria ad esempio, dove la Flat Tax è stata applicata con una soglia più bassa di quelle proposte in Italia, vi sono stati allo stesso tempo sia ottimi risultati che problemi vari: se le imprese
locali stanno volando, e molte estere (anche italiane) sono state attirate dal più favorevole sistema fiscale, l’eccessiva bassa tassazione ha portato, da un lato, ad una spesa pubblica drasticamente ridotta (e se questo è normale e voluto per una politica liberale in economia, soprattutto per i partiti di centro-destra più classici d’altra parte, come è stato fatto, ridurre le pensioni così drasticamente e non coprire dei servizi pubblici che i privati non curano, è sempre un danno per i cittadini), e dall’altro, ad un enorme aumento dell’IVA: certo, anche questo è il risultato di una politica economica precisa. Un liberale preferisce che siano sempre più basse le imposte dirette che quelle indirette, come quella appunto sui
consumi: perché pur con i prezzi più alti, tale impostazione permette alle persone di poter scegliere più liberamente come spendere i propri soldi, dato che questi non gli vengono sottratti più di tanto dal reddito. Ma quando la quota è così esagerata che persino comprare dei beni primari diventa difficile, vuol dire che qualcosa non sa funzionando in tal senso.

Ma questo non avviene perché la Flat Tax è sbagliata in principio, o nel merito: avviene perché bisogna saperla modulare nel modo migliore.

Difficile a dirsi se le aliquote ed i programmi di copertura proposti da Forza Italia e Lega saranno adeguati, e le opinioni sono divergenti su questo, soprattutto perché pare non siano sufficienti i tagli proposti per coprirla, se le quote saranno rispettivamente 23 e 15%. Ma siamo in campagna elettorale, e tant’è. Poi la questione costituzionale: secondo alcuni il fatto che l’art. 53 sia così chiaro sul fatto che il sistema si fondi e basi sul principio di progressività potrebbe rendere la proposta incostituzionale.

Il problema potrebbe essere già stato risolto con dei correttivi della proposta del centrodestra, mediante elementi vari che richiamano il sistema ad una struttura più progressiva: come la già citata No Tax Area al di sotto di una soglia di 13 mila euro, il fatto che per i redditi fino ai 28 mila si applichi l’aliquota solo per la parte
restante eccedente la soglia minima, e sgravi per figli e mogli a carico.

E su questo punto d’altra parte, bisogna anche tener conto del fatto che l’IRES, l’imposta sul reddito delle società, controparte della stessa IRPEF interessata dalla Flat Tax, è già un’aliquota unica, al 24%.

E che un altro esperimento ha già portato dei risultati: per attrarre capitali, lo scorso anno, l’Agenzia delle Entrate ha introdotto un’imposta forfettaria di 100mila euro per gli stranieri che intendono trasferire la loro residenza fiscale in Italia, indipendentemente dal reddito. E’ di recentissima novità che in meno di un anno oltre 150 “Paperoni” si siano già trasferiti nello Stivale Tricolore.

Per molti infine il problema è strettamente politico: Berlusconi di Flat Tax ne parlò la prima volta quando scese in campo nel ’94 : la proponeva e propone oggi su tutti Antonio Martino stesso, vero autore della proposta.

Ma di fatto i vari Governi Berlusconi non l’hanno mai attuata, come non hanno mai attuato moltissime promesse economiche e fiscali, nonostante due larghissime maggioranze in Parlamento per un totale di 8 anni.

Discorso similare non può valere per Salvini, segretario di Partito soltanto dal 2013, ma per la Lega (ex Nord, sempre membra degli stessi Governi) sicuramente sì.
Ergo, se anche il progetto fosse impeccabile, i suoi propositori non lo
sono, di sicuro non nella credibilità. Detto ciò però, non bisogna assolutamente bocciare l’idea: la Flat Tax è stata proposta più volte da grandi economisti e per un motivo.

Non è una proposta populista e demagogica come le moltissime che si sentono sempre in campagna elettorale, anche da Salvini e Berlusconi. Che però hanno forse la colpa di averla banalizzata e per certi versi azzardata troppo nel proporla, soprattutto per quanto riguarda lo sbilanciato rapporto aliquota prevista/coperture necessarie, tagli e risparmi eventuali e così via.

D’altra parte però va riconosciuto il merito di aver portato al centro del dibattito una idea piena di potenzialità come la Flat Tax. Che, come afferma Martino, se saputa attuare con criterio, potrebbe davvero rivelarsi un’idea rivoluzionaria.